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21 nov – Volcic e Gawronski: i Balcani restano instabili

di FRANCO FEMIA su Il Piccolo del 21 novembre 2009

GORIZIA I Balcani restano ancora una polveriera, che rischia di saltare. Ed è sempre la Bosnia-Erzegovina il nodo cruciale di una regione dove le tre etnie non sono riuscite a riavvicinarsi per cercare una più duratura pacificazione. E la distanza resterà tale anche perché il problema dei Balcani non appare più una priorità nell’agenda dell’Unione europea.

Se ne è discusso ieri a Gorizia, all’Hotel Entourage, all’incontro su ”La caduta dei muri. Vent’anni dopo Berlino, alla ricerca della Nuova Europa”, organizzato da Il Piccolo, dalla Skgz e dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. A parlarne Demetrio Volcic e Jas Grawronski, due esperti del mondo dell’Est e autorevoli testimoni della storia degli ultimi decenni, che hanno risposto alle domande del direttore de Il Piccolo, Paolo Possamai.

Sulla completa pacificazione dei Balcani è apparso più ottimista Gawronski: «Sì, restano le tensioni, ma le ambizioni di questi Paesi di entrare nell’Ue, li indurrà a tenere comportamenti più corretti». Più pessimista, o se vogliamo realista, Volcic, che ha ricordato come nei Balcani l’Europa non è in grado di intervenire: ha 27 eserciti ma manca di una politica comune, nessuno poi rinuncia neppure a un piccola parte della propria sovranità. A Sarajevo, poi, non è in corso nessun riavvicinamento tra le etnie, anzi si è lasciato in questi anni permettere che l’Islam prenda piede e potere in quella Bosnia che un tempo era sì musulmana ma molto tiepida».

Uno scetticismo anche nei riguardi dell’allargamento dell’Unione europea. «Prima o dopo si arriverà, ma oggi l’Ue ha grandi paure verso i referendum popolari che saranno richiesti per le nuove adesioni – ha detto Volcic -. C’è forse bisogno di nuove formule per le nuove nazioni, è necessario passare per una sorta di associazionismo prima del loro ingresso a titolo pieno».

Insomma, i muri nei Balcani, almeno quelli ideologici, dividono ancora Stati e popolazioni e sono lontani da cadere per dare vita a una Unione europea più grande e più compatta. Si arriverà, prima o poi, ma non con la velocità che è caduto il muro di Berlino, simbolo di una divisione, anche fisica, di una Europa che ha resistito per 50 anni. Ma chi ha fatto cadere quel muro? Volcic e Gawronski, non senza aneddoti che hanno appassionato il pubblico che gremiva la sala, pur con sfumature diverse, sono stati concordi nel sostenere che il crollo del comunismo è avvenuto per implosione interna, non certo su pressioni dell’Occidente. Le cancellerie degli Stati più importanti, dalla Francia alla Gran Bretagna e la stessa Italia non fecero nulla per far cadere il muro e la sua apertura colse tutti di sorpresa. Lo stesso cancelliere tedesco Helmut Kohl si trovava la sera del 9 novembre 1989 a Varsavia in visita ufficiale in Polonia e non pensò di tornare a Berlino.

Figure storiche che emersero in quel periodo e che ebbero un ruolo determinante nel crollo del comunismo, di cui la caduta del muro è l’immagine simbolo, figurano papa Wojtyla e il presidente russo Mikhail Gorbaciov.

Sono loro, assieme a Reagan e Solidarnosc a dare le prime picconate al muro. Gorbaciov, come ha ricordato Gawronski, ha cavalcato la situazione oltre alle sue vere volontà, in fondo voleva che il comunismo vivesse magari sotto altre forme. «Ma ha fatto una cosa importante: ha bloccato la polizia segreta», ha sottolineato Volcic. E questo ha impedito che tornasse lo sferragliare dei carri armati nelle capitali del Patto di Varsavia.

Wojtyla, di cui Gawronski ricorda un’intervista fatta nel 1993 nella quale il papa polacco espresse «giudizi positivi sul comunismo più di quanto mi aspettassi, si adoperò per sostenere Solidarnosc e fece capire ai suoi connazionali, già nel 1977 durante la sua prima visita da papa in Polonia, che se volevano potevano far cadere il comunismo». Senza azioni di forza, ma cercando il dialogo e il compromesso, che è poi il concetto del male minore, che è la tesi sostenuta da Volcic.

Che poi la sera del 9 novembre 1989, in mancanza di disposizioni, fu un tenente colonnello delle guardie in servizio al muro ad alzare la sbarra per far passare la folla che voleva andare a Berlino Ovest questo non se lo aspettavano nè il papa, nè Gorbaciov nè il politburò della Ddr impegnato in una riunione. E neppure il tenente colonello Vladimir Puntin che, arruolato nei Servizi segreti, quella sera si trovava a Dresda. È la storia della gente che talvolta passa sopra la testa dei potenti.

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