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Glottologia: la Venezia Giulia (Il Piccolo 25 apr)

LETTERE

Sembra proprio che, così com’è, Trieste non piaccia a nessuno. Non ai nostri vicini dell’est, che la vorrebbero più «multietnica», e non a quelli dell’ovest che invece la vorrebbero più «integrata» nella Regione a cui soggiace, mirando, come suggeriscono Violino e i suoi tromboni, ad affrancarne il nome da quella fastidiosa appendice V.G. di cui una parte cospicua del Paese trascura l’esistenza e forse ignora il significato. Pur perseguendo strategie diverse, entrambi gli schieramenti convergono però sul medesimo obiettivo tattico immediato: decostruire la Venezia Giulia riducendola a una finzione storica. Negarne l’identità, che è di natura culturale più che etnica, renderebbe più facile dissolverla e assimilarla; ecco perché l’accusano di essere un neologismo, un’invenzione da paysan parvenu, facendo leva sul fatto, vero, che la denominazione apparve soltanto a fine Ottocento. Quindi hanno ragione i negazionisti? Ebbene sì. Anzi no, perché Graziadio Isaia Ascoli, padre del contestato neologismo (oltre che della glottologia italiana) non «inventò» proprio un bel niente ma si limitò in un momento in cui la denominazione ufficiale della regione era ancora l’impronunciabile Österreichisches Küstenland, a riportare in vita un nome sepolto sotto millenni di storia: quello della Regio Augustea X Venetia et Histria, associandolo all’aggettivo che rammentava la rpesenza di Caio Giulio Cesare, cui si deve la fondazione sia di Pola (Pietas Julia) sia di Cividale (Forum Julii), dal quale poi il Friuli trasse il nome. Ci vuol davvero poco a capire che le ragioni che ispirarono il goriziano Ascoli erano di natura squisitamente culturale: voleva rimarcare le radici latine e venete di un territorio e di un popolo inseriti, in modo che nel 1863 non sembrava reversibile, in uno stato sovranazionale. Le beghe di campanile certo non intaccano la realtà storica; ciò che semmai irrita, ma non sorprende, è che anche alcuni sedicenti triestini si prestino, per motivi di bottega politica, a far da sponda ad interessi altrui.

Dino De Marco

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