Vino Collio: italiani e sloveni davanti al Tar (Il Piccolo 05 set)

di GUIDO BARELLA

GORIZIA Il vigneto è in Italia, ma la proprietà è slovena e slovena è anche la lavorazione delle uve: le cosiddette «quote vino» devono essere italiane o slovene?

Il caso – assolutamente singolare eppure così tipico di queste zone di confine – approderà davanti al Tar del Friuli Venezia Giulia il 24 settembre prossimo: di fronte la Regione e un produttore della zona delle Goriška Brda, il Collio sloveno, Franc Mužicv, che di Brda è anche il sindaco.

Mužicv, al pari di un centinaio di altri produttori di Dobrovo e dintorni, è proprietario di un piccolo vigneto (meno di mezzo ettaro in tutto) in territorio italiano, a un passo dal confine di Plessiva, alle spalle di Cormons. Una proprietà di famiglia da sempre, che però dopo la seconda Guerra mondiale è stata separata dal resto dell’azienda agricola dal confine italo-jugoslavo prima e da quello italo-sloveno poi. A metà anni Ottanta la Comunità europea decide di regolamentare le produzioni di uva e derivati fissando quote di produzione per stabilizzare i mercati, il cui regolamento nasce nel 1987, quando la Slovenia è ancora Jugoslavia ed è ben lontana da entrare nella Ue. In Italia lo Stato delega la «fotografia» della realtà esistente e la distrubuzione delle quote corrispondenti alle Regioni: anche il Friuli Venezia Giulia fa la sua parte censendo le singole superfici e assegnando le autorizzazioni: eventuali cambiamenti da quel momento diventano possibili acquistando le quote direttamente dalla Regione o sul mercato, da produttori che cessano o ridimensionano la propria attività.

Sul Collio un centinaio di vigneti sono di proprietà di produttori sloveni: alcuni si «registrano», la maggioranza, però, no. Insomma, si crea una sorta di abusivismo per una quindicina di anni di fatto tollerato, anche perchè in questo modo quella che comunque diventa poi produzione slovena non va a incidere sulle quote italiane: del resto il ministero dell’Agricoltura sloveno oggi censisce questi vigneti italiani e li considera come incidenti sulla produzione nazionale slovena. Anzi, di più: ai vini prodotti con le uve nate in Italia viene concessa da Lubiana la doc «vinorodni okoliš Goriška Brda».

Nel 2002 però ai produttori sloveni proprietari di terreni in Italia che non si sono mai messi in regola con le quote di produzioni regionali viene contestata la produzione «abusiva», un illecito amministrativo sanabile comprando le quote necessarie, o sul mercato o dalla Regione. Qualcuno si adegua, Mužicv – per il quale la spesa sarebbe di circa di 6mila euro – no. Ne fa una questione di principio: lui conferisce le uve in Slovenia, denuncia la produzione al ministero in Slovenia, produce con quelle uve vini doc sloveni e infatti nessuna autorità in Italia ha mai censito il suo raccolto come raccolto italiano. E poi, dovesse comprare quelle quote «occuperebbe» spazio italiano con un prodotto che italiano non è: insomma, «ruberebbe» quote ai colleghi del Collio cormonese.

Da quell’accertamento del 2002 si arriva a oggi, alla causa in corso davanti al Tar. Prima udienza il 24 settembre, dedicata a una richiesta di sospensiva avanzata dal legale del sindaco di Brda, l’avvocato Paolo Vizintin (peraltro sindaco anch’egli: di Doberdò del Lago). Già, perchè c’è anche il rischio che Mužicv si veda intanto estirpare le sue viti senza sapere come poi finirà la causa davanti ai giudici amministrativi.

Così come avviene per i viticoltori sloveni, anche numerosi viticoltori italiani hanno vigneti oltre il confine: il problema delle «quote» però non si è mai posto perchè hanno sempre riportato le uve in Italia per il consumo di uva da tavola o per vinificare in proprio, senza quindi necessità di denunciare ufficialmente il prodotto «battezzandolo» con la doc.