lussingrande

Ballarin (ANVGD), i perché del nostro “sì” alla Croazia in UE – 17lug13

Molti non sono contenti della Croazia in UE e posso comprendere quelle perplessità. Provo ad esprimere un punto di vista – necessariamente articolato – che può aiutare la riflessione nostra.

La mia storia personale è molto complicata. Mio bisnonno, sotto l’Austria, fu deportato da Lussino al lager di Katzenau con tutta la sua famiglia, vicino Linz, perché, ovviamente, costituiva un pericolo in quanto di etnia italiana durante la prima guerra mondiale.

Mio padre perse i genitori quando era piccolo, e di lui e di sua sorella se ne prese cura suo fratello, più grande di dieci anni. Dopo l’8 settembre, lo zio, essendo militare della Marina di stanza a Pola e rifiutandosi di andare a combattere con i tedeschi, fu deportati a Dachau. Poi, uscito di là tornò al paese, ma da reduce dell’Esercito italiano, fu messo al corrente da alcuni amici che i partigiani comunisti (per la maggior parte venuti dall’interno e quindi ignoranti – i comunisti locali non sono mai stati più del 2% dell’intera popolazione prima dell’Esodo) lo avrebbero giustiziato.

Optò e se ne venne via con sorella e fratello. La casa di mio padre fu nazionalizzata e loro furono sbattuti in decine di campi di concentramento, ops, profughi. Mia madre, che non veniva lasciata libera di optare e con lei nemmeno due dei suoi fratelli, rifiutandosi nel ’54 di aderire ad una manifestazione obbligatoria per Trieste jugoslava, fu arrestata dalla polizia politica, la famigerata UDBA e fu imprigionata ed interrogata. Dopo la morte del nonno ed appena poté se ne venne via con lo status di rifugiata politica.

Io sono nato al Villaggio Giuliano e la mia vita è stata tutta in salita. Non mi vergogno a dire che la nostra è stata un’esistenza fiera, dignitosa, ma segnata da una grandissima fatica. Insomma, la scelta dell’italianità ci ha segnato non poco, a me come a tutti quelli come me. Né casa, né terreni, né averi, né affetti, né radici, insomma, ci sto mettendo il mio tempo per ricostruire un’identità per tutta la mia famiglia.

Contemporaneamente, dall’altra parte, nella ex Jugoslavia, una parte della mia famiglia continuò a vivere senza la possibilità di venire via. Loro non erano comunisti e spesso si ritrovavano la polizia in casa per mille motivi ma lo scopo era sempre quello: l’intimidazione. Mi ricordo che d’estate, non sapendo proprio dove andare, intraprendevamo un viaggio di ritorno che durava 28 ore, preparato con cura e con trepidazione nei nove mesi precedenti, per piombare in un posto bellissimo, ma dove l’indigenza era ancora feroce, grazie al comunismo di Tito, tutt’altro che dal volto umano o aperto all’occidente.

Stando là, in quei lunghi mesi e ripetutamente nel tempo, ho potuto vedere coi miei occhi, fin da piccolo, ovvero dal 1960 in poi, cosa significava parlare il nostro veneziano in pubblico: venivi fermato dalla polizia, oppure malamente apostrofato (e in alcuni casi aggredito) dalla popolazione più invasata. Amen.

Per contro, se parlavo veneziano a scuola, qui a Roma, venivo fatto oggetto di atti di razzismo, me li ricordo bene e mi fanno ancora male. E chi tali atti li perpetrava non era ragazzino come me, ma era adulto e colto, come i maestri, i professori ed i distinti borghesi.

Lo Stato (non la Patria né la Nazione) ha gestito la causa giuliano-dalmata come sappiamo, e dallo Stato italiano non mi aspetto nulla di buono. Non è successo in passato. Non avverrà nel futuro.

Questa lunga premessa serve per esprimere meglio il concetto da me sostenuto nel comunicato divulgato in seguito all’entrata della Croazia in UE. Mi riferisco alla frase: “chiuso un ciclo nefasto di odi e di inimicizie”. Intendo meglio: sarebbe ora che si chiudessero! Abbiamo pagato molto per un’appartenenza etnica ed ora, con la sovra-nazione europea, speriamo ardentemente di far valere i diritti negati degli esuli (ed anche delle comunità italiane di Istria e Dalmazia come quella in cui è inserita la mia famiglia), semplicemente riferendoci né allo Stato italiano, che se potesse ci spoglierebbe ancora, né allo Stato croato, che per quanto sia, resta nazionalista e se potesse farebbe volentieri a meno di noi tutti, esuli e rimasti, essendo la nostra esistenza una spina nel suo fianco ancora oggi mal accettata.

La nostra speranza, e lo dico come membro e rappresentante di un Popolo decaduto, in 150 anni, dai fasti della dominazione culturale, artistica ed economica all’inferno della persecuzione, della ghettizzazione e della minimizzazione, è quella di potercene tornare da dove siamo venuti ripopolando quelle terre con ciò che resta della nostra cultura e della nostra tenacia.

Oppure avere riconosciuto il diritto di poterlo fare. Non essendoci più frontiere non avremo mai più davanti un muso duro che ci chiederà con cipiglio inquisitorio di stalinista memoria: “dove andate, cosa portate, non parlate, non respirate, questo è nostro e non vostro, voi cani andatevene via, ecc.”.

Non potrà più succedere. E se succedesse ci si potrà appellare ad un Parlamento, ad una Commissione, ad un Tribunale che, per nostra grazia, non sono né italiani, né sloveni, né croati.

Non sarà sfuggito, spero, il fatto che se il 1° luglio la Croazia è entrata in Europa con gran clamore, il 2 noi eravamo in rappresentanza di tutto un popolo invitati dal Parlamento Europeo dove già adesso abbiamo cominciato a martellare su diritto di proprietà, diritto di sepoltura, diritto all’esistenza, tutela linguistica, ecc. esattamente come abbiamo fatto per 60 anni, di qua, senza essere ascoltati. Ci siamo detti: “Cosa abbiamo da perdere? Nessuno mai si è preso cura di noi (tranne rari casi), forse possiamo trovare una strada, percorsa la quale avremo qualcosa di nostro in restituzione per il martirio di tutta un’esistenza”.

Ecco il nostro ‘entusiasmo’: nessuno mi può più arrestare perché sventolo una bandiera italiana nel mio paese (come invece è successo ed ho visto coi miei occhi ad un ragazzino a Lussino nel 2010 durante i mondiali di calcio, non nel 1947, si noti bene). Nessuno mi potrà dire: “voi italiani andatevene via”, perché l’Europa è una casa comune. Nessuno mai mi potrà dire: “tu qui non hai diritti”.

Insomma, l’Italia per noi ha fatto poco o nulla, ma ora siamo noi che possiamo fare bene alla nostra esistenza. E se qualcuno ci uccidesse ancora, forse questa volta potrebbe intervenire una forza armata di pace che non è rappresentata da quell’esercito di marmittoni che dopo l’8 settembre ha tagliato le cime delle navi e se ne è scappato dall’altra parte dell’Adriatico.

Certo, l’Europa e l’entrata della Croazia in essa non risolverà magicamente né il problema della nostra esistenza né il problema della nostra identità. A questi ci dobbiamo pensare noi, ma ci aspettiamo di poterlo fare senza rischiare un’altra volta la vita.

Antonio Ballarin, presidente nazionale ANVGD

 

 

 

Lussingrande, luogo di origine del presidente Ballarin

(foto www.croatia.hr)

0 Condivisioni

Scopri i nostri Podcast

Scopri le storie dei grandi campioni Giuliano Dalmati e le relazioni politico-culturali tra l’Italia e gli Stati rivieraschi dell’Adriatico attraverso i nostri podcast.