ANVGD_cover-post-no-img

Il bunker di Tito diventerà galleria d’arte (Il Piccolo 17 giu)

di AZRA NUHEFENDIC

Per quattro anni al liceo classico e due all’università, sbattevo la testa per imparare i fondamenti teorici della “difesa generale popolare” (Ono e Dsz). In più due volte all’anno ci portavano fuori città per imparare a sparare con i fucili veri. Tuttavia, quando in seguito dovetti mettere in pratica la mia preparazione militare, agii come avrebbe fatto un qualsiasi ignorante in materia: mi coprivo le orecchie con le mani (per non sentire le esplosioni) e, nascosta dietro il muro, in casa, aspettavo che il bombardamento finisse.

L’addestramento per “la difesa generale popolare” era obbligatorio per tutti, faceva parte della strategia vigente nella ex Jugoslavia. L’ipotesi era che l’attacco, se mai capitasse, sarebbe potuto arrivare da un nemico esterno, e che in tal caso l’intera nazione si sarebbe mobilitata per sconfiggerlo. I nostri capi non si fidavano del patriottismo e dell’entusiasmo della gente come me. Parallelamente costruivano un’industria militare e l’armata che, negli anni novanta, fu considerata la quarta potenza militare in Europa.

La BiH, montagnosa e poco transitabile, era stata individuata come posto strategico per collocare l’industria militare. Per 40 anni si scavavano le montagne per la costruzione di fabbriche, aeroporti, centri di controllo, bunker. Sapevamo, più o meno, dove erano collocati, perché ci lavoravano i nostri padri, perché c’erano sempre le guardie militari, oppure perché capitava che, vagabondando per i boschi, all’improvviso ti trovavi davanti un soldato che ti puntava il fucile in faccia, il che voleva dire che ti eri avvicinato troppo a un posto “off limits”.

Una parte di questa industria e le installazioni militari, i serbi e i croati le avevano smontate all’inizio della guerra in BiH, e portate in Serbia e Croazia. Quello che non si poteva scomporre, come il più grande aeroporto militare sotterraneo d’Europa, Željava, vicino a Bihac, nella Bosnia del nord, i serbi l’hanno fatto saltare in aria. Qualcosa è rimasto in piedi, ma oggi quegli spazi sono saccheggiati e distrutti, i portoni carrozzati senza lucchetti o senza serrature automatiche sono spalancati, tutto sprofonda nel vuoto.

Credevamo che nel campo dei segreti militari, non ci fossero più incognite. Ma la BiH è il paese delle meraviglie, come afferma un certo Semir Osmanagic, che ha “scoperto” le piramidi bosniache. Nel 1992 i custodi ci svelarono l’esistenza del bunker anti-atomico Ark, situato nella cittadina di Konjic, a 50 kilometri da Sarajevo. L’Ark (l’acronimo che sta per Atomska Ratna Komanda, comando anti-atomico di guerra) per trent’anni rimase un segreto. I guardiani della fortezza sotterranea decisero di parlare perché non si sentivano più vincolati dal giuramento dato ad un paese che non esisteva più, la Jugoslavia. Nelle pratiche militari il bunker era codificato D-O, il che voleva dire il primo tra i più importanti e massimi segreti.

L’Ark era stato costruito per proteggere il presidente Josip Broz Tito (che poi non ci mise mai piede), la sua famiglia e i suoi più stretti collaboratori, circa 350 persone in caso di un’aggressione. Si poteva vivere nel sottosuolo per lungo tempo e si poteva resistere ad una bomba atomica di una potenza di 25 kiloton. Nel 1992 gli alti comandi di Belgrado diedero ordine di far saltare il bunker. Fu uno dei militari di guardia, bosniaco, a sabotare l’operazione salvando tutto. Da allora l’edificio con tutti i suoi segni e simboli è stato interamente conservato.

L’Ark è una costruzione colossale, costruita fra il 1953 e il 1979, di 6.584 metri quadri scavati dentro la montagna, a 300 metri di profondità, ad un costo astronomico, circa 5 miliardi di dollari. Assomiglia a un labirinto, un complesso di aree residenziali, sale conferenze, uffici, sale di pianificazione strategica, il “blocco presidenziale” e altri settori. Nel bunker si entrava passando per una casa piccola, anonima. La costruzione del bunker era stata sempre tenuta nella massima segretezza. Una volta terminato, soltanto quattro generali avevano il permesso di entrarci. E sedici soldati si occupavano del mantenimento: nove serbi, quattro bosniaci, tre croati.

A cento metri di distanza dal bunker, sulle spiagge lungo il fiume Neretva, da adolescente, trascorrevo le vacanze estive. Mi ricordo del “segreto pubblico” che riguardava i depositi d’armi e di munizioni lì nei paraggi. Il fatto non ci disturbava, anzi ci faceva sentire protetti e al sicuro.

Oggi l’Ark diventerà una galleria d’arte e ospiterà mostre di opere d’avanguardia. In quella cornice non tradizionale per l’arte, sia dal punto di vista psicologico che intellettuale, con i segni e i simboli dell’antico sistema sociale, economico, politico ed ideologico, si farà la Biennale internazionale dell’arte contemporanea “D-O Ark Underground”, a partire dalla primavera 2011. L’iniziativa ha ottenuto la targa europea d’attenzione culturale Cecel, un riconoscimento che il Consiglio d’Europa concede ai progetti d’eccellenza culturale. La mostra sarà considerata l’evento culturale dell’anno in Europa.

L’idea è partita dall’artista bosniaco di fama internazionale Jusuf Hadžifejzovic, uno dei tre curatori della mostra. Altri due commissari per le scelte saranno il direttore del Teatro nazionale del Montenegro Petar Cukovic e Branislav Braco Dimitrijevic di Belgrado. Per la prima volta, dopo la guerra degli anni novanta, la mostra rimetterà insieme tutte le nazioni dell’ex Jugoslavia. I partner del progetto sono il Museo d’arte contemporanea di Banja Luka, il Centro per l’Arte Contemporanea di Sarajevo (SCCA), la Galleria del Collegium Artisticum di Sarajevo, il Centro per la decontaminazione culturale di Belgrado, per nominarne solo alcuni.

«Il bunker è il simbolo di un’era che rimane, e che ci unisce», dice Edo Hodžic, direttore del progetto. «L’idea è di usare questo luogo per segnare il nostro futuro comune. Il bunker aveva come scopo la sopravvivenza: anche questo significato mi pare importante».

Uno degli obiettivi della Biennale d’arte è quello di aiutare gli artisti locali e regionali, provenienti da diversi background culturali, ad ottenere la visibilità internazionale. «Le piccole culture, come quelle dell’Europa sud-orientale, stanno scomparendo, sono sempre di più sotto la pressione delle culture dominanti. Gli artisti degli stati ex jugoslavi, che sono in grado di impegnarsi con la complessità della realtà socio-politica, con il contesto storico e culturale del sito, prenderanno parte a un dialogo con l’ "outsider". La mostra tenterà di unire i processi creativi regionali e globali», spiega Jusuf Hadžifejzovic.

La Biennale “D-O Ark Underground” rifletterà la potenzialità di avviare un dialogo non solo tra gli artisti dell’area balcanica ma anche con le istituzioni e gli artisti mondiali, come Jannis Kounellis che ha già aderito al progetto. Il primo partner europeo sarà il Museo laboratorio d’arte contemporanea di Roma.

Le opere degli artisti non saranno determinate dall’agenda dei curatori. «Piuttosto, essi saranno uniti dalla specificità del luogo e dalla temporaneità delle opere. Questi saranno prodotti direttamente sul posto e andranno oltre una semplice mappatura dello spazio. Gli artisti si impegnano a re-interpretare, ri-contestualizzare e de-costruire le funzioni nascoste del luogo e della sua storia», precisa Petar Cukovic.

C’è molto simbolismo nel fatto che un posto come il bunker, ideato e costruito per rimanere chiuso, segreto, e riservato a un circolo ristretto di prescelti, rinascerà e si aprirà ad un vasto pubblico, grazie all’arte, che per definizione è un concetto totalmente opposto ai segreti e isolamenti.

0 Condivisioni

Scopri i nostri Podcast

Scopri le storie dei grandi campioni Giuliano Dalmati e le relazioni politico-culturali tra l’Italia e gli Stati rivieraschi dell’Adriatico attraverso i nostri podcast.