ballarinlussingrande

Ballarin (ANVGD) intervistato da “La Voce del Popolo” – 16set13

LUSSINGRANDE Antonio Ballarin, un’altra volta a Lussingrande, nell’isola del padre, per parafrasare Stuparich e la sua indagine sulla ricchezza delle radici, “terra mia e non mia, che m’ha cresciuto e sempre m’abbandona” scriverà il poeta fiumano Ramous, esule in casa. Riflessioni che sono anche nel pensiero di Ballarin, e non solo perché ricopre l’alta carica di presidente dell’Associazione Nazionale Venezia-Giulia e Dalmazia, ma perché è sua abitudine interrogarsi sulle vicende del ‘suo mondo’.

Negli ultimi anni, a dire il vero, una realtà mutata, in che modo?

“Molti, soprattutto i potenti, pensavano che le vicende umane legate alla nostra storia ed a quella dei nostri genitori che hanno vissuto l’esodo, la stagione delle foibe, quella dei campi profughi, le discriminazioni di ogni sorta subite in Italia e nella terra da cui proveniamo, si sarebbero concluse con l’ultimo nostro anziano che se ne va. Ed invece così non è. In questi anni, le nostre comunità di esuli, anziché diluirsi e perdere forza, sono cresciute nell’impegno per la rinascita di un positivo senso di appartenenza e di italianità, largamente in disuso. Vedi l’esempio di Grosseto, di Foggia, di Cagliari, di La Spezia. E altre stanno nascendo, come Pavia e Lucca. Insomma, l’Associazione cresce, ne ho la precisa percezione, sia per numero di presidi territoriali, sia per numero di associati, nonché per le aumentate relazioni con altre associazioni, fondazioni, strutture, che ruotano intorno alla nostra realtà”.

Qual è, a suo parere, la molla che ha prodotto questa inversione di tendenza?

“Innanzitutto la Legge che nel 2004 ha istituito il Giorno del Ricordo, che è diventata un volano di indiscussa importanza. La Legge è andata ad alimentare quella capacità del nostro popolo di fornire consistenza ideologica e sostanza operativa alla sua dimensione. Abbiamo posto in opera convegni, presentazioni, lezioni, eventi e quant’altro, presso scuole, istituzioni, sedi culturali, centri sociali e comunità di ogni genere, senza mai lasciarci intimidire da coloro che, ancora oggi, negano, minimizzano o giustificano l’esodo ed il periodo delle foibe. La nostra storia è sconosciuta nel mondo, sia vicino che lontano, tuttavia, quando la si racconta, basandoci su dati e fatti storici, scientifici, magari espressi da autorevoli ed imparziali personalità, ci ritroviamo circondati da un inevitabile entusiasmo ed una simpatia umana per le nostre istanze. Finalmente abbiamo potuto denunciare e colmare le lacune che ad arte sono state introdotte nei testi scolastici in Italia, tutti tesi a cancellare, sistematicamente e con premeditazione, la nostra storia (a breve uscirà un volume che mette in luce, in maniera analitica, anche questa operazione). La gente sta capendo sempre più che la vicenda giuliano-dalmata appartiene alla storia italiana e non è semplicemente un fatto ‘regionale’. Poi ci sono meccanismi interni che determinano l’allargamento della nostra Associazione: i contatti diretti facilitati dal mondo di Internet, che permettono di ricompattare il nostro mondo; l’affiliazione dei discendenti dei protagonisti dell’esodo e di tutti coloro che si dimostrano sensibili alla nostra vicenda tanto da considerarla parte della loro cultura”.

Questo mondo eterogeneo riesce a convivere?

“È un cosmo diversificato e variopinto dove c’è posto per tutti. Dove inevitabilmente non manca la dialettica. Dove trovano dimora personaggi di destra, di sinistra, andati, rimasti, gente di ogni tipo. Insomma, un popolo a tutti gli effetti, in cui la diversità di opinioni non è un cancro, tutt’altro, è una fonte di riflessione, un dibattito interno, che converge sull’unico punto che veramente importa: l’amore per la nostra terra, poiché questa, un concetto fisico non ideale né idealizzato, è il nostro vero punto di unità”.

Ciò significa avere obiettivi ben definiti. Quali?

“Il riconoscimento dei nostri diritti ancora oggi negati e la loro proposizione entro ambiti sensibili alle istanze sollecitate dal rispetto dei diritti umani. Spiego: il 1.mo luglio la Croazia è entrata a far parte della UE con una grande festa celebrata nelle sedi istituzionali dell’Unione, il 2 una delegazione ANVGD, da me guidata, è stata invitata al Parlamento Europeo di Strasburgo. Volevano conoscerci, capire 60 anni di silenzio della politica italiana sulle tematiche che ci riguardano. C’è stato un colloquio franco con alti esponenti del Parlamento Europeo che saranno al nostro fianco in futuro. Come Minoranza chiediamo: una relazione stabile con il Parlamento Europeo al fine di proteggere e difendere i nostri diritti in Italia, Slovenia e Croazia; il ‘diritto al ritorno’, da sviluppare insieme per dargli consistenza e fattibilità. Non vogliamo essere trattati da stranieri nei luoghi da cui siamo dovuti andare via, per dare una risposta civile ed alta alla sofferenza subita.

Il diritto a rientrare in possesso dei beni ingiustamente sottratti, eventuali facilitazioni all’acquisizione di beni equipollenti, e non solo truffaldini risarcimenti erogati con fatica in tanti anni. Il diritto a seppellire degnamente chi ancora giace nei luoghi dei massacri. Il diritto al bilinguismo laddove vive la minoranza italiana in Slovenia e Croazia, il rispetto della toponomastica originale nei nostri luoghi storici lungo tutto l’Adriatico orientale, perché quei nomi costituiscono il patrimonio di duemila anni di civiltà”.

Crede che l’allargamento dell’UE alla Croazia possa facilitare questo processo di superamento dei nostri nodi storici del Novecento?

“L’entrata della Croazia in UE chiude un ciclo perverso di odi e di inimicizie che hanno caratterizzato il secolo che ci lasciamo alle spalle. Abbiamo pagato molto per mantenere la nostra identità, è giusto che ora i diritti vengano rispettati in un mondo sovranazionale come quello europeo al quale denunciare le azioni discriminatorie. La nostra speranza, e lo dico come membro di un Popolo decaduto, nell’arco di un secolo e mezzo, dai fasti della dominazione culturale, artistica ed economica all’inferno della persecuzione, della ghettizzazione e della minimizzazione, è quella di potercene tornare da dove siamo venuti ripopolando le nostre terre con ciò che resta della nostra cultura e della nostra tenacia. Oppure avere riconosciuto il diritto di poterlo fare. Nel caso dovessimo ancora oggi riscontrare azioni discriminatorie nei nostri confronti ci si potrà appellare ad un Parlamento, ad una Commissione, ad un Tribunale che, per nostra grazia, non sono né italiani, né sloveni, né croati. Ecco il nostro ‘entusiasmo’: nessuno mi potrà dire: “voi ‘taliani’ andatevene via”, perché l’Europa è una casa comune. Nessuno mai mi potrà dire: “tu qui non hai diritti”. Certo, l’Europa e l’entrata della Croazia in essa non risolverà magicamente né il problema della nostra esistenza né il problema della nostra identità. A questi ci dobbiamo pensare noi. Lo possiamo fare senza più essere divisi da tre confini. Sarà necessario creare il giusto spirito, ed è esattamente quanto intendiamo fare”.

La crisi economica sta mettendo a dura prova l’UE. Non le sembra che il processo di adesione della Croazia sia stato dominato da una sorta di accelerazione?

“Non vi è alcun dubbio. L’economia oggi domina il mondo. La posizione geopolitica della Croazia, presente sul Mediterraneo e proiettata verso i Balcani, la pone in un ruolo ponte verso le grandi regioni dell’Est Europa e dell’Eurasia. Ma per noi l’entrata nell’UE è all’insegna della ritrovata identità e in tale ottica la questione dello sviluppo economico della nostra gente, nella nostra terra, è un punto chiave. Il popolo dell’esodo può fungere da volano per la rinascita culturale, sociale, spirituale ed economica delle terre che amiamo. Detto ciò, non ha senso indebolire – come nell’intenzione del Governo italiano con la chiusura dei consolati – la presenza delle istituzioni italiane in Istria e Dalmazia. Viviamo un momento storico importantissimo, in cui i nostri esuli possono essere come un ‘innesco’ socio-economico per la vita delle nostre Comunità Nazionali residenti”.

In varie occasioni ha avuto modo di precisare che non le piace la locuzione “rimasti” perché è riduttiva. Come considera il rapporto tra esuli e Comunità autoctone?

 

“L’amore per un’unica terra: è questo il vero collante del nostro rapporto,ovvero un concetto fisico, non ideale né ideologico. La divisione è stata strumento di chi non voleva una nostra presenza forte sulla sponda orientale dell’Adriatico. Ciò vale sia per quello che riguarda il mondo degli ‘esuli’, sia per i ‘rimasti’, nonché all’interno delle singole rispettive comunità. Per cui non è certo con l’affaire Perković che veniamo a sapere che ‘dentro’ le nostre stesse realtà hanno agito e continuano a farlo elementi che soffiano sul fuoco della divisione. La nostra unità è un pericolo per chi non ci ama perché rafforza un’identità, ed una identità coesa rende meno permeabile agli interessi di parte, siano essi politici, oppure tesi allo sfruttamento economico di una Regione dalle caratteristiche uniche, la nostra. Per cui, per chi senza scrupoli vuole trarre vantaggio da un’area geografica come la nostra, ben venga la nostra non-unità.
Se la Terra e l’amore per essa è il vero elemento unificante, le storie e le vicende personali di chi, da un lato, ha patito l’esodo e le foibe e di chi, dall’altro, ha continuato a mantenere una presenza autoctona, sono complicate e diverse tra loro. Come lo sono le motivazioni, o il caso che ha determinato le rispettive scelte componendo un mosaico di tante storie che solo oggi conosciamo in parte. Per esempio, non abbiamo stime di quanti ebbero l’opzione respinta; ne abbiamo conoscenza solo giostrando tra dati e informazioni ufficiose. In ogni caso lo svuotamento di città, paesi e frazioni oscillò tra l’85 ed il 95 per cento. La nostra terra si svuotò. Come se non bastasse, alla caduta del Muro di Berlino, in Slovenia e Croazia presero vita movimenti ultra-nazionalisti che hanno cercato di distruggere ulteriormente ciò che restava della nostra presenza. Ho visto con i miei occhi amputare opere d’arte per cancellare la venezianità di questi luoghi, come la ‘risistemazione’ di cimiteri in cui nel frattempo venivano anche cambiati i nomi sulle tombe, e così via. Con quanta fatica le comunità italiane autoctone hanno cercato di affermare una presenza. Un percorso che caratterizza ora le storie personali di ciascun esule o ciascun membro della comunità autoctona che devono essere accolte con spirito di condivisione, nel reciproco ascolto di ciò che l’altro ha da dire. Non si tratta di non essere dialettici, ma di spostare l’attenzione dalla polemica per vicende del passato alla costruzione di percorsi che guardino alla nostra amata terra, a cosa fare per renderla prospera. Molti esuli come me, di seconda o di terza generazione, indicano una strada semplice e forte, ovvero il ‘dovere morale’ di tornare alle proprie radici il più spesso possibile. A poco a poco, questa generazione di ‘intellettuali organici’ ridiventa punto di riferimento per usanze e tradizioni. Un percorso possibile che è già in atto da diverso tempo. Queste relazioni tra esuli e rimasti possono essere messe a fattor comune e potenziare la memoria e la presenza delle comunità autoctone, secondo una visione in cui la nostra civiltà continui nella storia”.

 

In questo scenario di ampio respiro che Lei descrive sussistono, però, ancora sempre, polemiche tra le comunità degli esuli da un lato e quelle autoctone, come l’ultima cerimonia a Vergarolla. Qual è il suo giudizio in merito?

 

“Si tratta di atteggiamenti sterili e nocivi che fanno il gioco di chi ci vuole deboli, poiché tendono alla nostra divisione. Quella di Vergarolla è una cerimonia importantissima. È stata quella strage ad inoculare la paura definitiva nelle menti delle persone, ed ha dato l’avvio allo svuotamento della città e del resto della nostra terra. Una strage di cui conosciamo mandanti ed esecutori.

Ho letto la cronaca delle celebrazioni di quest’anno, e ne deduco che un Paese è tanto più civile quanto più sa ascoltare il dissenso. Davanti ad una cerimonia, ed alla presenza di tante autorità istituzionali, è impensabile che si ‘inviti ad andarsene’ un gruppo che manifesta silenziosamente esponendo uno striscione e che sventola il Tricolore (simbolo non solo dell’Italia ma anche della Comunità Nazionale).
Inoltre, è amaramente beffardo che ad una manifestazione che ricorda i tragici eventi che diedero il via al nostro esodo, si sentano cori inneggianti a quel regime che fu causa dell’esodo stesso. Piuttosto è necessario dialogare con chi dissente, mettersi in gioco e confrontarsi. Perché di certo la verità farà bene ad entrambe le parti. In ogni caso credo che chi abbia voluto esporre uno striscione con la scritta “giustizia per i ventimila italiani infoibati ed uccisi in Istria, Fiume e Dalmazia” abbia tutto il diritto di poterlo fare, ma che, allo stesso tempo, se proprio quella giustizia la desidera, abbia sbagliato il metodo. Chi davvero vuole giustizia storica, deve coinvolgere la magistratura ad indagare e perseguire gli autori dei crimini e sappiamo bene quanto ciò sia difficile, vista la scarsa attenzione che la nostra causa ha sempre sollecitato. Ma è quella la strada, non ve ne sono altre, non possiamo pensare ad una giustizia fai da te. E non basta, la nostra vera giustizia, quella morale, quella che storicamente ci dà ragione, è non far morire la nostra comunità nei luoghi di insediamento storico, potenziandola e rendendola sempre più prospera. Un simile striscione, se va nella direzione opposta a questa strada, pone ostacoli ed è, seppur veritiero, inutile, massimalista, demagogico. Se poi aumenta la divisione allora è anche distruttivo, costruito ad hoc per indebolire un progetto in cui la presenza autoctona italiana non venga più esclusa. Insomma, non mi sembra un’azione dotata di grande intelligenza”.

 

Quali sono le leve su cui agire per far decollare una rinascita in cui, come dice lei, il popolo dell’esodo funzioni come volano di sviluppo di una terra e della comunità che ancora la popola?

 

“Occorre guardare allo sviluppo economico, culturale e spirituale della sponda orientale dell’Adriatico. È necessario sfruttare questo momento storico in cui i confini non esistono più per avere coraggio e tessere instancabilmente relazioni comuni di interesse concreto, aventi come perno la nostra terra, la sua storia e la sua cultura. Questa nostra regione ha due macro-attività economiche da cui far partire iniziative condivise o condivisibili di sviluppo tra ‘esuli’ e ‘rimasti’. Mi riferisco all’agro-alimentare ed al turistico-alberghiero. Dobbiamo cercare di intraprendere percorsi comuni, magari aiutati dalla stessa Unione Europea, in questi settori, poiché la ricchezza che essi racchiudono è notevole. Organizzarci in maniera coordinata tra chi risiede in Italia e chi vive in Slovenia e Croazia, offrendo ai visitatori pacchetti in grado di raccontare la nostra storia, la nostra cultura, i nostri luoghi, le loro ricchezze e poi, ancora, instradarli alla scoperta dei frutti della nostra terra, il tutto in maniera sistematica, capillare, al di là delle visite standard che già oggi i pacchetti turistici offrono: tutto ciò porterebbe vantaggio alla gente delle nostre comunità autoctone attestando, contemporaneamente, l’esistenza di un’identità che tutti credevano o in via di estinzione, oppure già scomparsa. Il tutto enfatizzando la questione legata alla comunicazione.

Abbiamo tanto da fare. Dal posizionamento del ripetitore (speriamo che sia la volta buona) di TeleCapodistria sul Monte Maggiore, in modo da poter diffondere la nostra lingua, privi della paura di poterlo fare, in Quarnero e Dalmazia, alla costruzione di stazioni locali, non importate dall’Italia, e la progettazione di radio e Web-radio che divulghino cultura, partendo da contenuti che richiamando la nostra storia pubblicizzino attività commerciali e culturali, eventi, saghe, manifestazioni, luoghi cari alla nostra identità”.

È un percorso lungo, “lo abbiamo cominciato ora – conclude Ballarin – sulla spinta di un’Europa che corrisponde alle nostre aspetattive. Qui in questa terra che ha visto soprusi di ogni tipo e ferite ancora aperte, chiediamo che la tutela della nostra identità venga perpetrata con dignità, nella fiducia della costruzione di una casa aperta a tutti, dove la paura di dichiararsi appartenente ad una certa particolare cultura ed identità, piuttosto che ad un’altra, non trovi mai più cittadinanza”.

Intervista di mariano Cherubini su “La Voce del Popolo” del 14 settembre 2013

 

 

 

Il presidente nazionale ANVGD Antonio Ballarin nella sua Lussingrande

0 Condivisioni

Scopri i nostri Podcast

Scopri le storie dei grandi campioni Giuliano Dalmati e le relazioni politico-culturali tra l’Italia e gli Stati rivieraschi dell’Adriatico attraverso i nostri podcast.