Una testimonianza su Don Bonifacio con gli “occhi da colomba”

24.07.2026 – Ci sono immagini che non si limitano a custodire un ricordo; ci sono fotografie che trattengono la Storia, quella con la “S” maiuscola, capace di intrecciarsi indissolubilmente con la carne e il sangue delle nostre famiglie.

Questa foto che pubblico oggi è per me una reliquia dell’anima. È una foto ricordo scattata davanti alla chiesa di Crassizza. Vi si vede un gruppo di catechiste e, proprio lì al centro, la più piccola di tutte: è Maria Zancola, per tutti “Teresa”, mia mamma. Accanto a loro, una presenza che irradia una luce speciale, quella del Beato Francesco Bonifacio, il martire istriano. Guardando quel pezzo di carta ingiallito dal tempo, non posso fare a meno di incrociare lo sguardo di quell’uomo.

Aveva gli “occhi di colomba”, don Francesco. Uno sguardo mite, limpido, incapace di covare rancore, specchio di una bontà profonda che l’Istria di quegli anni difficili non è riuscita a spegnere, nemmeno nel fango del secondo dopoguerra. Una vita spesa per le anime della sua terra.

Don Francesco Bonifacio era nato a Pirano il 7 settembre 1912, secondogenito di una numerosa e devota famiglia di sette fratelli e sorelle. La sua vocazione lo portò fino alla Cattedrale di San Giusto, a Trieste, dove fu ordinato sacerdote il 27 dicembre 1936. Dopo i primi passi nella sua Pirano e un periodo come vicario parrocchiale a Cittanova, nel 1939 il suo destino si legò alla Curazia di Villa Gardossi. Un territorio splendido ma severo, fatto di colline che si rincorrono tra Buie e Grisignana, dove 1.200 anime vivevano sparse in tante piccole frazioni o in casolari isolati.

Don Francesco non si risparmiava: camminava per chilometri su quelle strade sterrate, portando la parola di Dio, il conforto agli ammalati e, soprattutto, l’educazione e la fede ai giovani e alle catechiste, proprio come mia mamma Teresa. Per la mia famiglia, don Francesco non era una figura distante sui libri di storia. Era il curato che stringeva le mani, che benediceva il pane, che guardava i bambini con l’affetto di un padre spirituale.

La notte in cui si spense la luce…

Ma l’ombra dei totalitarismi e dell’odio ideologico stava per avvolgere anche quelle colline. L’11 settembre 1946 la violenza cieca decise di strappare don Francesco alla sua gente. Secondo le drammatiche testimonianze raccolte negli anni successivi, il sacerdote fu sorpreso lungo la via di casa, mentre rientrava dal suo ministero, da quattro esponenti delle “Guardie popolari” del regime comunista jugoslavo. Fu fermato, trascinato via e picchiato a morte. Il suo corpo, presumibilmente, fu infoibato, inghiottito dal silenzio di una delle tante cavità carsiche della nostra terra. I suoi resti non sono mai stati trovati. Ed è forse questo il dolore più grande che si aggiunge al martirio: l’impossibilità di posare un fiore su una tomba, l’incertezza crudele che cancella persino il luogo del riposo eterno.

Ma l’odio ha un limite che la memoria non ha. “Non c’è violenza degli uomini che possa cancellare il profumo di una vita offerta per amore.” Oggi, quella targa e questa fotografia che vi mostro non sono solo un tributo a un beato della Chiesa, elevato agli altari come martire della fede. Per me sono il ponte che unisce l’infanzia di mia mamma al sacrificio di un uomo giusto. All’ombra di quel campanile di Crassizza, dove un giorno sorridevano alla macchina fotografica, resta la certezza che la luce di quegli “occhi di colomba” continua a illuminare la nostra storia e la nostra memoria.

Claudio Visintin

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