Come Mussolini immaginava Trieste

Il profilo di Trieste ha conservato, nei suoi caratteri essenziali, il profilo di una città ottocentesca, imbevuta di neo classicismo, una spruzzata di liberty e ovviamente tanto, tanto eclettismo. Tutto ciò avrebbe però potuto cambiare radicalmente tra gli anni Venti e Trenta del novecento, quando Trieste fu interessata dall’azione del ‘piccone risanatore’ che tutto abbatteva e tutto distruggeva per costruire un mondo (architettonico) nuovo.
Preda di guerra del conflitto mondiale appena concluso, città-simbolo delle sofferenze di cinque anni di guerra, porta sprangata d’oriente: il regime fascista era ben consapevole di quale ruolo rivestisse Trieste all’interno della ‘sacralità laica’ del nuovo governo.
Il carattere essenzialmente angusto di Trieste, compresso tra l’entroterra carsico e il mare, difficilmente si prestava a quei larghi viali, a quelle monumentali vedute perseguite dal Regime: il cambiamento doveva essere radicale, stravolgere il tessuto cittadino.
Se Roma, attraverso una devastante opera di chirurgia edilizia, sarebbe dovuta diventare la capitale del Mediterraneo, Trieste a sua volta sarebbe divenuta la Roma d’oriente. La visione fascista considerava la città come l’ultima fortezza ‘sul confine’, a difesa di una civiltà latina contrapposta ai popoli slavi.
Il progetto d’altronde sembrava timidamente ben avviato, facilitato dalle precedenti opere edilizie: era stato costruito il Faro della Vittoria (24 maggio 1927), la Stazione Marittima (28 ottobre 1930), frutto di una collaborazione tra Umberto Nordio e Giacomo Zammattio e il Palazzo della Giustizia (1929), i cui lavori risalivano ancora a prima del conflitto mondiale.

Eppure la ricostruzione edilizia non ebbe luogo a Trieste come in altre città italiane; si demolì e si costruì molto, ma essenzialmente il carattere ottocentesco della città non venne toccato.
L’azione del regime, per quanto radicale nei suoi approcci e nelle sue conseguenze sulla popolazione, non intaccò l’eterogeneità di Trieste. Anzi, attraverso un’involontaria applicazione dell’eterogenesi dei fini, l’incompiuto intervento architettonico fascista accentuò ancor di più il carattere disomogeneo ed eccentrico della città. La progettazione del Mercato Coperto, attraverso la realizzazione di Largo Barriera, rappresenta tutt’oggi il miglior esempio di un intervento arrestatosi a metà; tutt’oggi è un luogo incompleto, una piazza che ancora attende di essere completata. La definizione toponomastica di Piazza Impero durò infatti solo per i cinque anni del conflitto mondiale.
Il direttore dell’Ufficio Tecnico Comunale Vittorio Privileggi completò la sistemazione del colle capitolino e del Teatro Romano; e naturalmente venne costruita, con il concorso del 1934 e la posa della prima pietra nel 1938, la ‘Casa del Fascio’ dell’architetto Battigelli.
Nonostante la progettazione venisse calata dall’alto, senza possibilità di coinvolgimento dei cittadini, rimane curioso osservare come venisse dispiegata un’imponente opera di propaganda: le vetrine dei negozi, gli interni del Tergesteo e il Palazzo della Borsa esponevano tutti i plastici e i disegni della ‘FantaTrieste’, della città del futuro.
Eppure, alla fin fine, Trieste si salvò dagli scempi modernisti di altre città; se la Roma papalina medievale e cinquecentesca scomparve sotto le ruspe, Trieste conservò il suo volto di città ottocentesca.
Come mai? La Sovrintendenza alle Belle Arti e ai Monumenti intervenne per salvare il palazzo di Galleria Rossoni; e in qualche occasione limitò le distruzioni del periodo. E naturalmente, mancarono i fondi: era iniziata la seconda guerra mondiale e ancor prima quella d’Etiopia; i soldi romani vennero spesi altrove.

Ma come sarebbe apparsa Trieste, se Mussolini avesse avuto mano libera nella rimodellazione della ‘Roma d’Oriente’? Quale distopico volto avrebbe esibito ai cittadini?
Il primo compiuto progetto venne elaborato dall’architetto e pittore Ramiro Meng; uomo disinteressato all’ideologia fascista, ma inevitabilmente attratto dalla possibilità di compiere un’opera ‘grande’, titanica. Meng aveva infatti origini svizzere ed era nato ai tempi della Trieste austriaca. Grande studioso della storia, aveva un’ottima formazione per quanto concerne il ‘dettaglio storico’; si era anche interessato degli scavi per il Teatro Romano di Trieste. Il modello era pertanto antico, il ‘nuovo’ era tale solo se ritornava ai fasti di una mitica Tergeste.
Si partiva, per Meng, dalla cima del colle di San Giusto, discendendo poi al cuore della città, ovvero la ‘Casa del Fascio’, odierna Questura. Le principali strade cittadine convergono tutte su questo punto focale, con un’importante arteria costituita dall’asse che andava dalla Stazione Centrale, a Piazza Oberdan, a Piazza Impero.
Sarebbero state dunque abbattute le case sul lato destro di Corso Italia, così come i vecchi edifici tra il Municipio e la ‘Casa del Fascio’. Il canale sarebbe stato a sua volta interrato completamente e nel Borgo Teresiano tutti gli edifici non allineati alla griglia preesistente, ad angolo retto, sarebbero stati abbattuti.
Il delirio architettonico di Meng raggiungeva il suo culmine con una Piazza della Caserma/Oberdan irriconoscibile: al centro era stato infatti posizionato un ‘Palazzo delle Corporazioni‘ dalle dimensioni gigantesche. Il disegno mostra statue, colonnati e ingressi con quarti di sfera decorati a botte che ricalcano il Vaticano (la ‘Roma d’oriente’). Ma lo sguardo rimane attonito scorgendo quella che sembra un’altissima torre circolare, sulla cui sommità sarebbe stata posizionata la statua di Guglielmo Oberdan. I bassorilievi sulla torre/colonna traiana e l’atmosfera generale riprendevano una stilizzata latinità, ma ironicamente la ‘nuova’ piazza Oberdan di Meng era molto simile a certe ‘grandezze’ viennesi d’inizio ‘900.

Una rappresentazione del possibile Palazzo delle Corporazioni

Il razionalismo fa invece la sua entrata trionfale durante i progetti di Meng redatti nel XIV anno fascista (1936); l’impronta abbandona ogni elemento storico e si fa pura astrazione, abbandonando quell’impronta umana che ancora abbondava nel progetto precedente.
Guardando i disegni, viene da interrogarsi se siano edifici per uomini o insetti; critica beninteso che si può muovere a tutta l’architettura del periodo, al di là del governo e del regime di turno.
La ‘Casa del Fascio’ è nuovamente il focus del progetto: a confronto con l’edificio attuale, appare una costruzione leggera e onirica, simile ai quadri perturbanti di De Chirico. La casa comprende anche un ingresso monumentale che conduce al sacello contenente le ‘memorie della Rivoluzione’. Anche la zona circostante, da Piazza dell’Unità a Via Roma, sembra costruita per esaltare la ‘Casa del Fascio’.
Il cambiamento maggiore è stavolta concentrato nell’area di Città vecchia e San Giusto. L’ara pacis del 1929 e il Monumento ai caduti del 1934 infatti vengono connessi al Teatro Romano con una successione di gradinate monumentali. Sarebbero state cancellate tutte le case del colle di San Giusto, da Citta vecchia all’ex ghetto, con un unico deciso colpo di penna: il colle si sarebbe infatti presentato come un’unica, grande, area verde piena di monumenti commemorativi, in maniera non dissimile da un gigantesco cimitero. Un culto dei morti sotto steroidi, una necropoli di città.

Fonti: La ‘FantaTrieste del regime’, in La Bora, Anno II, n. 2, febbraio 1978
Jonathan Meades, Ben Building: Monuments, Modernism and Marble, BBC4, documentario

Zeno Saracino
Fonte: Trieste News – 15/10/2022

 

 

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