”Un altro mare”: l’arrivo di Possamai al ”Piccolo” (Il Piccolo 02 nov)

di PAOLO POSSAMAI

Non se ne avrà a male Claudio Magris se, per titolare questo articolo, prendo a prestito il nome da lui dato a uno dei suoi libri più intensi. Ma in effetti voglio augurare a Trieste appunto un altro mare: ossia un nuovo orizzonte e l'attitudine di chi è pronto a navigare per rotte non conosciute. Un futuro che affermi Trieste nel ruolo che storia e geografia le consegnano: piazza in cui si incontrano Europa adriatica, danubiana, slava, tedesca. Città ponte per antonomasia tra Vecchia e Nuova Europa, e non già cul de sac d'Italia.

Per quanto possa apparire un gioco di parole, va pur detto che il futuro di Trieste è dentro il suo presente. Un presente fatto di tante eccellenze, che rischiano tuttavia paradossalmente di essere offuscate e messe tra parentesi da un passato grandioso, affascinante, proprio di una autentica piccola capitale. Jacques Le Goff una volta ha scritto di Roma una pagina che potrebbe funzionare pure per Trieste: il principe dei medievisti sosteneva che per i posteri le tracce della gloriosa età latina fungevano da modello e insieme da alibi, nel senso che a tali livelli di grandezza appariva arduo se non impossibile tornare. Il Colosseo o l'Arco di Costantino, insomma, schiacciavano coloro che abitavano Roma nel medioevo sotto il peso di un'eredità immensa e li impegnavano a una sfida impari. Lo stesso concetto, a suo modo, vale pure per Trieste. Pensiamo, a puro titolo di esempio, a quel colossale monumento all'intraprendenza commerciale dell'800 asburgico che è il Porto Vecchio. Il complesso del Porto Vecchio è testimonianza di fasti trascorsi e, inoltre, simbolo dell'incapacità della classe dirigente triestina a coltivare un destino nuovo per quell'area (e per la città). La gara in corso per il Porto Vecchio è una cartina di tornasole sulla plausibilità di Trieste – pur in una congiuntura internazionale di tensione e fortissimo disorientamento – come luogo su cui investire agli occhi della comunità finanziaria e imprenditoriale.

Fieri del passato, inclini alla nostalgia e al rimpianto, poiché di passato irripetibile si tratta. In questa forma mentis è implicito il rischio di immobilismo e di declino. Una mentalità che ci proponiamo di contrastare, giorno per giorno. Nella concretezza della cronaca, nelle prospettive più lunghe del dibattito politico. Avendo sempre presenti gli assets del territorio e i suoi deficit. Se è vero che Trieste è città ponte, occorre pure dire che il ponte appare sempre più drammaticamente isolato (e frustrata la sua funzione). Trieste e Gorizia sono posizionate lungo il cosiddetto quinto corridoio transeuropeo. Ma il corridoio è quasi occluso. L'autostrada Trieste-Venezia è molto frequentemente una sorta di gigantesco parcheggio in lieve movimento, più che un asse di scorrimento. Un'emergenza largamente prevista poiché prevedibilissima. I primi cantieri inizieranno nel 2009, la terza corsia sulla A4 non sarà pronta che tra 5-7 anni. La linea ferroviaria ad Alta velocità, invece, non esiste neppure come scelta progettuale, né verso Venezia e men che meno verso Lubiana.

Tra 50 giorni sarà inaugurata la linea Tav tra Milano e Bologna, nella primavera prossima toccherà alla tratta Milano-Torino. Nell'uno e nell'altro caso, i tempi di percorrenza saranno dimezzati e ridotti a un'ora. Si chiama interconnessione tra diversi ambiti metropolitani. Significa in concreto la moltiplicazione delle opportunità di sviluppo, come insegna la vicenda del Tgv in Francia o in Spagna. Se il ponte chiamato Trieste non vuole essere isolato e se crede a un destino che faccia tesoro della sua posizione geografica e di una storica propensione alle relazioni e agli scambi, occorre che sappia rappresentare le proprie richieste al governo e all'Europa. Non è ozioso rimarcare, oltretutto, che la rivendicazione giuliana non è una partita localistica ma un'istanza di autentico valore nazionale e internazionale.

Se un giornale è specchio del luogo in cui vive, con "Il Piccolo" vogliamo enfatizzare di Trieste, Gorizia e Monfalcone le potenzialità straordinarie e il ruolo da protagonista nelle dinamiche del Nordest e, a un tempo, cogliere i fattori di criticità al fine di aiutare a scioglierne i nodi. Non è compito di poco conto, ma questo giornale ha dalla sua una vicenda di rara e intima sintonia con il territorio in cui opera. Non abbiamo nulla da inventare, rispetto al programma con cui Teodoro Mayer il 29 dicembre 1881 salutava i lettori del primo numero del suo giornale. "Saremo indipendenti, imparziali, onesti. Ecco tutto". Una mappa efficace quanto sintetica, interpretata con intelligenza da ultimo dal collega Sergio Baraldi.

Quanto a me, vorrei che il giornale fosse simile a un pioppo, le cui foglie sanno cogliere anche il minimo soffio di vento, capaci di vibrare all'aria quando il resto della foresta rimane immobile.

Paolo Possamai