16.09.2026 – Quando l’Italia firmò il 10 febbraio 1947 il Trattato di Pace a Parigi, fu subito chiaro a tutti il peso della sconfitta. Nonostante lo sforzo profuso durante la cobelligeranza dall’esercito regolare del Regno del Sud, la lotta partigiana del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia e la resistenza passiva degli Internati Militari Italiani nei lager nazisti, l’Italia era stata considerata un paese sconfitto. Lo dimostravano le mutilazioni territoriali, particolarmente gravi al confine orientale, ove l’Istria, Fiume, Zara ed il retroterra di Trieste e Gorizia veniva ceduto alla Jugoslavia, che coronava così gran parte del suo progetto espansionista. Già dalla primavera 1945 l’amministrazione militare jugoslava aveva spadroneggiato nella Zona B della Venezia Giulia, avviando l’assimilazione del territorio e delle sue istituzioni al nuovo ordine della dittatura comunista di Tito. Solamente Trieste ed uno spicchio dell’Istria settentrionale sarebbe rimasto in sospeso tra Italia e Jugoslavia nelle forme del Territorio Libero di Trieste, suddiviso in una Zona A (il capoluogo giuliano ed il suo porto) sotto Governo militare alleato ed una Zona B (i distretti di Capodistria e di Buie) sotto Governo militare jugoslavo finchè il Consiglio di Sicurezza delle neonate Nazioni Unite non avesse individuato un governatore.
Il 10 febbraio 1947 però non era stato definito quando quel Trattato sarebbe entrato in vigore e per questo da Pola, che fino a quel momento aveva goduto di una relativa libertà in quanto affidata dal 12 giugno 1945 ad un’amministrazione militare anglo-americana assieme a Trieste e Gorizia, si compì in poche settimane l’esodo di 30.000 polesani su 32.000 abitanti circa del capoluogo istriano. Pola aveva sperimentato la “liberazione” portata dall’armata jugoslava nella primavera 1945, allorchè l’OZNA, la polizia segreta titina, fece sparire centinaia di persone solamente dalla città dell’arena e migliaia da tutta la Venezia Giulia e inoltre il 18 agosto 1946 la strage di Vergarolla aveva assestato il colpo di grazia alle speranze dei polesani di poter vivere in pace. Di quella carneficina non era stato individuato l’esecutore, ma l’opinione pubblica cittadina si era convinta che ci fosse la longa manus dei servizi segreti jugoslavi: era improponibile vivere sotto il governo di chi era stato capace di ordire un attentato che provocò più di 100 morti, di cui un terzo bambini che giocavano su una spiaggia.

Dal momento dell’entrata in vigore del Trattato, invece, i residenti nelle province annesse alla Jugoslavia avrebbero avuto un anno di tempo per esercitare la propria opzione per la cittadinanza italiana ed intraprendere quindi l’esilio dalle terre dell’Adriatico orientale in cui risiedeva una comunità italiana autoctona radicatasi nel corso dei secoli. Già nei mesi precedenti migliaia di istriani, fiumani e dalmati erano fuggiti dal clima di terrore che il regime comunista stava instaurando, dopo due ondate di stragi nelle foibe. In diverse ondate, in momenti differenti e con modalità differenziate, ma in definitiva furono oltre 300.000 gli istriani, i fiumani ed i dalmati che esodarono.
L’esule polesano Bruno Pecchiari ha composto a ricordo di queste drammatiche circostanze la commovente “Leggenda istriana”.
Le candele per noi accese
si stanno spegnendo a una a una,
la notte giunge ormai,
né ci sarà più l’alba.
Un giorno, forse, si racconterà
di un popolo che per viver libero
andò a morire lontano,
lontano dal proprio mare
e da una terra rossa
che, vista dall’alto,
sembra un cuore insanguinato.

