Il poeta che volle farsi re

Il filmato, girato anche a Fiume, offre una ricostruzione storica ed emozionante dell’avventura dannunziana, e allo stesso tempo una dissacrante esplorazione politica della fascinazione per la figura del dittatore-vate.

Nell’estate del 1920 prende forma una delle utopie politiche senz’altro più interessanti del XX secolo, in grado di anticipare principi costituzionali che si realizzeranno diversi decenni dopo. Pubblicata mediante lettura da Gabriele d’Annunzio la sera del 30 agosto 1920 dal palco del Teatro della Fenice, e di nuovo presentata ai Legionari nella stessa sede il mattino successivo, l’avveniristica Carta mette in scena la Reggenza italiana del Carnaro. Il gonfalone rosso della piccola repubblica – che doveva essere democratica, profondamente egualitaria, aconfessionale, e che durerà meno di quattro mesi –, con al centro un uroboro e le sette stelle dell’orsa care al Comandante, è attraversato da uno dei suoi motti preferiti: “Quis contra nos?”. In effetti, lui, il comandante, grande protagonista, contro di sé ha davvero tanti, una variegata moltitudine, se non proprio quasi tutti.

Un’impresa che fa ancora discutere

Un’impresa, la sua, destinata a sollevare un polverone internazionale già all’epoca e che a distanza di oltre un secolo, da Venezia e Roma fino alla Croazia, fa ancora discutere. “È stato un atto di eroismo o un buffonesco, violento preambolo ai nazionalismi novecenteschi?”, riflette Stefano Casertano, autore di un documentario dal titolo kiplinghiano, “Il poeta che volle farsi re”. Da lui scritto, diretto e narrato, girato anche a Fiume, il film offre una ricostruzione storica ed emozionante dell’avventura dannunziana, e allo stesso tempo una dissacrante esplorazione politica della fascinazione per la figura del dittatore-poeta. Prodotto da Rean Mazzone e Stefano Casertano per Ila Palma Cinematografica, Istituto Luce Cinecittà e Daring House, con associata la Fondazione Il Vittoriale degli Italiani, presenta incontri-intervista con personalità quali Giordano Bruno Guerri, Vittorio Sgarbi e Alessandro Marzo Magno, d’intellettuali quali Tea Perinčić e Ilaria Rocchi, così come rappresentanti di una nuova destra che vede nel poeta un “dittatore comodo”, superomista e non compromesso con il nazismo.

Il destino di Fiume

Finita la Grande Guerra, le potenze vincitrici disegnano il destino di Fiume, nei secoli corpus separatum dell’ormai defunta Austria-Ungheria. L’Italia la reclama, ma gli Alleati s’oppongono (il francese George Clemenceau dirà alla delegazione giunta da Roma: “Fiume è la luna”) non vogliono assegnare la città nella quale comunque la maggioranza della popolazione è italiana. Su chiamata di alcuni reparti militari italiani, il poeta Gabriele d’Annunzio nel settembre del 1919 parte in macchina e la conquista.“È la prima volta nella storia – e probabilmente l’ultima – che un poeta crea uno stato per sé, con una piccola epopea alla stregua di un condottiero rinascimentale. Da qui nasce un’esperienza senza precedenti – ricorda la sinossi –, con la promulgazione di una costituzione liberale (parità dei sessi, salario minimo, pacifismo), fino alla sperimentazione con sesso libero e droghe, all’accettazione aperta dell’omosessualità, e a vari spunti di dadaismo e avanguardismo artistico. Eppure, non tutti sono contenti. Il governo italiano di Nitti prima, e Giolitti in seguito, vivono con estremo imbarazzo politico e morale l’esperienza del Vate. La popolazione slava lo odia e – presto – anche gli italiani di Fiume vorrebbero volentieri sbarazzarsene. Ma d’Annunzio, convinto del proprio messianismo, rimane al suo posto, finché la Regia Marina non lo prende a cannonate. È il 1920.

Epica e nostalgiaIl percorso sulle tracce di d’Annunzio avviene ex-post, con l’esplorazione della villa del Vittoriale – nella quale si ritirò dopo l’impresa – e per voce dello storico Giordano Bruno Guerri. Ogni stanza è un ricordo, e ogni ricordo è un’emozione dannunziana, in una serie di flash-back che uniscono l’epica alla nostalgia. Ma non tutti la pensano così: per il critico d’arte Vittorio Sgarbi in realtà l’Impresa è stata poco più che una rappresentazione teatrale, mentre per il giornalista storico Alessandro Marzo Magno è stata l’occasione per una colossale auto-celebrazione narcisistica del poeta. Secondo la storica croata Tea Perinčić, d’Annunzio avrebbe fatto il tutto solo per “il proprio piacere” e avrebbe calpestato i diritti della popolazione slava.

Una serie di documenti inediti

Il film presenta una serie di documenti inediti sull’impresa, da foto mai pubblicate tratte dall’Archivio del Vittoriale, fino a video (anche sonori) frutto di un’attenta ricerca svolta in tutta Europa. “Nel corso delle riprese nessuno è riuscito a rispondere a una domanda molto semplice su d’Annunzio: credeva veramente in ciò che faceva, o era solo autoesaltazione? Penso che la realtà sia nel mezzo – conclude Casertano –, con una tendenza particolare verso l’aspetto dell’auto-esaltazione). Nel corso delle riprese, però, ho compreso che forse la domanda è perlopiù inutile. Ciò che conta è che l’impresa di Fiume, a cent’anni di distanza, ancora fa litigare. Litigano croati contro italiani, destra neofascista contro destra moderata, e l’impresa in sé è disprezzata da chi vede nel poeta solo un buffonesco conquistatore in aria di nazionalismo. Nel film ho voluto accompagnare lo spettatore in un viaggio praticamente on the road sui luoghi dannunziani – racconta il filmmaker –, dalla Casetta Rossa di Venezia, al campo di volo dal quale decollò per l’impresa di Vienna, al Vittoriale, fino ovviamente a Fiume in Croazia”.

Ritratto di una «commedia umana»”

Il contatto con una certa maniera dissacrante d’interpretare la realtà mi ha spinto a creare un film che sia rigoroso dal punto di vista storico, ma anche tendente verso il ritratto di una ‘commedia umana’ forse essa stessa opera dannunziana postuma – spiega, rilevando che la sua ispirazione sono i film documentari di Franco Maresco, e in particolare “Belluscone” e “La mafia non è più quella di una volta” –. Ho voluto comunicare alla fine l’impressione non solo di una strumentalizzazione del personaggio, ma anche dell’inafferrabilità di un uomo geniale e narcisista oltre il concepibile, inventore non solo della propaganda politica moderna, ma anche iniziatore di una ‘società dello spettacolo’ come sarebbe divenuto chiaro solo decenni più tardi”.Laurea in economia nel settore produttivo di Miramax, collaborazioni con società quali Fremantle, Ballandi Multimedia, Xamaram Media, Rai, Mediaset, fondatore della società di produzione “Daring House” con sede a Berlino, Stefano Casertano ha alle spalle una carriera importante. Come regista, ha firmato diversi documentari, tra cui “Gente di Amore e Rabbia” (2016, vincitore DocFeed Eindhoven come miglior documentario e Premio della Giuria presso il Rome Independent Film Festival), “There Was Once a Sea” (2015), “The Last Days of Tacheles” (2013, Premio Speciale della Giuria al Berlin International Film Festival), mentre ha prodotto i corti “La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco (2019, come produttore associato; Premio speciale della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia), “La Ballata dei senzatetto” di Monica Manganelli, 2015, vincitore LA Short Fest e Nastro d’Argento).

Ecco il link per vedere “L’impresa di Fiume raccontata da Stefano Casertano”:

http://fb.watch/7MrQRGxDyb/

Ilaria Rocchi – 02/09/2021

Fonte: La Voce del Popolo

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