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Toth e il suo romanzo: la casa è sogno, dentro la vita

Lucio Toth autore di un romanzo fresco di stampa che s’intitola “La casa di Calle San Zorzi” (Edizioni Sovera). Un dono inaspettato. Per chi lo conosce ed è abituato ad associarlo alla politica, all’arte oratoria, al grande dono della persuasione, rappresenta un invito a scoprire ciò che può dire l’uomo nel momento in cui, solo con se stesso, apre il proprio pensiero, e l’anima, alla scrittura.
La curiosità è grande, le domande si rincorrono mentre ci accingiamo ad iniziare questa intervista. Da dove? Dal titolo ma anche dal concetto stesso che questo esprime.

Perché il racconto parte dalla casa di Calle San Zorzi che dà anche il titolo al romanzo?

“Perché la casa è il luogo delle radici, il luogo della famiglia. La sua perdita è il segno più doloroso dello sradicamento. Ciò che più colpisce un esule istriano, dalmato o fiumano quando torna nella sua città o nel suo paese è vedere la propria casa abitata da altri, che – anche se parenti – sono ormai «diversi». E sembra incredibile che camminino negli stessi corridoi, si affaccino alle stesse finestre, aprano la porta di casa quando vi rientrano, perché quello è il loro focolare. Come lo era stato per noi”.

Per un uomo di legge come lei che si è occupato anche di politica che cosa comporta la sfida del romanzo?

“E’ una sfida che fa tremare. Perché è dalla giovinezza che non ho più scritto un racconto. Narrare è una professione, che si forma e matura nel tempo. Incominciare così tardi è una mezza follia! Certo l’esperienza di vita di un magistrato e di un politico è molto allargata. Va al di là delle esperienze personali. Insegna a rispettare le persone, a vederne il valore umano in se stesso, al di fuori di ogni schema precostituito. Ogni persona è un universo suo”.

Qualcuno afferma che la letteratura sia un veicolo più immediato per far arrivare un messaggio al pubblico. Che cosa ne pensa?

“Penso di sì. Per questo ho scelto il racconto. Dare voce ai miei sentimenti e alla mia esperienza attraverso un saggio o un’opera storica sarebbe stato ancora più difficile. La narrativa è più diretta. Consente di comunicare emozioni forti e pensieri, fuggevoli o meditati che siano. Le nostre vicende sono così misconosciute che solo l’impatto di un racconto può sfondare il muro del silenzio, dell’ignoranza, dell’incomprensione”.

Intreccio di famiglie e generazioni: perché è emblematico soprattutto per la storia dell’Adriatico Orientale?

“Perché nelle nostre terre di frontiera l’impronta originaria latina e veneta ha dovuto fare sempre i conti con popoli di cultura diversa, che hanno finito per prevalere numericamente per una serie di fattori sociali, economici e politici. Ma non c’è famiglia, istriana, fiumana o dalmata di oggi che non abbia in sé qualcosa di italiano. Come ognuno di noi, esuli e rimasti, porta dentro di sé qualcosa dei popoli con i quali abbiamo convissuto, respirato la stessa aria, bevuto la stessa acqua, guardato lo stesso cielo, navigato lo stesso mare. Tommaseo lo aveva detto assai bene. Oltre cento anni fa”.

Qual è il tratto caratterizzante dei personaggi?

“La ricerca di se stessi attraverso vicende che li sovrastano e dalle quali ciascuno si tira fuori seguendo la propria indole, i propri valori più profondi, che emergono nei momenti difficili. Uomini e donne che non possono dominare gli eventi, ma possono scoprirne il senso per la loro vita”.

Da quali considerazioni nasce l’esigenza di scrivere questo libro?

“Non disperdere al vento la realtà di luoghi che sono profondamente mutati. Ma se tempo e spazio sono una delle dimensioni della realtà, una proiezione dello spirito, allora niente è perduto, niente è passato. Tutto vive sempre in un eterno presente”.

Quale è il ruolo che vorrebbe assumessero oggi i giovani di quelle terre?

“Di riflessione e di comprensione del luogo ove si trovano a vivere. Sapere che c’è stato un altro modo di vivere quegli stessi luoghi. E che questo altro modo li può arricchire, conservando l’identità in un mondo che cambia rapidamente, senza nessuna pietà per i sentimenti e le esperienze della gente, degli «altri». Conoscere il passato può aiutare un giovane zaratino o istriano di oggi a non perdere la bussola nel vortice dei mutamenti che si susseguono;  a trovare un punto fermo che – comprendendo – consenta di giudicare serenamente e soprattutto di perdonare ciò che non sarebbe perdonabile”.  

Spesso le storie che riguardano queste terre si fermano al 1945, la vicenda da lei narrata arriva fino ai giorni nostri. Con quali difficoltà nel narrare l’intreccio dopo la seconda guerra mondiale?

“La storia della mia città non è finita con la mia partenza, con l’esodo di quasi tutti gli italiani. Tornandovi spesso, conoscendo la gente che ci vive adesso, seguendo con ansia e amore i fatti che vi sono accaduti «dopo», ho voluto conservare un legame vivo con la mia terra, che nel mio cuore non sento perduta, ma sento sempre mia”.

Scrivere ripercorrendo le vie, percependo rumori e profumi che cosa ha provocato in lei?

“Il senso di qualcosa che non cambia e non potrà mai cambiare. Quegli odori, quei sapori, quelle visioni del mare e delle montagne lontane, delle isole e delle pinete, delle calli e dei campielli sono rimasti dentro di me e li ritrovo sempre, con dolore e commozione, il «dolore del ritorno» appunto, che è il significato letterale della parola greca  nostalgia”.

Per i “puristi” sarà difficile accettare situazioni di scambio tra lingue e culture. Quali sono la sua intenzione ed il suo messaggio?

“Oggi nella letteratura, in controtendenza alla perdita di lessico, c’è un’evoluzione in positivo. La purezza della lingua, che ci hanno insegnato il Fortunio, il Tommaseo, il Mussafia, che per noi era il simbolo stesso dell’italianità, non si indebolisce se riesce ad accogliere – senza stravolgere il rigore della sintassi e della grammatica – espressioni dialettali o di altre lingue che hanno un significato intraducibile. E’ lo spirito che regge una lingua, non le parole. L’italiano ha accolto in sé espressioni dialettali siciliane, napoletane, lombarde; parole francesi, inglesi, spagnole. Perché non dovrebbe accogliere quelle venete o slave delle nostre terre di frontiera. Anzi la forza e la giovinezza di una lingua si misurano proprio da questo”.

Ed infine, la Zara che vorrebbe incontrare, un giorno, al suo arrivo in città scendendo dalla nave.

“Esiste solo nei sogni, per mia fortuna frequenti e bellissimi”.

Il romanzo sarà presentato lunedì 21 aprile a Milano (ore 17.30) al Circolo della Stampa di Palazzo Serbelloni (Corso Venezia, 16). Interverranno gli onorevoli Carlo Giovanardi, Roberto Mazzotta e il prof. Vittorio Sgarbi.

 

Rosanna Turcinovich Giuricin  su www.arcipelagoadriatico.it

 

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