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Dacia Maraini: Tito sbagliò sulla rivolta di Budapest (Voce del Popolo 19 mag)

ZAGABRIA – Una storia che, attraverso gli occhi di una giovane ragazza, affronta gli abissi dei totalitarismi del Novecento: è questa, in due parole, la cornice del romanzo di Dacia Maraini “Il treno dell’ultima notte”, la cui versione in lingua croata (Vlak posljednje noći), edita per i tipi dalla Disput zagabrese, è stata presentata alla libreria Profil Megastore di Zagabria, nell’ambito della Fiera internazionale del libro. L’opera, tradotta da Irena Skrt, è stata illustrata al pubblico in un’evento organizzato con l’apporto dall’Istituto Italiano di Cultura della capitale croata, all’interno delle Serate della cultura italiana. A parlare del romanzo, insieme all’autrice, sono stati Iva Grgić Maroević, italianista e professoressa all’Università di Zara, e Damjan Lalović, critico letterario e traduttore.

Dacia Maraini è oggi una tra le più conosciute scrittrici italiane e probabilmente la più tradotta nel mondo, autrice di numerosi romanzi di successo spesso vincitori di premi, piéce teatrali e poesie. La sua fama è dovuta, inoltre, anche al suo spiccato talento come critico, al suo impegno sociale e alla sua attività di pubblicista per il quotidiano “Il Corriere della Sera”. Si è dedicata e continua a dedicarsi al teatro, che vede come il miglior luogo per informare il pubblico su specifici problemi sociali e politici.

In occasione della sua presenza a Zagabria, Dacia Maraini ci ha gentilmente concesso una breve chiacchierata.

Qual è la trama de “Il treno dell’ultima notte”?

“Racconta la storia di una giovane giornalista toscana, Amara, che nel 1956, in piena guerra fredda, riceve dal suo direttore l’incarico di andare a visitare l’altra parte della Cortina di ferro, per descrivere la vita quotidiana, vista in prima persona. Un viaggio nella Germania dell’Est e in altri Paesi, sui binari del treno che la porterà da Auschwitz a Cracovia, da Vienna a Budapest nel bel mezzo della rivolta popolare contro l’oppressione sovietica. Sono tutti territori che la guerra fredda ha diviso tra Est e Ovest, segregandoli con muri, fili spinati e soldati armati di fucile. Amara, però, approfitta di questo viaggio per un motivo più personale, per intraprendere una difficile ricerca. Vuole, infatti, ritrovare le tracce di un bambino che era stato il suo compagno d’infanzia, amico che aveva amato molto, con cui aveva condiviso i più dolci ricordi della tenera età. Il bambino, ebreo, era stato vittima delle leggi razziali, prima rinchiuso in un ghetto per soli ebrei e poi deportato, nel 1943, chissà dove. Amara sospetta che sia finito in un campo di sterminio nazista. Ed ecco il tragitto di questa ragazza attraverso i campi di sterminio in Polonia, alla ricerca di qualche indizio del suo amico d’infanzia”.

Il nome della protagonista, Amara, da dove nasce?

“È un nome simbolico. Non è che l’ho messo io spontaneamente. Mi è stato suggerito da uno dei personaggi, il padre della ragazza, che viveva in tempi veramente amari, poiché era un antifascista convinto, nel periodo in cui il regime era più becero e violento. Quando nasce la piccola, d’accordo con la moglie, la chiama semplicemente Amara”.

“Il treno dell’ultima notte” narra dei regimi totalitari come il fascismo, il nazismo e il comunismo. Qual è il suo pensiero sul regime di Tito in Jugoslavia?

“Per quello che ne so, la dittatura di Tito è stata molto diversa dalle altre per la personalità straordinaria del Maresciallo, che aveva questa capacità di tenere insieme dei popoli completamente diversi e anche di opporsi a quello che era lo stalinismo più efferato. Però nello stesso tempo, quando si è trattato della rivolta di Budapest, Tito ha avuto un atteggiamento favorevole allo schiacciamento del popolo ungherese e all’invasione dei carri armati sovietici. Questo è certamente un fatto molto triste, perché il popolo ungherese si era battuto per la libertà, e in quel momento Tito si mise dalla parte del più forte”.

Dacia Maraini è nata a Fiesole nel 1936; il padre, Fosco Maraini, era un famoso etnologo autore di libri sul Tibet e sul Giappone. Dal 1943 al 1946 conosce l’esperienza di un campo di concentramento in Giappone dove risiedeva insieme alla sua famiglia. Il suo primo romanzo, “La Vacanza” (1962), ottiene subito un notevole successo. Negli anni ‘60 e ‘70 è la compagna dello scrittore Alberto Moravia e compie con lui numerosi viaggi. Nel 1990 scrive il romanzo “La lunga vita di Marianna Ucrìa”, vincitore del premio Supercampiello, sicuramente il suo libro più conosciuto e tradotto nel maggior numero di lingue. (gian)

 

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