TS e GO senza confini: un futuro da inventare (Il Piccolo 28 ago)

di Marina Cattaruzza

 

Fino al 1991, i rapporti tra Italia e Slovenia sono stati contrassegnati da una forte asimmetria. Mentre l’Italia era uno Stato nazionale dal 1861, «Slovenia» è stata a lungo la denominazione per i territori in cui viveva il nucleo più consistente della popolazione slovena. Nella monarchia asburgica gli sloveni vivevano nei Länder (unità amministrative dotate di ampie autonomie) della Carniola e della Stiria inferiore.

Nel Litorale e nella parte meridionale della Carinzia, nonché nell’Ungheria sudoccidentale (comitati di Vasu e Zala).

Alla fine della Prima guerra mondiale la Slovenia confluì assieme agli altri territori sud slavi della monarchia asburgica e allo Stato del Montenegro nel Regno di Serbia, dando origine al Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni. Durante la Seconda guerra mondiale la Slovenia venne occupata dall’Italia e dalla Germania; dopo lo sbandamento dell’esercito italiano in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943, la Germania assunse il controllo sull’interno territorio. Alla fine della guerra la Repubblica Slovena divenne parte costitutiva della Federazione Socialista di Jugoslavia, aumentando considerevolmente il proprio territorio con l’inclusione di aree ex italiane.

Nel 1991 la Slovenia ha conseguito la piena sovranità: l’Italia, assieme alla maggioranza degli Stati europei, ha riconosciuto la nuova Repubblica indipendente il 15 gennaio 1992, un mese dopo Germania, Svezia e Vaticano. Dopo l’ottenimento della sovranità statale la Repubblica Slovena ha imboccato una strada costellata di successi: nel 2004 la piccola Repubblica è stata accolta nell’Unione europea, e nel 2007 è entrata, primo tra gli Stati membri dell’Europa dell’Est, nella zona dell’euro. Dal 20 dicembre 2007 i passaggi di persone e merci tra la Slovenia e l’Italia, così come tra la Slovenia e l’Austria avvengono senza controlli al confine, analogamente a quelli tra gli altri Stati appartenenti all’area di Schengen. Inoltre, nel 2004, la Slovenia è entrata nella Nato e ha già condotto diverse esercitazioni militari in comune con l’Italia. Dal 1o gennaio 2008 la Slovenia detiene per sei mesi la presidenza del Consiglio dell’Unione europea.

Italia e Slovenia si trovano così nella fase finale di un processo di integrazione territoriale in ambito Eu che la Slovenia, dopo il conseguimento della sovranità, ha intrapreso e portato a termine con successo in un brevissimo arco di tempo, dando prova di notevole determinazione. Tra i nuovi Stati divenuti membri dell’Unione europea in seguito al suo allargamento a Est e a Sud Est, la Slovenia è considerata la «prima della classe», soprattutto per gli indicatori economici, che parlano di un successo unico nell’adeguamento ai meccanismi dell’economia di mercato. Questi i tassi di crescita del Pil riscontrati negli ultimi anni: 4,8 per cento nel 2004; 4,4 per cento nel 2005; 5,2 per cento nel 2006, 5,8 per cento nel 20077.

Si può dire, quindi, che la storia dei rapporti bilaterali tra lo Stato italiano e quello sloveno sia relativamente breve: iniziata appena nel 1991 e svoltasi poi in buona parte nell’ambito dell’integrazione europea e del suo allargamento verso l’Europa centrorientale.

Sebbene l’integrazione a tutti i livelli della Slovenia in Europa proceda speditamente, nei rapporti col vicino italiano permangono alcune tensioni, riconducibili sia alle rispettive memorie storiche, sia a questioni irrisolte ereditate dal passato. Tali contrasti non offuscano i buoni rapporti ufficiali tra i due Paesi: il primo marzo 2005 Romano Prodi era stato insignito dal presidente sloveno Janez Drnovsek (scomparso di recente) della più alta onorificenza della Repubblica slovena, a riconoscimento dei suoi meriti per l’ingresso della Slovenia nella Ue. Tra i partner commerciali della Slovenia l’Italia è al secondo posto, subito dopo la Germania e prima di Austria e Croazia. Tuttavia divergenze e malumori riemergono di tanto in tanto, simili ai fiumi del Carso circostante, che scorrono prevalentemente sottoterra per riaffiorare improvvisamente, per brevi tratti, alla superficie.

I problemi che periodicamente appannano le relazioni tra Italia e Slovenia hanno la loro origine nel periodo successivo alla Prima guerra mondiale. Essi sono incardinati su narrazioni storiche contrapposte, ai cui protagonisti viene di volta in volta attribuito il ruolo di «vittime» o di «carnefici».

Da parte slovena si lamenta in primo luogo la politica di snazionalizzazione attuata dall’Italia nelle aree a essa assegnate dal trattato di Rapallo (1920). In tali territori – che furono attribuiti all’Italia per garantirle un «confine strategico» – viveva una rilevante minoranza slovena, composta di circa 350.000 persone, prevalentemente di origine contadina, che sotto il fascismo venne sottoposta a una brutale, anche se inefficace, politica di assimilazione. Il fiorente associazionismo sloveno fu distrutto, la stampa proibita, le scuole con lingua di insegnamento slovena eliminate.

Anche la politica della memoria da parte dello Stato italiano fu motivo di tensioni tra i due Stati. Nel 2004 entrambe le camere si pronunciarono a favore (anche la sinistra riformista, gli ex Ds, diede il suo assenso) dell’introduzione di una «giornata del ricordo» per commemorare i profughi istriani: «La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria dindignazione in Slovenia e in Croazia, e venne criticato dai media sloveni per gli stereotipi nazionali e le scene di cattivo gusto.

Tirando le somme si può complessivamente constatare che la zona di confine sloveno-italiana, anche dopo la svolta epocale degli anni 1989-1991, continua a essere afflitta dagli antichi contrasti. Gli sloveni in Italia da un lato, e gli esuli istriani dall’altro, ritengono tuttora che il «risarcimento» per i torti subiti sia ancora lontano. Per gli sloveni si tratta in primo luogo di ottenere una tutela della propria specificità etnica e linguistica sul proprio territorio di insediamento inteso nei termini più comprensivi possibili. A tali richieste la regione autonoma Friuli Venezia Giulia è venuta incontro con una legge approvata nell’ottobre 200748. Per gli esuli si tratta invece dell’indennizzo o della restituzione delle proprietà abbandonate. Siamo davanti a una querelle che si trascina sostanzialmente invariata da decenni e che serve soprattutto a tenere unite le rispettive compagini politiche (o «etniche»). Come già sottolineato, questo confronto si svolge sul piano regionale e non ha effetti di rilievo sui rapporti diplomatici tra Italia e Slovenia. Da ciò risulta un vantaggio di posizione per la Slovenia, che può contemporaneamente trattare sul piano regionale con Trieste e sul piano nazionale con Roma, mentre la regione Friuli Venezia Giulia si deve confrontare con un interlocutore che dispone di tutte le risorse di uno Stato sovrano.

Il 20 dicembre 2007 il confine tra Italia e Slovenia ha cessato di esistere. Il futuro sembra piuttosto incerto per l’ex bastione italiano della guerra fredda. Dagli anni Sessanta la Venezia Giulia è sovvenzionata dallo Stato, come molte regioni del Sud. Le speranze nate dopo l’89 di un rilancio economico di Gorizia e Trieste non si sono realizzate. Così la dinamica economia slovena si trova ad avere accesso illimitato nei confronti di una stagnante periferia confinante, appartenente a un altro Stato. Il modo in cui questa nuova situazione influenzerà i rapporti tra Italia e Slovenia e tra Slovenia e Friuli Venezia Giulia, è un interrogativo che riguarda il futuro e che trascende quindi i limiti propri di un’analisi storica.