Di Maggio: da Zara a Belluno (L’Amico del Popolo 19 lug)

Martedì 8 luglio nella cattedrale di Belluno ha ricevuto l’ultima benedizione terrena Giuseppe Di Maggio, alla presenza dei suoi Alpini giunti anche da fuori provincia per onorare certamente il loro generale ma soprattutto la “guida” che aveva loro indicato i sentieri della comprensione e solidarietà umana.

Cadetto alla regia accademia di Modena nel 1942, venne subito inghiottito nella tragedia della guerra. Fatto prigioniero dai tedeschi in Montenegro, venne internato in Germania e liberato solo nell’agosto del 1945.

A Belluno giunse nel 1961, prese il comando del Big Alpini, poi il vice comando del 7° reggimento e infine da colonnello gli fu affidato il locale Distretto militare. Ma a Belluno seppe esprimere le doti di abnegazione e solidarietà soprattutto durante i due più gravi eventi che subì la Provincia, prima con il Vajont e tre anni dopo con l’alluvione dell’Agordino ove si prodigò con gli alpini ben oltre i suoi doveri meritando due onorificenze dalla Presidenza della Repubblica.

Ma l’alpino Di Maggio non nasce in montagna bensì sul mare, nel meraviglioso mare di Zara, capitale della Dalmazia, ultimo baluardo degli italiani di stirpe latina, rasa al suolo da 54 bombardamenti anglo americani sollecitati da Tito per eliminare ogni tracci d’italianità.

Profugo, con altri 20.000 superstiti zaratini e oltre 300.000 tra Istriani, Fiumani e Dalmati –racconta il presidente dell’ANVGD di Belluno, Giovanni Ghiglianovich- a Belluno cercò di riunire le famiglie che qui avevano trovato rifugio scegliendo la strada amarissima dell’esilio pur di conservare la lingua, le tradizioni, la fede cristiana senza persecuzioni. Con la tenacia che sempre lo distinse riuscì a raccogliere un centinaio di famiglie dando vita al comitato bellunese dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di cui fu presidente e padre per 25 anni fino al 2000 allorché gli succedetti”. “Una considerazione finale: ciò che quest’uomo ha realizzato nella carriera militare, nella famiglia e nell’attività sociale a favore di noi profughi, ha un substrato unico: la fede cristiana applicata giorno dopo giorno”.