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Il discorso di Zanetti a Treia per il Giorno del Ricordo

Tutto è nel tutto. La forza è nella debolezza, c’è debolezza nel coraggio di osare quando si fondono e confondono i termini osare e azzardare, il coraggio è nella virtù, virtù che è sorvegliata dalla Forza. Il Tutto ha una struttura circolare ed una capacità di ritorno a se stesso. L’uomo vive in un contesto, geograficamente in una frazione, in una cittadina, in una provincia, in una regione, in una nazione, in una comunità di Stati, in un continente, nel mondo, nell’universo, universo che è posto nelle piccole mani dell’Uomo. E così pure l’ateismo è nella religione, la religione è nell’ateismo, che corrode e corrobora nello stesso momento ogni religione. Anche politicamente, la sinistra è nella destra, la destra nella sinistra, e così dicendo non voglio sentirmi né utopista, né alienato dall’oggi, ogni dissenso di una parte è il travaglio necessario per partorire un confronto costruttivo.

L’Amore, concetto troppo spesso malinteso, forzato, sfruttato e deturpato (scrive Oriana Fallaci: “…onestamente non ho ancora capito di cosa si tratti. […] Di amore parlano i preti, i cartelloni pubblicitari, i letterati, i politici, coloro che fanno all’amore, […] questa parola che è ovunque e in tutte le lingue. Amo-camminare, amo-bere, amo-fumare, amo-la-libertà, amo-il-mio-amante, amo-mio-figlio.” E si potrebbe continuare così per molto, a mio avviso, si ama la cioccolata, si ama il mondo, si amano le patatine fritte, si ama la vita…) ha voce nel Dialogo, vero strumento di quell’armonia Eraclitiana rilevabile nella coincidenza oppositorum.

Il tutto è nel tutto. Gli etremi si toccano ed il dialogo diviene un’àncora, un punto fermo nel corso degli eventi, della storia dell’uomo, nel percorso della società verso un sempre più raffinato adattamento del poligono inscritto, la società, alla circonferenza, l’ideale più alto e perfetto di realizzazione della Civiltà. Accennare, come ho fatto poco fa, il solo nome di Oriana Fallaci, significa mirare alla negazione di una visione unilaterale in qualsiasi ambito; ciò che è unilaterale, le strade strette e senza incroci, i sillogismi eristici o la turpitudine delle nefandezze di personaggi stereotipati, può solo spegnere ogni inclinazione al dialogo. Oriana salta tutti questi ostacoli semplicemente vedendoli come sassolini in una vallata, e non come una parete scoscesa ed insormontabile, è per eccellenza, consentitemelo, la personificazione del dialogo, di quel confronto-scontro raccolto nella singolarità dell’essere, basti pensare alla celebre “Lettera a un bambino mai nato”, alle sue posizioni, alle sue non-posizioni, alla critica, che a ondate alterne ne ha fatto la bandiera di antitetici pensieri e modi di vedere il mondo, o, ancora, a come le piaceva condurre le sue interviste, a ciò che sapeva mettere in risalto nel politico-uomo, a quel conflitto apparentemente indissolubile fra ribrezzo e pietà.

Ogni uomo dovrebbe aspirare ad essere risolutivo nelle proprie indecisioni, non a tagliare di netto le gambe all’insinuazione del dubbio, non appena sorga la possibilità di valutare la prospettiva dell’altro. E per questo la parola uomo dovrebbe elevarsi a Uomo ( con la U maiuscola!), acquisire un valore sommo, ben più ampio di quello che ha assunto nel corso della storia, che miri ad annientare ogni distinzione di sesso, di carattere sociale, politico o profetico-religioso. Ed il dialogo, banalmente ma potentemente, è il substrato indispensabile per ogni annullamento di qualsivoglia discordia, di pareri contrastanti, di fitte reti che fanno della società un insieme di gruppi, cui è purtroppo conseguentemente negata ogni possibilità di interazione, ove l’interazione (socio-culturale, politica, economica) è sempre la possibilità di un confronto, di un’apertura, di un vero Dialogo.

La metamorfosi di Gregor Samsa, nell’opera di Kafka, cos’altro è se non l’inevitabile approdo di una condizione di incomunicabilità che coglie il nucleo stesso della società, la famiglia? Ecco, “La metamorfosi” di Kafka è la perfetta descrizione della paralisi di un individuo e, indirettamente, delle contraddizioni interne che fossilizzano un intero meccanismo sociale. Il mondo ha bisogno sempre più urgentemente di una metamorfosi “positiva”; che l’uomo si tramuti in farfalla e possa volare e vegliare sull’omnipresente dialogo fra gli opposti, motore di un’etica immanente, sul perenne confluire del tutto nel tutto!

Davvero è difficile porre più che il solo inerte ed incostruttivo distacco di una generazione fra dei ricordi vivi nella loro crudeltà, vivi nell’ipocrisia di molti, vivi nel soffocante silenzio di anni e anni, vivi nello strazio dei reduci, vivi nella pressante voglia di far nascere un’identità fra quello stesso silenzio soffocante e la necessità di un dialogo, il dialogo risolutivo ed atteso, di cui quel silenzio possa, finalmente, pacificamente essere custode? Il silenzio è uno ed universale, può essere gioia o tristezza, amore oppure odio, elogio o accusa, ma non è mai ambiguità, seppur a volte passeggero di un aereo che alterna al panico continui, repentini e ripetuti cambi di rotta. Atterrare serenamente è possibile, ancora oggi e forse oggi più che mai.

Ogni mio discorso è tenuto senza pretese, senza moralismi o ammonimenti, è di fatto l’estratto e la rielaborazione personale, e per questo singolare ed originale, di un patrimonio culturale mondiale immenso, che si manifesta solo quando non si esclude a priori una compenetrazione fra qualsiasi disciplina e qualunque esperienza che non sia ancora sistematicamente sottoposta ad un processo epistemologico, con il rischio di non essere troppe volte garanti di un sapere dettagliato e minuzioso in determinati ambiti, ma con il vantaggio di non essere oppressi, mai, da nessuno sfrenato settorialismo che pone, secondo il mio modesto parere, limiti al pensiero umano.

Orazio Zanetti Monterubbianesi, Delegato ANVGD per Fermo

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