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Paolo Vittone, che a Trieste ha trovato il suo orizzonte (Il Piccolo 30 ott)

di PAOLO RUMIZ

Questa è la storia di un uomo che ha scelto Trieste per morire. Lo stesso che nell’agosto 2008 ha raccontato a puntate sul “Piccolo” la storia di un viaggio a piedi da Trieste alla Bosnia. Era già gravemente malato. Negli ultimi mesi aveva imparato ad amare la mia città, al punto di scegliersi una casa: ma solo per morirvi due settimane dopo, nell’agosto del 2009. È la storia di Paolo Vittone, 46 anni, reporter di Radio Popolare di Milano, conosciuto a Sarajevo nell’ultima guerra.

Giugno 2008, una sera di pioggia. Qualcuno mi suonò al campanello di casa, aprii il portone, e nella cornice della porta apparve lui. Smagrito, febbricitante, coperto di piaghe, ustionato sul naso e sul collo, lacero e fradicio fino alle ossa, ma totalmente felice. Paolo sembrava uno di quei cani che scappano nella stagione degli amori, e tornano a casa dopo giorni, magri, affamati e contenti. Le rughe, perfino gli eczemi e la pelle rovinata dalle terapie chimiche sembravano disegnati per dare ancora più luce al suo sguardo infuocato di capitano di ventura.

Si accasciò su una poltrona, si levò le scarpe, accese una sigaretta e parlò dei boschi attraversati, degli sloveni, dei croati e dei bosniaci, poi di Elisa, la compagna di viaggio che gli aveva regalato i disegni del percorso e l’allegria per affrontarlo. Parlò della sua andatura da lumaca, lenta ma regolare, e del benessere che gli aveva dato; descrisse quel ritmo che gli aveva invaso l’anima come un tamburo, un metronomo che aveva dischiuso orizzonti, scatenato bisogno di silenzio e riportato a galla pezzi di passato: la Dalmazia, il Nepal, la guerra tra Zagabria e la Drina, il padre perduto troppo presto.

Conoscevo Paolo da tempo. Avevamo condiviso il mito della Bosnia, della sua resistenza antinazista, dei suoi boschi, delle due donne e dei suoi briganti, della leggenda nera che la pervadeva, di un islam capace di coesistere con cattolici, serbo-ortodossi ed ebrei. In Bosnia era stato per lui fatale tornare. Era bastata una mappa al 100 mila del territorio fra Trieste e Bihac perché tutto gli apparisse chiaro. Era su quel percorso che doveva partire la sua riconquista del tempo. La volle e la realizzò, travolgendo gli ostacoli come sempre.

Dopo il viaggio conquistò calma e persuasione di sé. Lo sguardo divenne più profondo, la manualità più essenziale, la voce più calda, il gesto più rotondo, il periodare più sapiente. Divenne maestro nelle pause, le tirava allo spasimo per avvincere. Costrinse la malattia a nobilitarlo anziché a piegarlo. Il rapporto con la Nera Signora s’invertì. La piegò, la prese ripetutamente a cazzotti, per riemergere esausto dai match, ma ogni volta con energia migliore. Anziché lasciarsi usare, la usò per costruire una storia.

Mentre moriva pensai che aveva vissuto quindici anni meno di me, ma gli ultimi due se li era presi tutti: aveva avuto il meglio e non aveva buttato via niente. Fuori la bora soffiava furiosa nella notte, ma dentro nella stanza tutto era in ordine: Mozart in sottofondo, il taccuino pieno di note, la bottiglia con lo sciroppo di menta, le matite. La temperatura s’abbassò e quando uscii, alle quattro del mattino, il pianoterra dell’ospedale s’era riempito di grilli infreddoliti. Cantavano dappertutto.

Era arrivato nella mia vita all’improvviso, come una buriana di mare. Chi era davvero, mi chiesi subito, quel giornalista-sindacalista-viaggiatore-cuoco-affabulatore-chitarrista che mi cercava? Oggi che non c’è più mi scopro a fare inconsapevolmente i suoi gesti, a mettere il suo gillé nero con le tasche a zip, o a usare la sua penna con inchiostro viola.

Dopo il viaggio in Bosnia crebbe in lui – milanese, anzi, lumbard dell’operaia Sesto San Giovanni – la voglia di Trieste. Qui si era fatto nuovi amici. Qui cominciava – diceva – il mondo dove le lingue si mescolano. Diceva che qui e solo qui la gente chiamava i venti col loro nome e le identità basate sulle genealogie non hanno senso, perché tutti vengono da altrove.

Con infinita pazienza e infinita testardaggine, aprendosi delle pause in una catena infelice di interventi e terapie in quel di Milano, aveva meticolosamente costruito il suo secondo viaggio. Traslocare la vita. Trovare un punto d’attracco, un approdo per salpare verso chissà dove, qui al capolinea del Mediterraneo, dove splende l’ultimo faro. La malattia l’aveva costretto ai confini del suo corpo, forse per questo aveva fame di orizzonti.

Quando tutto fu deciso e la casa affittata, gli scrissi che non doveva sobbarcarsi il peso del trasloco. Rispose in modo indimenticabile. Venire a cose fatte sarebbe come “pretendere di fare in portantina un sentiero sognato da sempre”. Non ho fretta in nulla, disse, “se non per questa scadenza, tanto cruciale, decisiva, sognata da sempre”: vivere vicino al mare, guardare il mare la mattina appena alzato. Ma il bello venne nelle righe successive.

«Sai bene che vengo a Trieste a vivere, ma con ogni probabilità a morire… Vengo a Trieste perché è al confine delle terre della mia e nostra anima e essere più vicino mi fa pensare che tornerò almeno una volta a sentire la Neretva, ad ascoltare il muezzin dalla moschea del Beg e annusare i cevapi e la pita in Bascarsija. Vengo a Trieste perché per le sue strade i vocaboli si mescolano, perché solo a Trieste le scintille si chiamano “falische” e i gabbiani imperiali “cocài”».

«Vengo perché la casa l’ho trovata tramite uno straniero fidanzato con un’altra straniera e questo mi dà il senso vitale della mescolanza, alla faccia dei fascistelli ottusi. Vengo a Trieste perché sì, perché mi va, perché me la sento così, perché quando creperò avrò parlato con il mare fino all’ultimo, il mare adriatico, dentro al quale ho imparato a nuotare. Vengo a Trieste perché tu e tutti gli altri mi fate sentire al sicuro. Vengo a Trieste perché sono innamorato».

Continua la sua ultima lettera: «Potrei fare un trasloco tanto importante senza neanche una goccia di sudore o permettendomi il lusso di rinunciare a settimane o un mese di tutto questo? Forse sarà una faticaccia, ma due giorni di orizzonte mi ridaranno forze a non finire. E una bottiglia fresca di buon spumante portala, il primo brindisi lo faremo insieme, sabato sera, in terrazza. Il frigo avrà tempo di raffreddarsi, non ci stanno molto».

Lo vedo nitidamente la sera del trasferimento: esausto, seduto sulla panchina che si era portato appositamente da Milano per godersi il mare dalla sua terrazza, farsi un’iniezione di antidolorifico, poi riaversi dalla fatica, distendersi, allungare i piedi sulla ringhiera verso l’orizzonte già viola, respirare a fondo, accendersi una sigaretta, infine girarsi verso gli amici come un regista verso i tecnici delle luci, e dire con un sorriso ironico a noi portatori di miserabili cautele: visto quanto è stato facile, uomini di poca fede?

Fu allora che dall’erta di Gretta sbucò un vecchio amico con un nero cappellaccio a larghe tese. Ci vide, sudati e sfatti dalla fatica, con in mano bottiglie di birra ormai calda (col fischio che il frigorifero s’era messo a funzionare subito, come pretendeva il nostro tirannico datore di lavoro), vide gli occhi di Paolo (che non aveva mai conosciuto) e capì al volo la situazione. Allora si fece dare anche lui una bottiglia di birra calda, prese una chitarra e suonò per il sole che moriva; ci scavò l’anima – due, tre canzoni, non ricordo – con una voce straziante da rebetiko, il canto greco più balcanico che ci sia.

Un giorno lo scoprii tra le Rive e piazza dell’Unità con un registratore in mano e il passo felpato del cacciatore. Gli chiesi cosa stesse facendo, e lui rispose che stava catturando le voci e i rumori di Trieste. Onde nella notte, canti d’osteria, le “babe” nei negozi, il fischio delle navi e dei treni in partenza, il miagolìo della bora nelle fessure delle finestre, le orchestrine degli zingari per strada, il rumore delle stoviglie dalle finestre aperte. Perfino nel suo ultimo ricovero, a Trieste, mi chiese di portargli il suo “recorder”, perché in corsia aveva sentito voci “di straordinario interesse”. Non mollava mai.

L’ultima cosa che mi disse fu la ricetta della pasta con le vongole. Insistette che non dovevo sbagliare con i tempi. Cucinare era diventato il centro della sua vita ridotta al minimo. Ne ha scritto un collega di Radio Popolare a Milano: “Di lui ricordo cene, vino, pesce, monete irachene, monologhi (suoi), libri, microfoni, musica, donne, Beograd, una finale di Champions League e una bottiglia di Jack Daniels sulla mensola della mansarda di Sesto”. Paolo che cucina e scrive, semivestito, in calzini, saltando dai fornelli al tavolo di studio. Paolo liceale che arringa gli studenti col pugno chiuso, sventola la bandiera con su scritto “Scuola occupata”.

«Te ne sei andato con un finale aperto – gli ha scritto post mortem l’amica Elvira Mujcic sopravvissuta alla strage di Srebrenica – come nella migliore tradizione letteraria jugoslava. Sapevo che avresti fatto così: il finale aperto è per coloro che non ci pensano nemmeno a trovarne uno, perché sanno che nulla può davvero finire». Ed è vero. Paolo c’è, che diamine. È ancora lì. È un libro aperto, una tavola imbandita, una panca sul mare, una sigaretta nel tramonto.

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