Gloria Nemec alla commemorazione del Consiglio Provinciale di Trieste – 16feb16

 

Per gentile concessione della Prof.ssa Gloria Nemec pubblichiamo il testo dell’intervento della stessa tenuto in occasione della commemorazione del Giorno del Ricordo presso il Consiglio Provinciale di Trieste in data 15 febbraio 2016.

 

Parlo da studiosa di storia sociale, ho lavorato sul campo dei processi collettivi e di formazione delle memorie nella zona alto-adriatica, in particolar modo nel secondo dopoguerra: sulle popolazioni coinvolte nell’esodo dall’Istria, sulla formazione della minoranza italiana nei territori ceduti, sulle ridefinizioni sociali e comunitarie dall’una e dall’altra parte del confine orientale. Dove si poteva, ho privilegiato l’uso delle fonti orali, delle memorie autobiografiche e familiari. Si parla spesso – talvolta a sproposito – di oblio, di vicende dimenticate. Anche l’OBLIO ebbe un suo senso storico. Girare pagina, dimenticare, passare sotto silenzio, furono strategie di difesa personale familiare quando ancora appariva lontano e irraggiungibile il tentativo di costruire una storia se non condivisa perlomeno levigata in superficie, smussata dalle punte più aspre e drammatiche del male personalmente subito. Più vado avanti con le raccolte di testimonianze, più visualizzo l’enorme scarto, un vero e proprio jato, dentro il primo passaggio generazionale del dopoguerra: tra la generazione adulta, protagonista di scelte e portatrice di traumi, e quella dei figli. Meglio non parlarne. I figli crebbero “protetti” dall’ignoranza, nell’inconsapevolezza delle ondate di violenza che si erano abbattute anche sul loro nucleo. Facevano parte di una generazione nuova, quella della speranza del dopoguerra, molti genitori adottarono nei loro confronti una pedagogia del silenzio. Dopo anni, alcuni percepirono questo vuoto e si posero in atteggiamento storico, se non scientifico, ma come una propensione sentimentale alla ricerca, anche in vista di quello che sarebbe accaduto dopo l’ultimo testimone, dopo la scomparsa della memoria vivente di eventi cruciali del ‘900. 20 anni fa, quando iniziai a raccogliere testimonianze di esuli giuliano dalmati, molti di loro concludevano l’intervista con un’amara previsione: a fronte dello scarso interesse delle generazioni successive, presentivano che dopo di loro sarebbe andata perduta, non solo l’esperienza dell’esodo ma un patrimonio ricchissimo di cultura materiale, di valori e tradizioni. Possiamo oggi felicemente smentire l’amara previsione. Le generazioni successive invece hanno raccolto il testimone e dimostrato contrario: la resistenza di quelle memorie, la forza di coesione che esercitavano nel tenere assieme identità familiari e comunitarie. E’ indubbio che l’approvazione della legge 92 -2004 sulla Giornata del ricordo abbia funzionato da mallevadore rendendo sempre più palese il ruolo svolto dell’associazionismo degli esuli nel lungo dopoguerra, nella conservazione, codificazione, trasmissione generazionale delle memorie che si erano riprodotte oltre, esprimendo una forte domanda di istituzionalizzazione e ritualizzazione. E’ divenuto evidente come una pluralità di forme associative avesse ricreato comunità ideali, di individui affini ma non conviventi, che avevano adottato politiche della memoria in gran parte omogenee, funzionanti da collante tra le generazioni e i gruppi e da riferimento per i singoli che vi ricercavano riscontri al proprio ricordo ed al proprio personale sentire. Questi quadri della memoria erano divenuti tradizione orale e genere letterario, capaci di orientare l’interpretazione degli eventi, l’azione e la promozione culturale. Con la giornata del ricordo l’esodo acquistava centralità nel campo del pubblicamente memorabile per la nazione, si proiettava lontano dal vecchio confine orientale nel gran mare della cultura di massa, con forza proporzionale ad una valorizzazione politica e mediatica. Nel nuovo scenario, caratterizzato da un decisivo mutamento delle coordinate della memoria pubblica, da un nuovi linguaggi e nuove platee, la mobilitazione culturale si è tradotta in dissemination di una letteratura variegata, di spettacoli, film, mostre, sussidi didattici. Al tempo stesso, il binomio foibeesodo e il suo uso ipertrofico si saldavano nel senso storico comune del paese, eclissando la storia precedente e una miriade di altri accadimenti, condizioni e motivazioni dell’esodo che la storiografia precedente aveva già indicato. Fu un fascio di esodi con tempi e modalità diverse, accomunati a priori da analoghe spinte espulsive – oppressioni e condizioni di invivibilità nei luoghi d’origine – e a posteriori nelle conseguenze: la pratica scomparsa di una civiltà particolare da secoli radicata in Istria – anello forte di congiunzione e incrocio anche conflittuale tra mondo latino e slavo – che aveva saputo abbinare le culture contadine con le identità cittadine, con le lingue dell’industria della marineria e del commercio. Nonostante gli storici locali si affannassero ad analizzare, dimensionare, contestualizzare, il binomio foibe-esodo diveniva principale chiave interpretativa per spiegare l’abbandono in massa da parte degli italiani. L’uso delle foibe come arma di lotta politica e come sintesi estrema non è certo nuovo: sin dal ‘43 enuclearono le temibili possibilità cui si sarebbe andati incontro con un cambiamento di regime. Rappresentando l’estensione alla Venezia Giulia di una modalità di controllo del territorio in Jugoslavia già collaudata con eliminazioni di massa, gettarono il seme della paura in un momento in cui era ancora incalcolabile la successiva ferocia dell’occupazione tedesca. Continuarono poi a rappresentare la mancanza di tutela cui la popolazione italiana si sentiva esposta, con la densità propria degli archetipi enuclearono l’angoscia per il ribaltamento delle gerarchie, l’avversione per un potere arbitrario e feroce ma non tanto autorevole da esibire le sue condanne, la paura dell’annullamento individuale, comunitario, nazionale. Ipertrofie e rimozioni. In tale prospettiva si può immaginare quale rilevanza poteva assumere il tema dei rimasti: una nota a piè di pagina o – peggio – assimilati agli occupanti slavostellati e infoibatori. Ipertrofie e rimozioni: nel senso storico comune degli italiani, man mano che ci si allontana dalle vecchie frontiere è sempre meno chiara la permanenza sul territorio sloveno e croato di comunità italiane autoctone. Ancora oggi la stessa dimensione di massa del turismo sulle coste, raramente comporta acquisizioni sulla storia del ‘900; le rimanenze d’ italianità paiono in qualche modo fissate ai luoghi d’origine nei tempi remoti, a Venezia, al mito della Serenissima. Qui, nel lungo dopoguerra, proprio l’oblio dovette aiutare i rimasti a imparare a vivere nei termini di normalità l’anomalia del passaggio da una condizione egemonica a quella di minoranza, duplice minoranza: rispetto alla scelta maggioritaria dell’esodo e come minoranza nazionale nella Jugoslavia di Tito. Le memorie restarono prevalentemente chiuse nell’ambito familiare e non osavano contrastare versioni ufficiali che non tolleravano antagonismi, che avevano rimosso persino il termine esodo dal discorso pubblico: se era necessario parlarne, si usava il termine di optanti o migranti. Solo ristretti gruppi di scrittori e intellettuali furono capaci di ragionare in termini di salvaguardia, di mantenere legami con l’eredità di un passato che andava rivisitato ma non cancellato. Nel lungo dopoguerra più che memorie divise per esuli e rimasti si è potuto parlare di memorie antagoniste: violenze, lutti, tradimenti, e lacerazioni familiari costituirono un lutto complicato da elaborare, capace di coinvolgere più generazioni. A fronte della crisi delle comunità originarie e frantumazione dei vecchi sistemi di relazione fu la politica a riaggregare, sulla linea di una fondamentale semplificazione e separazione da guerra fredda, con esuli e rimasti divisi da filo spinato, antagonisti rispetto al primato delle ragioni e del dolore. Questo è uno dei lasciti più penosi del dopoguerra e specifici di questo nostro nord-est. L’Istria, nel lungo dopoguerra, per molti esuli non fu sull’altra sponda adriatica, ma un continente lontano. Nonostante in una dimensione privata, alcuni mantenessero relazioni oltreconfine, in termini di corrispondenza ma anche di aiuti, provvidenziali per chi era rimasto in una desolata miseria, sulla scena pubblica i mondi dell’italianità istriana restavano drasticamente divisi. Eventuali iniziative dirette a ristabilire rapporti in qualche modo ufficiali sembravano artificiose quanto l’infelice tentativo di ricongiungere le membra di un corpo che comunque non avrebbe ripreso vita. Le rappresentazioni vicendevoli ripercorrevano le linee di demarcazione politico-culturale della guerra fredda, ritraendo l’altra parte come politicamente invischiata nella propaganda della destra italiana o slavo/comunista. Storiografia Oggi il progressivo allontanamento da schemi e postazioni interpretative del dopoguerra è palese nella storiografia, perlomeno in quella scientifica. Determinismi, semplificazioni ideologiche e nazionali, si sono rivelati inefficaci a cogliere società complesse come quelle di frontiera. La maturazione e la stratificazione di una consistente mole di studi specifici sull’esodo ha portato ad una buona ricostruzione fattuale delle sue dinamiche e ha potuto fondare un approccio comparativo con altre realtà europee. Molti studi sono venuti da un contesto transfrontaliero di collaborazione tra studiosi attraverso commissioni, convegni e progetti interreg. Nell’ultimo ventennio un ventaglio di approcci metodologici interdisciplinari – dalla demografia storica all’antropologia – oltre a quelli della storia politica e sociale ha irrobustito e diversificato il quadro interpretativo. L’inserimento dell’esodo dei giuliano-dalmati nel grande tema dei trasferimenti diversamente forzati di popolazione nel secondo dopoguerra ha mostrato le articolazioni locali di una serie di processi di semplificazione etnica, quantomeno del ‘900. C’è stato un buco nero nella memoria europea del dopoguerra che ha riguardato circa venti milioni di persone, variamente obbligate a trasferirsi, (gruppo etnico maggiormente coinvolto fu quello tedesco dell’Europa centrale, orientale e sudorientale) le loro esperienze e memorie rimasero escluse dalla formazione di una memoria collettiva nel corso dei processi di ristabilizzazione post-bellica. E’ chiaro che anche il paradigma risentito vittimistico è da comprendere nel suo senso storico, come compare dalle ultime generazioni di ricerche, per le quali solo recentemente si sono interpellati i protagonisti. In tal senso anche il giorno del ricordo ha avuto i suoi meriti: appare non solo come una rituale commemorazione ma una reiterata spinta alla consapevolezza civile e al progresso della conoscenza storica anche fuori dalla nostra area. Non siamo noi ad aver rimosso e dimenticato l’esodo, né potremmo, ma sappiamo che man mano che ci si allontana dal vecchio confine orientale diventano sempre più labili le conoscenze sulla nostra storia, troppo complicata, ancora in dolorosa tensione ed esposta ad usi pubblici fuorvianti. Vedo qui sulla pubblicazione che ci è stata data dall’Associazione Giuliani nel mondo una bella fotografia delle rive triestine e una bella frase: “Ci sono luoghi dove troppa storia ha avuto a disposizione troppo poca geografia”. Rispetto a questa “troppa storia” si è levata una domanda nazionale a seguito del giorno del ricordo; ci ha portati a girare per l’Italia, incontrando studiosi e scolaresche, divulgando storie e memorie lunghe – dalla prima guerra mondiale al nostro anomalo secondo dopoguerra. Molte narrazioni pubbliche riferite all’esodo si focalizzano invece sul breve periodo 1943-45 come se nulla fosse successo prima e nulla dopo. Storiografia e memorialistica non bastano. Il Giorno del ricordo ci ammonisce che ricordare le tragedie del passato non basta se non è accompagnato dall’esercizio di puntuali responsabilità culturali, politiche e sociali. Esso si colloca sullo snodo cruciale di diverse competenze: coltivare conservare la memoria che è compito delle associazioni, studiarla e analizzarla alla stregua di altre fonti che è il mestiere degli storici, se vogliono guardare al passato in tutta la sua complessità, senza ridurlo a vuote sintesi purchè condivise. Ma è compito della politica andare oltre la memoria e progettare il futuro, attingendo dalle eredità del passato ciò che può essere utile a formare identità miste e consapevoli in una società multiculturale, nella quale delle vecchie ideologie si usa solo ciò che può tornar utile nei progetti di contaminazione e di scambio.

 

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