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Graziano Udovisi nel ricordo del nipote Stefano a Quattro Castella

Pubblichiamo l’intervento di Stefano Setti, nipote di Graziano Udovisi, in occasione della cosegna dell’omonimo Premio, avvenuta quest’anno nel Comune di Quattro Castella (RE), con la consueta organizzazione della ANVGD. Il riconoscimento è stato dedicato nel 2012 alla figura di Padre Flaminio Rocchi.

 

Buongiorno a tutti,

benvenuti a questo importante appuntamento in memoria di Graziano Udovisi, mio nonno, morto da poco e vivissimo nella mente dei suoi nipoti, dei suoi familiari e dei suoi amici. Quest’anno è il Comune di Quattro Castella che, con l’ANVGD, ha patrocinato e ospitato il riconoscimento in memoria di una storia che ancora oggi, a distanza di 70 anni, fatica ad emergere: le foibe. Una storia che, come tutte le tragedie che hanno accompagnato la vita umana, ha moltissime sfaccettature, rivoli, considerazioni, punti di vista. È una storia che ha al centro non tanto grandi imprese o grandi nomi. È una storia fatta di gente semplice, di Italiani, di uomini e donne, di bambini e bambine che, al di là delle appartenenze e delle provenienze, sono stati torturati, stuprati, evirati, uccisi.

 

Scusate se mi devo soffermare su queste parole ma non si può non ricordare come questo triste evento sia stato causato da uomini e donne in carne e ossa. Non è stata una disgrazia metereologica o uno sfortunato evento. L’eccidio compiuto in Istria, o meglio, la pulizia etnica fatta contro gli Italiani ha nomi e cognomi, facce e persone che lo hanno progettato e attuato con una ferocia senza pari. Tale azione, da noi persone postume, deve certamente essere fatto nostro, afferrato, “masticato”. Non possiamo, però, farci trascinare dall’ideologia che ha diviso per decenni e che ancora oggi fa dire, ad alcuni, che questo evento deve essere “inquadrato” perché alla fine, ciò che rimane, è sempre il dolore. Da qualsiasi punto di vista si voglia leggere ciò che è accaduto, in ultima analisi, rimangono storie di persone che hanno vissuto sulla loro pelle una brutalità assurda e ingiustificabile senza pari.

 

A tale violenza mio nonno non mai opposto rancore o rabbia. Lo ha attanagliato per tutta la vita una sola domanda: “Perché?”. Perché la violenza? Perché le donne? Perché i bambini? Perché le foibe? Queste enormi voragini della sua terra che hanno inghiottito centinaia di persone dalle quali nessuno, se non lui e un amico che ha salvato, è riuscito a scappare. Graziano Udovisi c’è riuscito. È riuscito a venirne fuori con una forza incredibile, quasi avesse abbandonato la veste di diciannovenne, ripeto, diciannovenne, e grazie alla foiba ne sia uscito come uomo. Un uomo cambiato, con una ferita aperta incolmabile.

 

Se dovessi descrivere in poche parole che cosa sia per me mio nonno, non potrei non mettere in evidenza il salvataggio dell’amico precipitato con lui nella foiba. Un gesto di amore vero, sincero, altruista in un mare di odio, che ha messo in luce la grande umanità di Graziano Udovisi. Umanità che gli è stata sempre riconosciuta da tutte le persone che ha incontrato negli anni a seguire, soprattutto da quei studenti a cui ha insegnato e che ancora oggi lo ricordano con tanto affetto. Quel gesto di prendere per i capelli l’amico, quel trascinare via dalle grinfie della morte l’amico, è il segno che anche in quei contesti a vincere non è il “me ne frego”, non è il disinteresse per l’altro, la meschinità, l’abbandono, ma è il prendersi cura, l’aiutare, il salvare, il farsi carico della persona in difficoltà mettendo a rischio la sua stessa vita perché era giusto così.

 

Ora pensate, cari studenti della Scuola Media di Quattro Castella, pensate ad un vostro fratello maggiore, di 19 anni, che vedete tornare a casa dopo giorni di assenza con la faccia piena di ferite e tagli. Pensate a quale destino l’ha colpito, pensate al perché di tale violenza sulla sua pelle. E nel momento in cui lo riabbracciate con lacrime e gioia, l’unica cosa che vi sentite dire è che bisogna scappare. Bisogna scappare dalla vostra casa, dalla vostra camera, dal vostro letto, dai vostri giochi e dai vostri amici. Scappare, così, velocemente, in fretta e furia verso un posto sconosciuto.

 

Questa è stata la seconda grande tragedia vissuta da Graziano Udovisi e dai suoi conterranei. La fuga in un paese, l’Italia, che non li ha accolti. Questa è la storia e la verità. Non sta a me giudicare o capire o inquadrare. Alla fine, anche in questo caso, ciò che rimane è un enorme dolore. Un dolore dovuto ad un grido di sofferenza che non ha ricevuto ascolto, una sete che non ha avuto acqua, un desiderio di umanità e comprensione a cui gli stessi Italiani, fortunatamente non ovunque, hanno risposto, loro sì, con un enorme “me ne frego”. Questa è la storia che è stata e al di là delle varie giustificazioni che si possono dare, ed è una colpa incancellabile.

 

Oggi, grazie al cielo, il tempo è cambiato. Credo che sia cambiato anzitutto grazie alla mia generazione. Una generazione che è definita spesse volte in maniera variopinta come bamboccioni, sfigati o perditempo. Una generazione che, fortunatamente a quelle passate, non ha vissuto la dura contrapposizione ideologica e che riceve un monito importante dal più alto rappresentante di questo Paese: Giorgio Napolitano. Il nostro Presidente, a proposito delle foibe e dei vari tentativi di “inquadrare” il problema, ha detto lapidariamente: “si è posto fine a ogni residua congiura del silenzio, a ogni forma di rimozione diplomatica o di ingiustificabile dimenticanza rispetto a così tragiche esperienze. È mia intenzione – ha ricordato Napolitano – in una prossima visita già programmata in Friuli, rendere omaggio alle vittime dell’eccidio di Porzus“. Napolitano ha anche ricordato “l’apporto che gli esuli istriani, fiumani e dalmati hanno dato, rientrati in Italia, allo sviluppo e al progresso del nostro Paese. Dobbiamo coltivare la memoria e ristabilire la verità storica, perché l’istituzione del Giorno del Ricordo ha contribuito a mettere fine a ogni residua congiura del silenzio”. Inoltre, ha citato la dichiarazione congiunta firmata lo scorso anno con il presidente croato in cui si afferma: “in ciascuno dei nostri Paesi coltiviamo, come è giusto, la memoria delle sofferenze vissute e delle vittime. Nel perdonarci reciprocamente il male commesso volgiamo il nostro sguardo all’avvenire che con il decisivo apporto delle generazioni più giovani vogliamo e possiamo edificare in una Europa sempre più rappresentativa delle sue molteplici tradizioni e sempre più saldamente integrata dinanzi alle nuove sfide della globalizzazione”.

 

Come dico da sempre saranno i giovani a salvaguardare la memoria e non ripetere gli errori dei nostri padri. Saranno i giovani intelligenti, freschi, liberi dall’ideologia e dal paraocchi che talvolta le persone più grandi gli vogliono imporre, a capire e farsi carico, prendersi cura, proprio come fece Graziano Udovisi salvando il suo amico da morte certa nel fondo della foiba. Dobbiamo assieme procedere su questa via, e, come diceva il grande Andrea Pazienza, “non tornare indietro nemmeno per prendere la rincorsa”, perché ormai la strada è tracciata e ogni tentativo di riportare indietro l’orologio della storia non solo è sbagliato ma verrà spazzato via dalla storia stessa.

 

Oggi il nostro grande apporto è salvaguardare la memoria in un percorso di riappacificazione e vicinanza che soprattutto la politica deve fare al suo interno e con i cittadini. Un percorso che non potrà essere immediato non tenendo in considerazione ciò che è stato. Sarà un tragitto lungo, tortuoso, pieno di ostacoli e tentativi di tornare al comodo silenzio ma, come dicevo poc’anzi, ormai il destino è segnato, l’obiettivo è chiaro: le foibe non sono più patrimonio di pochi ma patrimonio di tutti gli Italiani. Oggi le foibe, anche grazie a Giorgio Napolitano (ex PCI), entrano a far parte della storia collettiva di un paese che fatica a stare unito, spinto da forze centrifughe e pseudo regionali che lo vorrebbero spaccare in due o tre pezzi, dimenticando in un colpo tutto il sangue, tutto il dolore e tutte le lacrime che sono state versate per tenerlo unito, forte e in piedi.

 

Grazie a tutti. Grazie ai presenti, agli organizzatori, agli studenti e al pubblico qui presente. Grazie soprattutto agli assenti. Vedo che ogni anno che passa diminuiscono sempre più, spero davvero che un domani sia chiaro anche a loro l’esempio che ha dato e continua a dare la storia di Graziano Udovisi, mio nonno.

 

Stefano Setti

Quattro Castella (Reggio Emilia)

18 febbraio 2012

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