Gorizia ha ricordato la sua seconda redenzione

17.09.2026 – Quasi un migliaio di goriziani deportati dai partigiani comunisti jugoslavi nella primavera del 1945, a guerra finita, mentre il resto d’Italia festeggiava la conclusione del conflitto ed il  ritorno alla libertà ed alla democrazia. Dopo 40 giorni di occupazione jugoslava, l’amministrazione militare angloamericana in attesa della Conferenza di Pace. La mobilitazione patriottica del 27 marzo 1946 durante la visita della Commissione Interalleata per la definizione del nuovo confine italo-jugoslavo. Il dopoguerra di Gorizia è stato drammatico e complesso, per questo il 16 settembre 1947, giorno in cui entrò in vigore il Trattato di Pace firmato il 10 febbraio 1947, venne vissuto come una redenzione, la seconda dopo quella avvenuta con la Prima guerra mondiale.

L’evento è stato ricordato con una cerimonia ufficiale: questo il commento sui profili social del Sindaco di Gorizia, Rodolfo Ziberna (figlio di esuli istriani e dirigente nazionale dell’ANVGD).

Abbiamo commemorato al Parco della Rimembranza una pagina di storia di grandissima importanza per la nostra città, ovvero il 79esimo anniversario della Seconda Redenzione di Gorizia. In attuazione del Trattato di pace di Parigi, dopo quattro anni di drammatico isolamento, il 16 settembre 1947 Gorizia tornò all’Italia. Un evento che però non può essere separato dal ricordo della ferita inferta dal confine, una linea bianca tracciata sulla carta e sul terreno separando famiglie, vite e un intero territorio. Questa data assume un significato ancora più profondo alla luce del percorso che è stato fatto fino a oggi: Gorizia non è più il simbolo di un confine che divide, ma è un modello di convivenza e di dialogo.

La Senatrice Francesca Tubetti ha svolto un intervento a Palazzo Madama in cui ha voluto ricordare la ricorrenza e può essere visto sulla sua pagina Facebook: «Il 16 settembre 1947 Piazza della Vittoria era gremita di una folla che voleva manifestare la propria gioia per la Patria finalmente ritrovata. Dal palazzo della odierna Prefettura vennero ammainate le bandiere inglese e americana, fu rimossa la targa del governo militare alleato, e il tricolore salì sul pennone».

 

Il confine imposto da quello che fu un vero e proprio diktat privò però il capoluogo isontino del suo retroterra, l’Istria, Fiume e Zara furono cedute alla Jugoslavia e la sorte di Trieste con un lembo d’Istria restava in sospeso nelle forme del Territorio Libero di Trieste. Assieme a Gorizia rientrarono in Italia altre località del Friuli orientale, la Bisiacaria e la città cantieristica di Monfalcone, da cui si sviluppò il cosiddetto “controesodo”. Centinaia di operai, cui se ne unirono altri provenienti dal resto d’Italia, se ne andarono dall’Italia capitalista per costruire il comunismo in Jugoslavia, prendendo il posto di quelle maestranze che nei cantieri di Pola e di Fiume si erano rese conto di cosa fosse la dittatura di Tito aggregandosi all’esodo giuliano-dalmata. Molti di questi “monfalconesi” avrebbero poi sperimentato la repressione ed i campi di rieducazione come Goli Otok quando ribadirono la propria fedeltà all’Unione Sovietica dopo che nell’estate del 1948 la Jugoslavia di Tito era stata espulsa dal Cominform, l’organizzazione di coordinamento tra regimi e partiti comunisti nel mondo.

L’amministrazione comunale di Monfalcone celebrerà il ritorno all’Italia con una cerimonia che si svolgerà venerdì 18 settembre alle ore 11:30 davanti al Monumento ai Caduti di Via Fratelli Rosselli.

A cura di Lorenzo Salimbeni 

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