Dante exul immeritus e testimone dell’italianità adriatica

dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, in collaborazione col Comune di Verona, si è aperto, nel rispetto delle norme anticovid, nell’Auditorium del Palazzo della Gran Guardia con gli interventi istituzionali del Sindaco, Avv. Federico Sboarina e del Prefetto di Verona Dott. Donato Cafagna, l’intervento della Presidente del Comitato di Verona ANVGD, Prof.ssa Loredana Gioseffi. A concludere, l’intervento videoregistrato del Presidente del Consiglio Municipale di Pola, Avv. Tiziano Sosic, Console Onorario d’Italia e autorevole rappresentante della minoranza italiana.

Oratore ufficiale il Prof. Davide Rossi, docente di Storia, presso l’Università di studi di Trieste, che ha tracciato un approfondito profilo degli eventi storici del confine orientale per cedere poi la parola ai testimoni oculari dell’esodo, signora Anna Rismondo, esule da Rovigno e signora Marina Smaila, esule da Fiume.

Lo svolgimento del programma si è quindi incentrato sulla figura di Dante per onorare la ricorrenza del VII Centenario dalla morte del Sommo Poeta, condannato immeritatamente all’esilio perpetuo e ospitato a Verona con grande generosità dalla ricca e potente dinastia degli Scaligeri, come furono ugualmente accolti in terra veronese, secoli dopo, gli esuli giuliano-dalmati.

Numerose furono le famiglie di esuli istriani, fiumani e dalmati che, sopravvissuti alla spietata pulizia etnica titina, privati dei loro beni e dei loro affetti, costretti all’esodo dalle loro terre d’origine, si stabilirono nella città scaligera e nella sua provincia dove riacquistarono la libertà per diventare testimoni dei valori della pace, della democrazia, degli ideali di patria, pur nella sofferenza e nell’amarezza dell’esilio e nel rimpianto della terra natia a cui li legherà per sempre un amore sconfinato.

La Presidente del Comitato di Verona ANVGD, Loredana Gioseffi, ha quindi condotto la Commemorazione di Dante commentando alcuni passi significativi della Divina Commedia, recitati dall’attore Lorenzo Damiani della Scuola del Teatro Nuovo della Città scaligera. La voce recitante è stata accompagnata dall’esecuzione di alcuni brani musicali e dalla proiezione d’immagini, inerenti ai contenuti proposti, curata da Paolo Plazzi.

Dante, l’esperienza dell’esilio e l’esperienza poetica

Gli Italiani, verso Dante, dovrebbero avere un indiscutibile motivo di riconoscenza, a prescindere dal valore della Sua poesia, quello di aver nobilitato il Volgare e di averlo elevato a dignità letteraria, dimostrandone le straordinarie capacità espressive, dalle più realistiche alle più delicate e sfumate.

Gli Italiani divennero tali perché la lingua di Dante divenne a poco a poco la lingua di tutti e fu un potente elemento unificatore delle genti della nostra Nazione.

Onorare Dante significa non solo proporre i versi e la poesia del massimo esponente della cultura del suo tempo, ma anche riconoscergli di essere stato l’artefice dell’unità culturale del nostro Paese.

Il secolo della grande fama di Dante fu l’Ottocento, quando i romantici lo riscoprirono come poeta e gli artefici del Risorgimento, da Gioberti a Cesare Balbo, da Mazzini a Cavour, lo presentarono come il profeta dell’Unità d’Italia e il Padre della Patria. Sorse allora per Dante un vero e proprio culto e tutte le città e i paesi d’Italia gli dedicarono le loro piazze e le loro vie più belle. A Verona nel 1865, nella ricorrenza del VI centenario dalla nascita di Dante, sfidando la censura austriaca, si collocò nella Piazza dei Signori una statua in onore del Sommo Poeta, che ancor oggi tutti possono ammirare.

Dopo le guerre d’Indipendenza, a Trento, Trieste, Pola, Fiume, Zara, terre ancora irredente, furono promosse in onore di Dante molteplici iniziative culturali, s’innalzarono statue e busti e si diffusero ovunque riferimenti toponomastici in Sua memoria. Una vera e propria passione dantesca.

La Società Dante Alighieri, sorta su iniziativa dell’irredentista triestino Giacomo Venezian e fondata nel 1889 da un gruppo di intellettuali guidati da Giosuè Carducci, svolse un ruolo importantissimo nel sostenere la salvaguardia e la promozione della lingua e della cultura italiana nelle province irredente ancora soggette al dominio asburgico. Con queste finalità la prestigiosa Società Dante Alighieri si diffuse successivamente a livello mondiale.

Onorare Dante significa anche riconoscere l’attualità della sua poesia e la poesia di Dante sarà sempre attuale per chi pensa che essa debba rispecchiare i problemi della realtà umana nella molteplicità dei suoi aspetti e ritiene che il compito del poeta sia anche quello di essere una guida dell’umanità, illuminandola sui valori fondamentali della civiltà e facendosi banditore e difensore di essi. Dante non è sfuggito a questo compito. Quando giunse alla piena maturazione spirituale e artistica, egli non concepì la poesia come evasione dalla realtà per rifugiarsi in un mondo idilliaco di immaginazione e di sogno, ma come un mezzo per mettere la sua parola al servizio dell’umanità. E nella storia della propria anima che dalla “selva oscura” del peccato sale, attraverso un faticoso processo di penitenza e di purificazione, alla conquista della libertà morale, egli non rappresenta tanto se stesso quanto la storia dell’umanità nel suo travagliato cammino, trattando i problemi eterni del bene e del male, dell’individuo e della società, della vita e della morte. Il Sommo Poeta quindi, nella Sua attualità è un autentico Maestro di vita.

Il viaggio oltremondano in Dante è l’allegoria di quel processo interiore di purificazione e rigenerazione: rigorosa meditazione sulle colpe dell’uomo, profondo pentimento e convinta adesione ai principi che devono ispirare l’agire umano. Attraverso l’invenzione dell’oltremondo Dante prende la sua veste di poeta e di giudice.

La Divina Commedia è dunque la narrazione di questo prodigioso pellegrinaggio attraverso l’Inferno e il Purgatorio dove a fargli da guida sarà il poeta latino Virgilio che simboleggia la ragione. A guidarlo nel Paradiso ci sarà invece un’anima più degna di lui, quella di Beatrice, la quale gli mostrerà gli spiriti dei Beati e l’infinito splendore di Dio.

La profezia di Cacciaguida

Le profezie sull’esilio sono uno dei temi che scandiscono tutta la Divina Commedia.  E’ il fatto incombente che ha provocato il radicale ripensamento di Dante sulle ragioni della storia e della giustizia umana.

Mentre Dante scendeva nell’Inferno e risaliva il Purgatorio, ha sentito sul suo futuro numerose profezie. Per ricordarne alcune: nell’Inferno, la profezia di Ciacco, punito tra i golosi del Terzo Cerchio, la predizione di Farinata degli Uberti, punito fra gli eretici del Sesto Cerchio e la profezia di Brunetto Latini, suo Maestro, che Dante incontra nel Settimo Cerchio dove sono puniti i violenti contro natura.

Nel Purgatorio la profezia dell’esilio di Corrado Malaspina e la profezia di Oderisi da Gubbio, ma sarà Cacciaguida, trisavolo di Dante, che il Poeta incontra nel XVII Canto del Paradiso, tra le anime di coloro che combatterono e morirono per la fede, a chiarire la somma delle precedenti profezie sull’esilio e a dichiarare la superiore missione del Sommo Poeta che per realizzarsi deve attraversare il dolore. Il dialogo tra i due si svolge in una dimensione di grande affetto.

Cacciaguida ,con parole chiare e senza ambiguità, con tono perentorio, quasi a vincere ogni perplessità di Dante, gli rivela che presto nelle lotte politiche che agitano Firenze, la parte avversaria avrà il sopravvento ed egli sarà condannato all’esilio.

Dante proverà la sofferenza di dover abbandonare tutto ciò che ha di più caro perché questa è la prima piaga inflitta dall’esilio e dovrà sperimentare quant’è salato il pane che si deve chiedere agli altri e quanto è duro salire e scendere come postulante nelle case altrui.

Ma sarà la cortesia degli Scaligeri, Signori di Verona, ad addolcire con rispetto e generosità la condizione dell’Esule fiorentino, il cui primo rifugio sarà presso il “Granlombardo” a Verona, identificabile quasi sicuramente in Bartolomeo della Scala, che gli sarà così benevolo da prevenire ogni suo desiderio. Presso la corte scaligera Dante conoscerà Cangrande, che diventerà poi Signore di Verona, verso il quale il Sommo Poeta, nutrì sempre un riverente rispetto. Un rapporto di profonda gratitudine e stima legò Dante al nobile veneto che lo ospitò per lunghi periodi presso la sua corte con signorile liberalità.

Turbato dalla profezia, Dante chiede a Cacciaguida se tornando in terra non sia meglio tacere o meno le verità scoperte nel suo viaggio oltremondano perché ciò risulterà sgradito ai potenti. Ma tacendo è convinto di venir meno al suo impegno di poeta che, solo, potrà garantirgli eterna memoria.

Cacciaguida lo esorta a raccontare tutto ciò che ha visto senza preoccuparsi delle reazioni altrui, poiché la missione del Poeta è quella di indicare la verità e di essere guida morale per tutti gli uomini.

Dopo questa introduzione sul tema dell’esilio, sono stati recitati i versi 46-99 del Canto XVII del Paradiso tra i quali i famosissimi:

…..      Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.  ………

Versi che esprimono la sofferenza e la dolorosa umiliazione dell’esilio di Dante, esilio che non è soltanto evento tragico e umiliante, ma anche esperienza che s’inoltra nella coscienza con esiti di straziante consapevolezza come hanno dovuto patire i 350000 Italiani, esuli dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia che si sarebbero indentificati nei sublimi versi danteschi sulla drammatica sorte dell’esilio.

La recitazione del passo dantesco è stata accompagnata dalle note di Jules Massenet, “Meditation”.

Inferno, Canto IX Sesto Cerchio – Versi 106 – 133

La recitazione dei versi 106 – 133 ci ha introdotto nella città di Dite dove sono condannati gli eretici e dove si aprono le tombe infuocate da cui escono i lamenti dei dannati.

Il paragone con le necropoli romane di Arles in Provenza e di Pola in Istria, degne di essere eternate nella Divina Commedia, costituisce il fantastico retroterra mondano di un’immagine monumentale e quasi cosmica.

Il Sommo Poeta in questi versi testimonia la romanità e l’italianità dell’Istria nell’indicare il Carnaro, golfo dell’Adriatico tra la penisola istriana sulla cui estremità si trova Pola e la Dalmazia, quale estremo confine orientale dell’Italia, in un’epoca in cui era prematuro parlare di stato o di nazione in riferimento a quest’ultima.

La città di Pola, capoluogo dell’Istria, è sempre stata molto orgogliosa di essere menzionata dal Sommo Poeta nei versi del Canto IX dell’Inferno della Divina Commedia:

…..    Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
sì com’a Pola, presso del Carnaro
ch’Italia chiude e suoi termini bagna,
……

Dante e Pola

Negli scritti di Camillo De Franceschi, illustre storico parentino, leggiamo che non si hanno prove documentali del soggiorno di Dante a Pola, ma nessuno oserebbe limitare la Sua presenza in quei soli luoghi, quattro o cinque di numero, dove lasciò traccia irrefutabile del suo passaggio e della sua dimora. Basta aprire il “Convivio” e leggervi il passo dove il Sommo Poeta, lamentandosi di aver sofferto ingiustamente “pena d’esilio e di povertà” afferma d’essere andato “per le parti quasi tutte alle quali questa – cioè l’italiana lingua – si stende, peregrino quasi mendicando”. Un altro argomento a sostegno della presenza di Dante in Istria si ha anche nel Suo trattato “De vulgari eloquentia” dove, tra i tanti dialetti italiani, il Poeta ricorda anche l’aquileiese e l’istrioto che si parlava nell’Istria meridionale del quale rimangono tuttora le ultime testimonianze a Rovigno, a Dignano e in altri minori centri vicini.

L’indizio principale più sicuro del soggiorno seppur breve di Dante a Pola, ci è dato dai versi del IX Canto dell’Inferno, i quali contengono due precisi riferimenti a realtà note al Poeta perché da lui quasi sicuramente viste: la necropoli romana e il golfo del Quarnaro, confine orientale d’Italia.

Va notato inoltre che la grande necropoli di Arles si trova rammentata più volte nella letteratura medioevale, invece della necropoli di Pola, non è fatta menzione in nessun libro a noi noto, anteriore a Dante, il quale fu il primo a ricordarla. Il fatto che Dante rappresenti così identico alla realtà uno spettacolo straordinario mai visto, basterebbe da solo ad ammettere quasi certa la Sua presenza a Pola. Non meno espressivo è l’accenno al Quarnaro nella medesima terzina del Canto IX dell’Inferno.

“Pola presso del Carnaro”, due nomi allora oscuri o per lo meno per chi non avesse navigato per l’Alto Adriatico. Basterebbe questa semplice individuazione fatta da un fiorentino del Trecento, sia pure un dotto geniale della portata di Dante, a farci intravvedere in lui un conoscitore personale di Pola e dell’Istria, di cui dimostrò di possedere cognizioni dettagliate e precise.

Paradiso – Canto XXXIII – Preghiera di San Bernardo alla Vergine Maria – Versi 1 – 45.

Il Canto XXXIII del Paradiso inizia con la Preghiera di San Bernardo alla Vergine Maria. Il pellegrino Dante è giunto nell’Empireo e, accompagnato da San Bernardo, si accinge a godere dell’ultimo e più alto privilegio: la visione di Dio.

San Bernardo si rivolge a Maria con unapreghiera e Le chiede di intercedere affinchè Dio conceda a Dante di sollevare lo sguardo verso la Sua Luce.

La preghiera che S. Bernardo rivolge alla Vergine si divide in due parti: la prima è un canto di lode, pervaso da un tono solenne che culmina nei versi in cui si afferma che la Vergine è la personificazione di tutte le bontà umane. La seconda parte è una vera e propria orazione attraverso la quale il Santo chiede alla Vergine di concedere a Dante la grazia di vedere Dio.

La Commemorazione del Giorno del Ricordo 2021 si è conclusa con la recitazione dei versi sublimi di questa preghiera che è stata dedicata ai figli d’Istria, Fiume e Dalmazia, Italiani per stirpe, lingua e cultura, martiri nelle foibe, onorando in tal modo la Loro Memoria.

La recitazione di questo sublime passo dantesco che conclude la Terza Cantica del Paradiso è stata commentata musicalmente dalle note dell’“Ave Maria” di Charles Gounod.

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