Vittorio Veneto: quando imparammo a dir ”Patria” (Avvenire 24 ago)

di Carlo Sgorlon

Il 4 novembre 1918: fu firmato l’armistizio tra il Comando dell’esercito italiano e quello austriaco. Da allora sono passati 90 anni, ma quella vittoria è entrata non soltanto nella storia e nel ricordo degli italiani. Essa ha ancora il potere di evocare il sentimento della Patria, sia pure in forme sbiadite e come circondate da uno strano pudore. Oggi quasi nessuno usa la parola Patria. Dice «questo Paese», o «l’Italia». Forse la ragione principale è che nel Ventennio si è parlato troppo e male della Patria, quando si riteneva gloriosa la conquista di Patrie altrui; quando si parlava continuamente di guerra e di conquista, come fossero necessità fatali. Ma, dopo novant’anni, queste aberrazioni del passato si potrebbero dimenticare.

Io di Patria parlo sempre volentieri, e provo simpatia per i non molti che lo fanno, perché la parola esprime un insieme di valori. Con la vittoria nella prima guerra mondiale fu raggiunta la completezza geografica dello Stato, con il territorio di Trieste, il Trentino e l’Istria. Soprattutto cominciò a nascere negli italiani, fino al 1861 divisi in piccoli regni, ducati, arciducati, e così via, la coscienza di far parte di un unico Stato e un’unica Nazione. Si realizzò un sogno di poeti e di spiriti eletti che era nato molti secoli prima. Però per la vittoria, che indichiamo col 4 novembre I918, l’Italia neonata aveva dovuto pagare un prezzo altissimo. Seicentomila furono i morti, un milione i feriti, moltissimi dei quali rimasero mutilati. Ormai conosciamo infiniti particolari di quella guerra, vittoriosa alla fine, ma dolorosissima sul piano umano. Gli scrittori che vi presero parte, tra cui i fratelli Stuparich, Scipio Slataper, Vittorio Locchi, Antonio Baldini, Giuseppe Ungaretti, Renato Serra, Carlo Emilio Gadda, Riccardo Bacchelli, Emilio Lussu, Gabriele D’Annunzio, ne hanno parlato con tonalità differenti, a volte esaltate, a volte pensose, a volte dolorose e drammatiche, ma quasi sempre animate da grande patriottismo.

Ma gli storici più recenti l’hanno vista con occhio imparziale, senza più alcuna retorica, o illusione, o mitizzazione. Ne cito uno per tutti, perché mi ha grandemente impressionato: La guerra di Giovanni, di Edoardo Pittalis. Nei loro libri il conflitto è visto sempre dalla parte del povero fante, costretto a stare nelle trincee pantanose, affamato, impaurito, sempre in attesa che arrivasse l’ordine di uscire all’assalto per conquistare qualche centinaio di metri, una trincea nemica, o una collina insignificante sul versante strategico.

Conquistarla significava lasciare sul terreno migliaia di morti; pochi giorni dopo, non di rado, veniva di nuovo perduta. I soldati erano spesso giovani ventenni, strappati ai loro campi, agli affetti, al lavoro quotidiano, ai loro veri interessi, per andare a morire in luoghi sconosciuti, per combattere altri soldati che non avevano alcuna ragione di odiare. Nelle trincee popolani di tutte le regioni, i quali spesso conoscevano soltanto il loro dialetto, non riuscivano quasi a capirsi, se non sul piano dei sentimenti e dei fatti. Dopo il 1917, l’anno di Caporetto, delle grandi sconfitte dell’Intesa, s’erano verificati grandi fatti che avevano cambiato radicalmente la situazione militare. Il crollo della Bulgaria, sotto la pressione della spedizione interalleata di Salonicco. Poi quello della Turchia, che si piegò all’armistizio di Mudros. Però le cose cambiarono soprattutto perché l’intervento degli Stati Uniti ormai si faceva sentire in modi massicci.

Tre milioni di uomini, mezzi militari e vettovaglie a non finire. Ma anche il contributo italiano fu determinante. Lo riconobbe persino il maresciallo Eudendorf in una lettera famosa. Dalla battaglia del solstizio fino all’ingresso a Trieste e a Trento fu un’avanzata lenta ma continua ed esaltante. Il Piave, Vittorio Veneto diventarono subito leggendari. Il presagio della vittoria galvanizzava persino i poveri soldati contadini. Anch’essi cominciavano a rendersi conto che la Patria, nonostante tutto, era una cosa importante, grandiosa, e che i loro tremendi sacrifici avevano avuto un significato.