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A Genova i nostri sono profughi di serie B

da “Il Giornale” del 25 agosto 2011

 

Li chiamano profughi e se li coccolano: vitto, alloggio e stipendio. Mentre i profughi veri, quelli che lo sono per legge con tanto di attestazione scritta, vengono respinti se solo provano a chiedere il rispetto dei loro diritti. I clandestini sbarcati a Lampedusa continuano a trovare posto e tanta attenzione in Liguria come nel resto d’Italia. E tra loro vengono chiamati per l’appunto «profughi» anche coloro che magari sfruttano solo l’occasione per sbarcare in Italia. Le istituzioni liguri invece snobbano gli esuli dell’Istria e i Giuliano-Dalmati, italiani da sempre, depredati dei loro averi dalla dittatura comunista, scampati alle foibe ma non all’odio razzista dei compagni titini. E riconosciuti per legge veri profughi, cui spetta il diritto di usufruire di alloggi popolari a canone agevolato. E persino quello di acquistare la casa stessa a prezzo ridotto.

 

Tutto ciò, però, solo sulla carta. Ancora oggi esiste a Genova un piccolo gruppo di profughi Giuliano-Dalmati, che sono stati costretti a fare causa all’Arte, l’azienda regionale per l’edilizia popolare, per ottenere quello che non gli viene riconosciuto. Ennio Petani insieme a suo fratello, continua ad esempio a chiedere invano che il suo canone di affitto in via Giro del Vento venga adeguato secondo la legge nazionale. E come inutilmente fece per anni suo padre, chiede di poter acquistare lo stesso appartamento in cui ha sempre vissuto con la famiglia da quando arrivò a Genova. Nulla da fare. Per lui, così come per gli altri profughi, solo dei no. Uno, giunto per iscritto a suo padre nel 2003, porta addirittura la firma dell’avvocato Francesco Rizzo, dirigente della struttura di gestione di Arte. «Mi hanno confermato trattarsi del figlio del prefetto Rizzo che, ironia della sorte, nel 1972, firmò l’atto con cui si rendevano disponbili a Genova le case per noi profughi – ricorda Petani – Quell’atto faceva riferimento a tutte le riserve di legge previste. E infatti io e la famiglia, con altre decine di nuclei familiari, ottenemmo quegli alloggi».

 

Dove sta allora il problema? Sta nel fatto che per l’Arte, la famiglia Petani non avrebbe ricevuto l’alloggio in quanto profugo. Quindi non hanno diritto alle agevolazioni previste dalla legge. Insomma, loro non risultano profughi. E ciò nonostante l’attestazione datata 14 aprile 1958 con la quale il prefetto di Latina riconosceva formalmente lo status al signor Michele Petani e alla sua famiglia. «L’Arte dice anche che intanto non è prevista la vendita dell’alloggio che abitiamo e che semmai lo sarà ce lo comunicherà – insiste il figlio dell’esule giuliano – Poi gira tutto alla Regione, che ha facoltà di decidere su queste cose. Ma io non riesco neppure a parlare con l’assessore competente».

 

L’assessore competente è Giovanni Boitano, ieri contattato dal Giornale. «Sono a conoscenza di questa vicenda – premette l’assessore – Ho chiesto un po’ di tempo per verificare come stiano realmente le cose. Non abbiamo dato alcuna direttiva ad Arte di accogliere o rifiutare le istanze, ma solo di raccogliere il materiale per valutare. Al più presto avrò un quadro preciso della cosa e assicuro che saranno rispettati i diritti di chi li ha. Allo stesso tempo non potremo fare concessioni a chi non ne ha».

 

La famiglia Petani e gli altri profughi «veri» hanno almeno una speranza, oltre a quella di mischiarsi per qualche giorno nel centro di accoglienza di Lampedusa. Anche se masticano amaro: «Finora la Regione Liguria per noi profughi ha dato solo il patrocinio al Triangolare del Ricordo che si svolgerà il 21 settembre a Roma. Sa tanto di presa in giro».

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