Presentato a Udine il libro sui fortini della ferrovia Transalpina (1943-1945)

16.09.2026 – Molto interesse ha suscitato la presentazione del libro di Paolo Stendardo e Marco Bukovec intitolato: Le fortificazioni dei bersaglieri lungo la ferrovia transalpina. Valli dell’Isonzo e del Baccia 1943 – 1945. Dove i partigiani di Tito non riuscirono a passare (Luglio Editore, Trieste 2026). L’evento è stato aperto il 9 settembre 2026 dalla dottoressa Cristina Marsili, della Biblioteca Civica “V. Joppi” di Udine, nella Sala Tito Maniacco di Palazzo Bartolini. L’appuntamento culturale, organizzato dal Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), aveva il patrocinio del locale Club UNESCO e il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.

È intervenuto sulla storia della ferrovia Romano Vecchiet, ricordando che un ponte in pietra presso Gorizia della stessa Transalpina, costruita nel 1905 da Trieste a Jesenice (oggi Slovenia), sotto l’Imperatore Francesco Giuseppe, è, ancor oggi, il più grande del mondo.

Dopo aver portato il saluto di Bruna Zuccolin, Presidente dell’ANVGD di Udine, ha dialogato con gli Autori il Vicepresidente del sodalizio Bruno Bonetti, di avi dalmati. Bukovec ha spiegato come il libro sia nato dall’incontro dei due Autori, uniti per la passione dei binari, dei bunker e dei fanti piumati: «La mia famiglia viveva a Cosarsa, in sloveno Kozaršče, un piccolo insediamento situato nella municipalità di Tolmino, allora provincia di Gorizia, e gestiva un’osteria con spaccio frequentata da quei giovani bersaglieri, arrivati con i camion dopo l’8 settembre 1943 per presidiare la ferrovia dagli attentati jugoslavi, alla fine della guerra siamo stati profughi, alloggiando in un vagone ferroviario a Gorizia. Non ci fu mai uno screzio tra la popolazione locale e i bersaglieri del Battaglione Mussolini».

Foto: Elio Varutti

Il generale Stendardo ha spiegato perché abbia analizzato e documentato le fortificazioni dei bersaglieri, addestrati a Verona nel ‘43. «Per 18 mesi essi condussero una difesa disperata contro i partigiani di Tito, riuscendo a  non farli passare». A fine guerra si arresero e fecero una brutta fine,  incarcerati dai titini, tra le marce forzate di Tolmino, o nei campi di concentramento di Borovnica, di Skofia Loka ed altri gulag. I pochi superstiti, ridotti a degli scheletri viventi, furono rimpatriati nel 1947 da Spalato ad Ancona. Il tema dell’opera è la rivisitazione dei luoghi che ospitarono i caposaldi e i presidi dei fanti piumati, con ampio uso di carte geografiche, fonti orali e fotografie scattate in decine di sopralluoghi.

Al termine dell’incontro gli Autori hanno risposto a diverse domande del pubblico, prima del firma-copie. Fuori dalla sala, qualcuno si chiedeva chissà che fine hanno fatto quei 100 ragazzi rinchiusi dai partigiani nella “Cheba de Tolmin”.

Fonte: ANVGD Udine

 

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