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Gorizia: tempi lunghi per il punto nascita “di confine”

Pareva fosse un gioco da ragazzi allestire il Punto nascita transfrontaliero. Per la verità, l’ottimismo era tutto di parte politica e contrastava un po’ con la prudenza dei tecnici che, sin da subito, erano andati con i piedi di piombo: determinati sì a concretizzare il progetto ma consci che non si trattava di una passeggiata.

 

I tempi si allungano

 

E infatti oggi arriva la notizia che la tempistica è destinata ad allungarsi. «Speravo che il progetto si potesse concretizzare entro l’anno ma i tempi, in realtà, saranno medio-lunghi», ammette a denti stretti il direttore generale dell’Ass isontina, Marco Bertoli. I motivi? «Il percorso si è rivelato più difficile di quanto ci eravamo prefigurati – spiega ancora il dg -. La causa è da ricercarsi nelle diversità fra i due sistemi: quello goriziano e quello dell’ospedale di Sempeter Vrtojba. Non entro nel merito specifico della questione che sarebbe difficilmente comprensibile ai più ma ci sono differenze innegabili in tema di tecnica di nascita, riguardo all’albergaggio e all’utilizzo dei medicinali». Insomma, allestire un Punto nascita transfrontaliero non è cosa che si possa fare dall’oggi al domani: occorrono approfondimenti, tempo, analisi sul campo.

 

Il progetto va avanti

 

«Chiaramente, non ci fermiamo: il lavoro va avanti perché il progetto è molto valido – scandisce chiaramente Marco Bertoli -. L’Unione europea, per finanziare la nostra iniziativa, chiede un progetto nuovo e non una semplice “trasmigrazione” di partorienti che vanno e vengono. Ho letto in questi giorni alcune lettere al vostro giornale di donne che esprimevano perplessità per il reparto transfrontaliero e si chiedevano: “Dovremo imparare lo sloveno per rapportarci con medici o infermieri?”. Niente di tutto questo. Ho sempre pensato a un reparto co-gestito che abbia sede sì a Sempeter Vrtojba ma che preveda equipe miste, italiane e slovene, che lavorano gomito a gomito. Si tratta, dunque, di preoccupazioni che non hanno ragione d’esistere».

 

Problemi logistici

 

Ma si apre oggi un punto interrogativo anche relativamente alla sede: l’unico elemento che pareva essere certo, nonostante fosse osteggiato dal sindaco Romoli che non ha mai sopportato del tutto l’idea di vedere le donne goriziane partorire oltreconfine nonostante l’escamotage della dicitura “nato o nata a Gorizia” sulla carta d’identità. «Sì, uno dei motivi che porta i tempi ad allungarsi è anche legato a difficoltà di carattere strutturale. Mi spiego meglio: il reparto materno-infantile del nosocomio di Sempeter è organizzato in cameroni con parecchi posti-letto all’interno. In Italia abbiamo standard logistici diversi. Mi si potrebbe dire: bene, allestiamo allora il Punto nascita transfrontaliero al San Giovanni di Dio. Ma il reparto dell’ospedale goriziano è stato pensato per un massimo di 500 parti l’anno che è, peraltro, la soglia-limite di sicurezza. Non sarebbe tecnicamente possibile pensare di ospitare a Gorizia anche le partorienti slovene».

 

Quindi, quale potrebbe essere la via d’uscita? «Realizzare all’interno di uno dei due ospedali una nuova struttura», risponde il dg dell’Azienda sanitaria isontina. Ma ciò, aggiungiamo noi, comporta avere soldi, tanti soldi a disposizione.

 

La situazione attuale

 

Intanto, come si va avanti? «Lo deciderà la Regione. Queste sono scelte di carattere politico, non tecnico». «Per quanto mi riguarda – aggiunge Marco Bertoli – ho fatto tutto ciò che potevo fare per migliorare la sicurezza sia del reparto materno infantile goriziano che di quello monfalconese. In che maniera? Aumentando un turno di ostetriche. Peraltro, posso già annunciare che entro il mese sigleremo una convenzione con il Burlo Garofolo di Trieste per rinforzare il numero di parti nel Punto nascita di Monfalcone».

 

di Francesco Fain su “Il Piccolo” del 7 agosto 2013

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