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05 ago – Vergarolla, la strage che scatenò l’Esodo da Pola

Sul quotidiano triestino “Il Piccolo” del 18 agosto 2006  Raoul Pupo pubblicava questa rievocazione di quel tragico evento che fu determinante nella scelta definitiva degli italiani di Pola di lasciare per sempre la Città che di lì a poco sarebbe stata assegnata alla Jugoslavia di Tito.

Pubblichiamo integralmente l’articolo sempre attuale dello studioso triestino e commemoriamo oggi le vittime innocenti di una strage sulla quale non è mai stata fatta chiarezza, e che colpì una cittadinanza già tenuta sul filo del rasoio, al pari di tutta la popolazione giuliana e dalmata sottoposta all’occupazione e alle violenze jugoslave. 

Pola, 18 agosto 1946, ore 14. La giornata è piena di sole e piena di gente è la spiaggia di Vergarolla. Come in tutte le città delle sponde adriatiche, nel giorno festivo i polesani sciamano al mare per nuotare, prendere il sole, pranzare nella pineta. Inoltre, quella domenica la società nautica «Pietas Julia» ha organizzato una gara natatoria che attira un gran pubblico. Non è solo un evento sportivo, è una manifestazione patriottica, che cade in un momento particolarmente convulso della vita cittadina, ancora sottoposta ad amministrazione militare alleata.

I mesi precedenti hanno visto lo scontro aperto tra i sostenitori del mantenimento della sovranità italiana e quelli, sempre meno numerosi, dell’annessione alla Jugoslavia di Tito. Ai primi di maggio in città si è diffuso un certo ottimismo sull’esito della conferenza di pace di Parigi, ma subito dopo è arrivata la mazzata: Pola andrà alla Jugoslavia. È un trauma che scuote la città: messe da parte le divisioni che pur esistevano un anno prima, al momento della breve ma cruenta occupazione dal parte delle truppe di Tito, la popolazione si era nel frattempo ricompattata nel rifiuto della soluzione jugoslava, e quel rifiuto prende ora una dimensione disperata. Il 25 giugno la Camera del Lavoro ha proclamato uno sciopero generale cui si è accompagnata la serrata di commercianti e industriali; il 12 luglio è cominciata la raccolta delle dichiarazioni dei cittadini che intendono lasciare Pola nel caso della sua cessione alla Jugoslavia, e il risultato è stato che su 31.700 polesani, 28.050 hanno scelto l’esilio. Ma anche quest’ultima dimostrazione della volontà plebiscitaria dei polesani di rimanere in Italia non ha il minimo effetto sulle decisioni della conferenza di pace, e nell’estate del 1946  l’esodo sta cominciando a diventare una prospettiva concreta, anche se non ancora immediata.

Alle 14.10 di quella domenica maledetta però, proprio mentre sulla spiaggia sta arrivando un barcone di gitanti, scoppia l’inferno. Sul mare – racconta una testimone – si snoda improvvisamente un rotolo di fuoco; dalla città – ricorda un altro sopravvissuto – si vede levarsi sulla riva una colonna di fumo che sembra il fungo atomico visto in fotografia sui giornali delle truppe inglesi. Una trentina di mine di profondità, residuati della guerra da poco passata, accatastate sull’arenile, è esplosa improvvisamente tra la folla. Il risultato è quello cui – purtroppo – le immagini di cui siamo stati bombardati in questi anni di terrorismo ci hanno quasi abituato: sangue ovunque, corpi smembrati, vittime di ogni età, episodi strazianti, famiglie decimate o distrutte. Una sessantina sono i morti, più di un centinaio i feriti, ma tutta la città ha subito una ferita dalla quale non si riprenderà più. Ha scritto un’autrice istriana, Nelida Milani: «Lo scoppio fece abbassare il volume alla città. A quel punto si operò lo scollamento decisivo, inevitabile. L’impalpabile nevrosi della catastrofe vicina era già diffusa nell’aria e fra la gente. Lì, a quel funerale, dilagò il senso dell’ineluttabile e della sua accettazione, lì ci furono scene drammatiche, scelte di fuga da un luogo di morte. L’esodo a quel punto si fece visibile, massiccio, collettivo. Vergarolla aveva modificato radicalmente le sorti della città».

Le responsabilità della strage non sono mai state chiarite. A Pola, nessuno credette alla disgrazia. Già all’epoca si fece notare che delle mine disinnescate difficilmente possono esplodere da sole e i sospetti degli italiani si appuntarono in una sola direzione, quella della Jugoslavia. Indizi, si credette di trovarne molti, ma prove nessuna. L’indagine ufficiale esperita dalle autorità britannica fu inconcludente: la possibilità di uno scoppio accidentale venne esclusa, ma ipotesi alternative non vennero formulate. A sessant’anni di distanza, siamo ancora a quel punto, ma se la ricerca delle colpe è possibile che rimanga senza esito, l’effetto della strage è assolutamente chiaro. Già intimoriti dall’esperienza delle foibe, consapevoli del fossato che si era aperto in città con i sostenitori della causa jugoslava – destinati a diventare i quadri del futuro regime – gli italiani lessero nella tragedia di Vergarolla non solo un segno del destino, ma anche un messaggio politico ben preciso: restare non si poteva, per salvarsi – cioè per conservare la vita, gli affetti, la propria identità – altra possibilità non c’era, se non partire.

Raoul Pupo

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