Toth: gli Esuli divisi, che scoperta!

Riportiamo il fondo del Presidente ANVGD Toth che apparirà sul numero di maggio del mensile dell'Associazione "Difesa Adriatica".

 

LA  NOVITA’  PIU’  VECCHIA DEL MONDO: GLI  ESULI  DIVISI

  Incredibile! Fantastico!  Nel momento stesso in cui, dopo anni di richieste, si riesce ad ottenere un Tavolo di coordinamento intorno al quale discutere con il Governo, crak!  La Federazione delle associazioni degli esuli si spacca. Perché? Come è possibile? Quale logica li guida?
  Appena si è gettato il ponte sul quale deve passare la soluzione dei nostri problemi, dalle restituzioni agli indennizzi, dall’anagrafe alle case popolari, c’è chi corre in avanti per passare prima degli altri, rischiando di far crollare il ponte stesso e rompendo l’unità della Federazione, che è la sola forza contrattuale della diaspora giuliano-dalmata.
  A parte l’aspetto morale, della pugnalata nella schiena dei dirigenti che quel ponte hanno saputo gettare, c’è l’aspetto sostanziale. Quello di disgregare un’unità di azione, riconfermata nei Nove Punti che nessuno ha mai contestato, difesa per vent’anni da tutti i presidenti che si sono succeduti al vertice della Federazione.
  A chi giova tutto questo? Come può la nostra gente capire perché nel momento in cui si possono finalmente risolvere concretamente i loro problemi vitali, come la casa o l’indennizzo, i loro rappresentanti litigano tra loro come i polli di Renzo?
  Sono tante le domande che si possono porre:
  A chi giova che gli esuli siano divisi da polemiche settimanali aperte dai soliti noti? A chi vuole, al di qua e al di là del confine giuliano, che gli esuli e le loro associazioni spariscano.
   A chi giova addossare allo Stato italiano, e quindi all’Italia, l’intera responsabilità delle ingiustizie subite dagli esuli? A chi ha provocato l’Esodo e vuole che gli esuli anziché incolpare chi li ha cacciati, se la prenda con chi li ha accolti, magari male, ma comunque accolti.
  A chi giova che i “rimasti”, con le loro comunità tuttora vive in Istria, in Quarnaro e in Dalmazia, siano abbandonati a se stessi, perché gli esuli, “italiani veri”, li schifano? A quanti, nazionalisti e comunisti croati e sloveni, desiderano liberarsi degli italiani rimasti!
  A chi giova far credere al governo croato che le domande di restituzione dei beni sono trenta o quarantamila, quando sanno benissimo che non è vero? A chi fa il gioco dei partiti croati che i beni non li vogliono restituire, allarmando l’opinione pubblica di quel paese, e cioè agli sciovinisti e ai nostalgici di Tito.
  A chi giova scoraggiare i cittadini italiani, esuli o no, dal comperare proprietà in territorio croato, vanificando gli sforzi dei due ultimi  governi italiani, che la libertà di acquisto hanno ottenuto? A chi non vuole che gli italiani acquistino beni immobili nelle terre che furono italiane, e cioè ai nostalgici del comunismo titino e agli odiatori degli italiani. 
    A chi giova privare le associazioni degli esuli e le comunità italiane in Slovenia e Croazia dei contributi statali per la difesa della loro cultura, definendolo un “osceno baratto”? A chi vuole che le associazioni e le comunità degli italiani, dall’Istria al Montenegro, si dissolvano e muoiano al più presto.
   A chi giova che le associazioni degli esuli anziché essere guidate da maggioranze votate nei congressi e nei consigli federali siano in balia di minoranze massimaliste? A chi vuole che gli esuli e le loro associazioni restino fuori dalla storia, arroccate su posizioni pregiudizialmente protestatarie e prive di sbocchi, così da non contare più niente negli equilibri politici del paese. Che pure ha dimostrato, con il Giorno del Ricordo, che qualcosa ancora contiamo nella memoria della Nazione.
   Vecchie parole, vecchi slogan, vecchi schieramenti, vecchi rancori. L’impressione che se ne ricava è che non si voglia fare un solo passo in avanti per la voluttà selvaggia di precipitare all’indietro e tenerci inchiodati a un passato di beghe e di giardinetti recintati. 
   Perché non è da ieri che la diaspora è divisa. Tutti gli esuli hanno una tendenza innata a dividersi tra loro perché l’esilio, con le sue ferite non rimarginabili, rende gli uomini pieni di riserve, di diffidenze, di rancori, di gelosie verso tutto e verso tutti. Ma bisogna vincerlo questo destino di emarginati. Uscire dal complesso dell’emarginazione e dal pantano disseccato delle recriminazioni.
Si è proposta un’assemblea unitaria della Federazione. Niente. Si è proposta una Consulta dei centri di studio e delle associazioni culturali della diaspora. Niente. si è proposta una sede stabile di incontro e collaborazione con le comunità italiane nelle terre d’origine. Niente. Ad opporsi sempre gli stessi.
Eppure queste proposte erano uscite da organi legittimi delle associazioni, democraticamente e liberamente votate, dove si affrontano i problemi cercando di conciliare istanze e sensibilità diverse, come è inevitabile che sia per ragioni sociologiche, culturali, di provenienza geografica del tutto naturali? Perchè pretendere che chi sta per perdere una casa popolare abitata da quaranta anni si affanni per fondare una nuova comunità di italiani in una città delle Dalmazia? Ma perché impedire, d’altra parte, a chi ha dedicato anni di lavoro alla promozione delle comunità, di raccogliere il frutto della sua attività, coraggiosa e paziente?
La prima delle due istanze è urgente e va affrontata subito. Ma anche la seconda è utile ai fini della nostra volontà di riaffermare l’appartenenza delle nostre terre alla cultura della Nazione. Perché disprezzarsi a vicenda accusandosi l’un l’altro di personalismi o di protagonismi?
E’ questa diaspora di sentimenti, di idee, di diritti e di aspettative che va tenuta unita per una prospettiva comune, che guardi avanti. E la novità da affrontare con urgenza è una sola: farsi strada nella memoria storica collettiva e nella vita politica della Nazione. Come è stato fatto negli ultimi anni tenendo saldi i rapporti con le istituzioni. E così si deve perseverare. E si può fare se si resta uniti. Perché i traguardi sono ambiziosi e non si raggiungono con fughe in avanti o avventure più o meno solitarie

Lucio Toth