Viezzoli: le ricette per la crisi (Adnkronos 19 ott)

Roma, 19 ott. (Ign/Adnkronos) – Per affrontare l’attuale crisi finanziaria, ''Enrico Cuccia oggi sarebbe stato sulla linea del Cavaliere, condividendone l’azione''. Ma ''certo non si può tornare all’Iri dopo Maastricht''. Ne è convinto l’ingenere Franco Viezzoli (nella foto), genovese di nascita ma istriano d'origine, 82 anni da lucido economista. Una vita trascorsa ai vertici dell'industria pubblica, la sua: dopo 25 anni all’Istituto per la Ricostruzione Industriale, è stato poi responsabile del settore manifatturiero dell’Iri e dal ’76 presidente di Finmeccanica e poi dell'Enel (1987 e 1996). Il Cavaliere del Lavoro Viezzoli è soprattutto uno che ha conosciuto da vicino l’imperscrutabile Enrico Cuccia, che fu tra i più importanti banchieri della seconda metà del Novecento.

Lei ha conosciuto bene Enrico Cuccia. Quali suggerimenti avrebbe dato il 'banchiere silenzioso' in questo momento di crisi delle banche?

Avrebbe suggerito un intervento molto simile a quello fatto da Berlusconi e dal governo. L’esito per ora è molto positivo, come la tempestività di Palazzo Chigi nell’azione di supporto. La linea di Cuccia era e restò una: salvare il sistema industriale italiano ma soprattutto mantenere le società del sistema Italia nel campo privato. Cuccia, insomma, rimaneva fedele al teorema della libertà delle aziende in mano ai privati.

Da manager storico dell’Iri e dell’Enel, vede nella proposta di Gordon Brown, Angela Merkel e Silvio Berlusconi di far intervenire lo Stato in soccorso delle banche una riesumazione dell’Iri, edizione 1933?

In un momento così delicato, bisogna fare qualcosa. Sul tavolo c’è quello che è accaduto in America e in Italia, ma occorre vedere anche cosa successe a suo tempo in Francia con il salvataggio di Astolm. Dunque per salvare il sistema qualche aiuto, diretto o indiretto, ci deve essere. Ma il ‘33 fu cosa diversa: quell’intervento fu la salvezza del Paese. Di fatto Alberto Beneduce salvò le banche e tirò fuori dai guai anche le imprese che erano interessate dalla crisi. Dopo la Grande guerra, molte aziende erano in difficoltà anche perché erano realtà industriali belliche, come l’Ansaldo ad esempio. Dopo il conflitto, la Commissione Giacchi confermò l’Iri con uno statuto nuovo, che poteva essere utile al Paese. Determinante fu allora l’aiuto di Donato Menichella, allora governatore di Bankitalia ed ex direttore generale dell’Iri. Quello statuto, fino alla fine dell’Iri ha di fatto condotto il sistema delle imprese nazionali. L’Iri è stata infatti determinante per la siderurgia, la telefonia, le autostrade, l’industria aeronautica e anche per Fincantieri, gruppi che hanno poi condizionato il successo attuale del sistema Italia. In quel periodo ci fu anche il salvataggio dei cantieri privati, come il Gruppo Piaggio. Oggi, però, nessuno pensa a una nuova Iri: lì lo Stato intervenne, ma in modo diverso da come si può fare oggi. Quel periodo ha avuto il suo tempo ed è finito. Le regole scritte sulle rive della Mosa, nella cittadina olandese di Maastricht, dai 12 Paesi membri dell'allora Comunità europea (entrate poi in vigore il 1º novembre 1993) hanno modificato anche il sistema italiano. Dunque lo spazio d’azione odierno impone altre formule: l’intervento per le banche, ad esempio, prevede che le azioni non abbiano diritto di voto. Dunque non c’è intervento dello Stato nelle azioni delle banche. Il ’33 fu cosa diversa.

Dunque la formula Iri che funzionò con gli Stati nazionali non risulta più spendibile oggi, in una prospettiva di economia e finanza mondiale?

La ‘formula Iri’ è in realtà frutto di un lungo lavoro che nasce nel ’33, viene ripetuto nel ’47 con lo statuto e poi modificato nel tempo. Fu accettata la presenza dell’Iri in alcuni settori nuovi quali Alitalia e Autostrade, e quella formula fu successivamente studiata da altri Paesi stranieri per regolare il proprio mercato. L’Iri era la più grossa delle holding italiane e poteva perciò giocare su diversi fronti. Nel tempo, sono stati aiutati diversi settori, come quello cantieristico, e si è rimarcata la centralità dell’energia, in particolare del nucleare, consentendo una riorganizzazione dell’intero comparto, reso poi vano dal referendum. Sintomatico, in questo percorso, fu l’intervento da parte della Sme che, dopo la nascita dell’Enel, entrò nel settore alimentare. In questo quadro si inserì l’aiuto ai famosi panettoni italiani Alemagna e Motta. Ci dicono ancora oggi che abbiamo fatto i ‘panettoni di Stato’. In realtà allora Cuccia ci chiese di intervenire e lo facemmo. Abbiamo salvato quelle realtà e poi il settore panettoni tornò in mani private: fu un’operazione perfetta. Perciò l’accusa di aver sfornato panettoni statali, che torna anche in questi giorni, è davvero gratuita.

Crisi finanziaria: se ne uscirà in tempi medi o lunghi?

Dell’attuale situazione mi preoccupa più la crisi di mercato industriale. Certo, ci sono shock che restano. Temo però che la ripresa non sarà molto veloce. In particolare mi danno pensiero i problemi del settore elettrico ed energetico, oggi sotto l’attenzione particolare dell’azione di governo.

Ci sono 'ricette' per superare il tunnel?

Ce n’è una valida sempre: dare fiducia, fiducia e ancora fiducia al sistema, agli operatori in generale. Senza fiducia, infatti, è difficile se non impossibile tirarsi fuori dalla crisi. Il governo sta dando proprio fiducia al sistema, speriamo che i risultati si vedano presto.

Un consiglio alle aziende?

I privati stanno operando bene, reagendo al sistema. Certo, alcuni settori sono in grossi guai: quando si legge della crisi del mercato auto nel mondo, bisogna pure preoccuparsene perché prima o poi il gioco ci riguarderà da vicino. Da questo punto di vista, sia l’esecutivo sia Confindustria devono continuare a seguire e appoggiare, come stanno già facendo, il cambiamento dell’industria, come è stato fatto nel settore finanziario.