8 settembre 1943, la morte della Patria in Istria

08.09.2026 – Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha preso parte stamane alle celebrazioni dell’83° anniversario della Difesa di Roma, in ricordo dei militari e dei civili caduti nel tentativo di difendere la Capitale dalle truppe tedesche all’indomani della notizia dell’armistizio diffusa la sera dell’8 settembre 1943. Rari furono invero gli episodi in cui le forze armate italiane allo sbando, sfiduciate, prostrate dopo tre anni di conflitto condotto in maniera fallimentare e prive di indicazioni si dimostrarono in grado di opporre resistenza alle divisioni tedesche, che stavano mettendo in atto un’operazione preparata invece minuziosamente nelle settimane precedenti, quando la caduta di Mussolini aveva fatto presagire l’uscita dell’Italia dal conflitto.

Nelle province del confine orientale i tedeschi presero immediatamente il controllo delle località costiere temendo uno sbarco degli anglo-americani, in Dalmazia appoggiarono le rivendicazioni dello Stato Indipendente Croato e soltanto in Montenegro dovettero fronteggiare due divisioni italiane che si dettero alla macchia per condurre la guerriglia. Guerriglia che in tutto il territorio della ex Jugoslavia veniva portata avanti con sempre maggiore efficacia dalle forze partigiane comuniste guidate da Josip Broz detto Tito, le quali fecero man bassa delle armi, dei viveri e degli equipaggiamenti militari abbandonati dai soldati italiani allo sbando. Ma non solo. A Spalato e nell’entroterra istriano presero direttamente il controllo del territorio, scatenando la prima ondata di stragi nelle foibe, gli abissi carsici di origine naturale tradizionalmente usati per gettare i rifiuti o gli animali morti.

Queste cavità diventarono il luogo in cui furono scaraventate le vittime di un’epurazione politica che riguardò non solo gli ex fascisti, essendo peraltro il regime già crollato a fine luglio, ma anche i simboli della presenza dello Stato italiano e le figure di spicco della comunità italiana autoctona. Nei giorni seguenti gli insorti proclamarono unilateralmente l’annessione dell’Istria alla futura Jugoslavia comunista: tutto ciò che rappresentava l’Italia e le sue istituzioni doveva sparire. Archivi comunali incendiati, funzionari pubblici e maestri infoibati, forze dell’ordine e militari allo sbando eliminati. Negli studi dello storico Elio Apih pubblicati postumi emerge che nelle fila partigiane erano presenti consiglieri sovietici ed è immediato il parallelo con la strage delle fosse di Katyn, in cui l’Armata Rossa eliminò migliaia di ufficiali polacchi fatti prigionieri durante la breve guerra dell’estate 1939 condotta assieme alla Germania nazista. Eliminare una classe dirigente per avere gioco facile nell’imporre un nuovo regime se non addirittura l’annessione.

La dissoluzione delle istituzioni italiane in Istria, forze armate in primis, rappresentò quella che Ernesto Galli Della Loggia ha definito “la morte della Patria”. L’Italia fu una Patria a lungo idealizzata dagli italiani dell’Adriatico orientale, le nuove generazioni di fine Ottocento e inizio Novecento sposarono la causa irredentista sfidando l’autonomismo ed il lealismo delle classi dirigenti italiane, centinaia di giovani irredenti si arruolarono volontari nella Prima guerra mondiale, vissuta come quella Quarta guerra d’indipendenza necessaria a completare il percorso risorgimentale di unificazione nazionale. Giunse infine la tanto attesa redenzione, ma l’Italia si presentò dapprima con un Governatorato Militare diffidente nei confronti della lealtà dei connazionali, poi con un’annessione caratterizzata dal rigido accentramento amministrativo che, nonostante l’opposizione del Consigliere di Stato irredentista Francesco Salata, cancellò le tradizionali autonomie locali e dopo poco prese il potere il regime fascista liberticida e portatore di quella nazionalizzazione delle masse che colpì le popolazioni slave andando ad esasperare gli opposti nazionalismi fomentati nei decenni precedenti dalle politiche asburgiche del divide et impera. L’8 settembre con le sue tragiche conseguenze rappresentò la prima spaccatura tra la frontiera adriatica ed il resto d’Italia, una spaccatura che nei mesi seguenti si sarebbe ampliata fino a giungere all’annessione alla Jugoslavia di Istria, Fiume e Zara con il Trattato di pace del 10 febbraio 1947.

Lorenzo Salimbeni

 

 

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