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23 set – Il bilancio e il messaggio del Raduno dei Dalmati

Come uno spettacolo di fuochi d’artificio, il 56.esimo Raduno dei Dalmati a Trieste ha messo in campo botti e colori, l’attesa, la meraviglia e l’esplosione finale. E come in tutti gli spettacoli che si rispettino, la serietà del messaggio si svela nelle enunciazioni di massima ma anche nelle sfumature. A Trieste dal 14 al 20 settembre tutte le strade sono state percorse: quella dell’arte, del dibattito, dell’incontro, dell’emozione, della commozione ed infine del messaggio alto.

Ma ci sono stati alcuni momenti topici destinati a lasciare il segno di questa presenza, e non soltanto in loco. Il tutto concentrato nella riunione dell’assemblea dei Dalmati nella prestigiosa sala del Consiglio comunale con le parole di Ottavio Missoni, Franco Luxardo, Lucio Toth, Renzo de’ Vidovich e Staffan de’ Mistura.

«La nostra testimonianza ha un valore universale»

Perché? C’è un anello di congiunzione tra passato e presente di queste nostre terre adriatiche che i Dalmati con i loro convegni hanno saputo individuare e che stanno proponendo alla società italiana ed internazionale su un piatto d’argento proprio attraverso il premio Tommaseo che viene assegnato ogni anno ad un “grande” che trae forza ed ispirazione dalle proprie radici dalmate o che si è speso per far conoscere e sostenere la causa dalmata in Italia e nel mondo. Negli anni scorsi sono stati premiati Magris e Kezich, Fertilio e Bettiza, tanto per citarne qualcuno, ma anche politici come Fini e Giovanardi, o il console Nobili…e la lista è lunga. L’intento è chiaro: far convergere su una realtà di nicchia, quella dalmata, l’attenzione dell’opinione pubblica attraverso legami forti con l’eccellenza ed allargarne gli spazi di percezione. A ricordare il significato di questo percorso è stato lo stesso Lucio Toth nel suo applaudito intervento, quando sottolinea che: “la nostra testimonianza ha un valore universale, proprio per l’uomo di oggi, coinvolto in un processo di trasformazione così rapido da minacciarne la centralità privandolo di ogni asse di riferimento con se stesso e con gli altri, e quindi incapace di un rapporto vero con l’altro. La perdita di identità è la negazione di ogni dialogo per mancanza di soggetti capaci di dialogare.

La nostra vicenda e l’insegnamento che se ne trae non rappresentano un angolo marginale della storia europea, una storia locale tra le tante che hanno segnato il Novecento. Sono al contrario un crocevia di problemi attualissimi come: la definizione di una identità nazionale italiana in rapporto a una comune identità europea, passaggio essenziale per costruire un’Europa unita e cosciente della sua unità e del suo ruolo; la possibilità di integrare le patrie nazionali in una patria comunitaria, da amare con lo stesso amore e lo stesso senso del dovere; la capacità di integrazione nelle nazioni europee dei crescenti flussi di immigrazione, che vanno regolati per non esserne sommersi, ma che vanno assimilati con coraggio e strategie culturali tempestive.

«Un esempio straordinario di integrazione»

Noi siamo stati un esempio straordinario di integrazione e di condivisione di valori comuni. Sulle nostre coste, nelle nostre città, veneti, friulani, romagnoli, liguri si sono assimilati con albanesi, boemi, tedeschi, ungheresi, in un amalgama con la popolazione croata e serba dell’entroterra, radicandosi sull’antica stratificazione dinarico-illirica. Una comune cultura secolare dalmato-veneta ha creato una Koinè caratteristica e unica, che non era meticciato multiculturale, perché aveva una identità precisa, una variante originale dell’identità italiana. Da essa sono usciti ingegni di grande valore, dal medio evo ai nostri giorni, in tutti i campi dell’attività umana, dalle scienze alle arti, alla musica. E il nostro mare, con i suoi promontori e le sue isole, i suoi venti e i suoi fortunali, ha dato ai dalmati quell’agilità dell’ingegno e quella versatilità creativa che hanno prodotto la grande architettura dell’epoca romana, le basiliche bizantine, le cattedrali romaniche del medio evo, la trasmutazione degli stili dal tardo gotico veneziano al Rinascimento…”.

Nella quotidianità: uomini come Franco Luxardo e Ottavio Missoni hanno portato nel mondo la qualità del loro impegno imprenditoriale con innata freschezza e quel pizzico di pepe tipico di gente che vive il mare. “Noi semo gente della costa – afferma Missoni – e con questo gavemo deto tuto, ve voio ben”.

E il filo del pensiero si colma nelle parole di Staffan de’ Mistura, di famiglia di Sebenico, “della più limpida ed antica nobiltà”, sottolinea de’Vidovich. Dello stile e della cultura del padre, Staffan ha ereditato quella passione per l’opera e la missione umanitaria delle Nazioni Unite che gli ha fatto guadagnare stima e notorietà in tutto il mondo. Per promuovere la libertà dei popoli, con capacità e coraggio spesso ha dovuto fronteggiare difficili problemi di sicurezza, in Afganistan, Iraq, Libano, Ruanda, Somalia, Sudan e nella ex Jugoslavia.

Ma con semplicità afferma: “Solo chi come noi esuli ha affrontato il nodo dell’esilio può capire ed aiutare l’altro, trasformare la solidarietà e l’accoglienza da principi a realtà delle cose”. E racconta dell’intervento del capitano dalmata Ivanissevich per portare in salvo i profughi albanesi o dell’abbraccio che lui ha dato ai profughi bosniaci.

Un compito difficile anche se possibile ma affidato a menti aperte, a chi riesce ad uscire dall’egoismo dell’io e spendersi per l’umanità, anche se questa dovesse essere il vicino di casa o il compagno di lavoro. Girando il mondo, episodi di solidarietà come quelli citati nel suo intervento da de’Mistura, se ne raccolgono molti, spesso manca la consapevolezza della forza intrinseca di genti che hanno sofferto e che quindi dovrebbero essere in grado di capire ed aiutare l’altro senza cedere alla lusinga della forza centripeta che porta all’aucommiserazione.

Un grande insegnamento ed un messaggio universale che da una cerimonia svoltasi quasi in forma privata, tra Dalmati e pochi ospiti affezionati, irradia con naturalezza, avvertendo le enclavi di kafkiane chiusure che “la porta è aperta”.

Rosanna Turcinovich Giuricin su La Voce del Popolo del 22 settembre 2009

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