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Addio a Evelina Zaccai, “bandiera” del Villaggio Giuliano

Da Ilaria Gambetti apprendiamo della scomparsa il 17 settembre all'età di 88 anni di Evelina Zaccai ved. Gambetti.

Evelina era una vera colonna portante del Quartiere giuliano-dalmata di Roma. Profuga istriana, per decenni ha gestito col marito quel negozio di alimentari che era il centro della vita del Villaggio, raccogliendo con grazia e delicatezza le confidenze e le storie di vita di centinaia di famiglie profughe.

Era lei stessa un punto di riferimento, da cui avere un sorriso, una carezza, una parola buona o di conforto.

Chiunque sia vissuto, nato o cresciuto al "Villaggio" di Roma la ricorderà sempre con gli occhi vivi e bonari e con quell'inconfondibile tono di voce severo e tenero a seconda della situazione.

Evelina chiude in qualche modo una pagina di storia del Quartiere giuliano-dalmata, che potrà restare ora solo nei ricordi. Ma la sua passione nel rapporto con la comunità, resterà nei cuori di tutti gli Esuli di Roma.

Raggiunge ora il marito Francesco, scomparso nel '94, e il figlio prematuramente mancato nel 2009.

Vogliamo ricordare Evelina con le parole di una bambina che a scuola a Lucca (dove la signora Zaccai si era trasferita dopo esser rimasta vedova) ha ascoltato la sua testimonianza di Esule e, pur senza conoscerla, ne ha delineato un commovente ritratto che facciamo nostro volentieri, dopo averlo pubblicato su "Difesa Adriatica" nel 2007.

 

Una giornata di Marzo la maestra Francesca ci ha detto che veniva sua nonna a raccontare la sua storia come profuga istriana. Appena è entrata si è messa a sedere perché aveva un problema alle gambe. Era un persona anziana, magra, un po’ bassa con i capelli bianchi.

Era vestita molto bene, con una gonna rossa, una maglia grigia e sopra una pelliccia.

Era una persona educata e spiegava con molta calma. Quando iniziò a parlare di sé, tutta la classe era incuriosita dalla sua storia. Il suo racconto iniziò così: «Io ero una bambina felice, abitavo in Istria, la mia famiglia era benestante e avevamo anche un mulino ed un negozio di alimentari. Avevo due fratelli, Tullio ed Antonietta. Fino a venti anni ho vissuto una storia perfetta ma poi nel 1943 gli slavi, che volevano cacciare gli italiani, cominciarono ad ucciderli e a buttarli nelle foibe, buche profondissime. Li denudavano, li legavano insieme, sparavano al primo e gli altri cascavano giù vivi trascinati da quello a cui avevano sparato».

Anche suo zio finì nelle foibe. Gli slavi bussavano alle porte la sera: lei si ricorda che quando venivano a bussare portavano grossi scarponi neri e i vestiti tolti alle persone morte. Gli jugoslavi stavano anche per ammazzare suo padre ma per fortuna uno slavo buono lo avvisò prima e ce la fece a scappare. Una sera spararono in casa contro il soffitto perché pensavano che suo padre fosse nascosto in soffitta. Lei riuscì a scappare nel 1945 con una barca insieme a suo figlio che aveva un anno.

Andarono ad abitare a Roma in un quartiere riservato agli italiani scampati. Quando però morì suo marito si trasferì a Lucca con la maestra Francesca. Tornò a vedere la sua casa nel 2002. Era abitata da una signora slava che l’ha fatta entrare e le ha fatto toccare la sua farina.

La signora Evelina è una persona molto educata e quando parlava della sua storia e soprattutto delle foibe, mi veniva da piangere ed abbracciarla come per consolarla, ma mi sono trattenuta.

È una storia bruttissima da non dimenticare, io non vorrei mai avere una vita così e spero che non succeda più a nessuna persona.

Beatrice Del Soldato
Scuola Primaria Don Bosco
Località Quiesa (Lucca), maggio 2005

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