5-6 novembre 1953 a Trieste: gli ultimi martiri del Risorgimento

05.11.2026 – Mentre la Guerra di Corea segnava il primo conflitto della Guerra fredda (1950-’53), la Seconda guerra mondiale sulla frontiera adriatica aveva ancora strascichi rappresentati dalla questione di Trieste. Nell’impossibilità di individuare all’unanimità un Governatore del Territorio Libero di Trieste previsto dal Trattato di Pace del 10 febbraio 1947, lo Stato cuscinetto non si realizzò e proseguivano invece le amministrazioni militari: angloamericana sulla Zona A (Trieste) e jugoslava sulla Zona B (Capodistria e Buie).

Il 5 marzo 1953 morì Stalin, gettando nello sconforto anche i comunisti di casa nostra, mentre Tito, sopravvissuto a diversi attentati orchestrati dal dittatore sovietico, nella sua ondivaga politica estera si preparava a riaprire i rapporti con il Cremlino nell’ambito del processo di destalinizzazione. Si sarebbe così alzato il prezzo che gli Stati Uniti avrebbero dovuto pagare per mantenere i buoni rapporti instaurati dopo l’uscita della Jugoslavia dal Cominform.

Il 20 marzo invece a Trieste ci furono, come l’anno precedente, manifestazioni in piazza per l’applicazione della Dichiarazione Tripartita con cui il 20 marzo 1948 statunitensi, britannici e francesi avevano caldeggiato la restituzione di tutto il TLT all’Italia. All’epoca tale iniziativa era servita a portare sul ghiaccio il PCI, che si allineò a URSS e Jugoslavia nel ricusare la proposta, dimostrando così la sua inaffidabilità nella difesa degli interessi nazionali alla vigilia delle elezioni del 18 aprile 1948, ma triestini ed esuli istriani continuavano a crederci. Stava peraltro giungendo al termine la prima legislatura dell’Italia repubblicana e alle elezioni del giugno 1953 non scattò quel premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale definita “legge truffa” dalle opposizioni. Alcide De Gasperi non riuscì a formare un governo e tale onere spettò invece al democristiano piemontese Giuseppe Pella.

A fronte dell’instabile situazione politica italiana, Tito radunò truppe al confine e si lanciò in clamorose dichiarazioni che fecero temere un imminente colpo di mano per occupare Trieste. Difficilmente le truppe angloamericane di presidio avrebbero opposto accanita resistenza all’avanzata delle forze di un paese che con il Trattato di Ankara si era alleato con la Grecia e la Turchia che facevano parte della NATO, sicchè il Presidente del Consiglio Pella dispose per la prima e finora unica volta nella storia repubblicana la mobilitazione dell’esercito. La crisi rientrò, ma l’atmosfera rimase incandescente e sarebbe esplosa di lì a poco.

Il 4 novembre il sacrario militare di Redipuglia fu teatro di un’imponente manifestazione patriottica che celebrò i 35 anni dalla vittoria italiana nella Prima guerra mondiale, giunsero anche torpedoni di triestini che, una volta tornati in città, sfilarono sventolando i tricolori. La manifestazione non era prevista né autorizzata e le autorità di occupazione avevano vietato l’esposizione di bandiere nazionali, sia italiane che jugoslave. Il duro intervento delle forze dell’ordine provocò numerosi feriti (uno dei quali sarebbe in seguito deceduto per i postumi delle manganellate ricevute) e l’indomani ci fu uno sciopero studentesco. I manifestanti si scontrarono con la polizia civile davanti alla Chiesa di Sant’Antonio, coloro i quali cercarono rifugio nel luogo sacro vennero inseguiti e percossi, rendendo così necessaria la riconsacrazione del tempio che il vescovo Antonio Santin decise si volgere il pomeriggio stesso. Ancora una volta la tensione portò a scontri tra i numerosi civili intervenuti alla cerimonia ed i “cerini” (soprannome dei poliziotti del Governo Militare Alleato) che spararono ad altezza d’uomo uccidendo il giovane Pietro Addobbati ed un proiettile vagante colpì a morte Antonio Zavadil che transitava in Corso Italia. L’indomani la città fu sconvolta dai manifestanti, le forze dell’ordine ebbero la peggio in diverse circostanze e l’epicentro arrivò in Piazza Unità, ove aveva sede l’amministrazione militare. Erminio Bassa, Francesco Paglia, Saverio Montano e Leonardo Manzi morirono negli scontri e finalmente gli appelli alla calma del sindaco Gianni Bartoli e di monsignor Santin vennero recepiti. Il lutto cittadino accompagnò i funerali dei caduti: Trieste si fermò e seguì i feretri in un irreale silenzio. L’opinione pubblica rimase profondamente colpita, non solo in Italia.

La diplomazia si dette da fare arrivando il 5 ottobre 1954 alla firma del Memorandum di Londra che assegnò la Zona A all’amministrazione civile italiana e la Zona B all’amministrazione civile jugoslava. I 6 morti del 5-6 novembre 1953 ricevettero dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nel 2004 (in concomitanza con i 50 anni del ritorno dell’Italia a Trieste) la Medaglia d’oro al valor civile: sono stati gli ultimi martiri del Risorgimento.

Lorenzo Salimbeni

 

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