Storie infinite di dolore: la testimonianza di Nica Camali

Mauro Franciolini e Carlo Viale hanno raccolto a Genova la testimonianza dell'esule Domenica Camali, oggi ricoverata in una struttura sanitaria per una grave malattia. Riportiamo integralmente il testo da loro fornitoci, con l'intento di rendere omaggio a "Nica" per questo prezioso racconto che ha voluto preparare per lasciare a tutti il segno indelebile della sua vita.

 

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Testimonianza di  DOMENICA CAMALI, classe 1935.

 

Mi chiamo Domenica Camali e sono una profuga istriana. Da sempre, tutti mi chiamano “Nica” e all’epoca dei fatti di cui parlerò tra breve, vivevo con la mia famiglia a Neresine, un paese sull’isola di Lussino situata nella parte meridionale dell'arcipelago del Quarnero.

Avevo due fratelli – Eugenio e Antonio – rispettivamente di 5 e di 7 anni ed una sorella, Rita, di 13 anni. Mio padre Domenico Camali era un piccolo armatore, capitano marittimo, proprietario di una piccola nave. Dedito al lavoro e alla famiglia, mio padre non aveva mai svolto nessun tipo di attività politica, né ricoperto alcuna carica istituzionale.

Il 25 aprile 1945 arrivarono a casa i titini a prelevarlo…ricordo ancora il rumore degli scarponi dei soldati che lo vennero a prendere. Da quel giorno mio padre scomparve per sempre… di lui non si ebbero più notizie. Il corpo non fu mai ritrovato, forse venne scaraventato in una foiba…oppure, dato che a Lussino non ci sono foibe, fatto sparire in mare insieme ad altre centinaia di italiani che vivevano sulle isole o sulle coste istriane e dalmate.

Il responsabile della morte di mio padre non lo voglio nominare in questa sede, ma si tratta… purtroppo… di un nostro parente, appartenente al ramo cadetto della famiglia, croato da sempre. Non ho mai sporto denuncia nei suoi confronti non tanto per timore di ritorsioni contro di me, ma per paura di vendette trasversali ai danni di mio figlio e della sua famiglia. Tuttavia, ciò che affermo posso documentarlo in un qualsiasi momento poiché sono in possesso di documenti – per la precisione di alcune lettere –  scritte di proprio pugno da quella persona, che confermano le sue schiaccianti responsabilità nell’assassinio di mio padre. Nel 1945 quell’uomo aveva XX anni, ma era già a capo della polizia politica delle isole. Mio padre lo aveva addirittura aiutato a salvarsi dai tedeschi che lo cercavano per arrestarlo. Lo aveva anche sfamato…regalandogli farina e zucchero. Papà era buono ed aveva sempre dato lavoro sia agli italiani sia ai croati, senza discriminazioni di alcun tipo.

Da quel maledetto 25 aprile 1945, mia madre e noi bambini dovemmo affrontare la vita piena di difficoltà e patendo grandi sofferenze ed umiliazioni… che hanno causato profonde ferite nell’anima: ferite che non si rimargineranno mai più. Tuttavia, mio padre era stato lungimirante e, probabilmente allarmato da quello che gli slavi avevano fatto in Istria e Dalmazia (in particolare a Spalato) tra il settembre e l’ottobre 1943, aveva predisposto un piano di evacuazione per noi bambini. L’idea era quella di trasferirci, una volta raggiunta Trieste, presso un collegio di Venezia. Accompagnata da una mia compaesana, la sera del 6 dicembre 1945 ci imbarcammo a Neresine dirette a Trieste…ricordo ancora la bora che soffiava forte. Fu un viaggio davvero difficile tanto che dovemmo sbarcare a Porto Albona. Due dei miei fratelli si erano già messi in salvo da alcuni giorni. A Neresine rimase soltanto mio fratello più piccolo affidato da mia madre a mia nonna materna. Di lì a poco la mamma ritornò a Lussino per prendere anche il bambino più piccolo, ma oramai la situazione era precipitata. I titini le impedirono di uscire dall’isola e per tre anni dovette vivere prigioniera in casa, con la costante presenza di spie sotto le finestre… Per la mamma e mio fratellino furono anni tremendi, carichi di sofferenze, di angoscia e di privazioni… Finalmente nel 1949 riuscirono anche loro ad arrivare in Italia, ma profondamente segnati da quella terribile esperienza. Mia madre visse il resto della sua vita con la pensione riconosciutale per l’attività svolta da mio padre in campo marittimo. Anche i miei fratelli, seppure tra mille difficoltà, si rifecero anch’essi un’esistenza: mia sorella andò a vivere nello stato del Rhode Island, negli U.SA., ed è ancora vivente, mentre Eugenio ed Antonio sono mancati rispettivamente nel 2003 e nel 2007. Pensi che mio fratello Eugenio piangeva come un bambino ogni volta che rievocava quei giorni, ma quando finì la sua esistenza terrena volle avere con sé alcune pietre del giardino della nostra casa di Lussino ed il tricolore italiano…

Nel 1987 tornai in Croazia determinata, più che mai, non tanto a rivendicare le proprietà di mio padre confiscate dal governo slavo, ma per sapere la verità sulla sua fine. Da allora ho intentato nove cause presso il tribunale di Lussino perché pretendo la verità… non tanto per avere un risarcimento danni, ma per avere giustizia. Sono tutte cause che ho portato avanti in prima persona e l’ultima causa è del 2006… ho anche imparato il croato per cercare di comprendere meglio ciò che viene detto e scritto nelle aule di quel tribunale. I croati non si sono mai dimostrati collaborativi, anzi… l’anno scorso, quando mi trovai l’ultima volta di fronte al presidente del tribunale di Lussino, lo sentii domandare a mezza voce: “Ma che cosa vuole ancora questa maledetta italiana?”…ma loro non sanno che io conosco il croato!

Le autorità croate non mi hanno mai aiutato: loro negano, minimizzano, rimandano… L’unico documento che attesta la morte di mio padre è un pezzetto di carta rilasciato dal Comune di Lussino… Il nome di mio padre è citato in un paio di libri: uno del prof. Luzzato Fegiz, l’altro di Padre Rocchi… nulla più. Forse qualche traccia si potrebbe trovare nell’archivio di Pola, ma non me la sento più di andare avanti… Ogni anno devo anche pagare la tassa per la tomba di famiglia (250 kune) altrimenti mi portano via anche la tomba. Delle proprietà di famiglia mi resta la casa di mia madre, da principio requisita dal governo slavo, poi restituita in quanto facente parte di quelle uniche cinquecento case riconosciute agli italiani d’Istria e di Dalmazia.

Durante un mio viaggio a Lussino, verso la metà degli anni Novanta, seppi che il responsabile della morte di mio padre e della rovina della nostra serenità familiare… si trovava con la moglie in Croazia per trascorrere dei giorni di vacanza. Seppi, inoltre, che si era costruito una villa-bunker sull’isola di Xxxxx. Ai tempi del regime di Tito, era stato un dissidente ed era scappato in Xxxxx travestito da frate… A Xxxxxxxx si era rifatto una vita svolgendo un’importante professione con il titolo di xxxxxxx. Grazie ad un nostro cugino, che lavorava per una grande multinazionale petrolifera e che era bene introdotto negli ambienti dei croati che contano, venni a scoprire alcune cose a dir poco sconcertanti sul conto dell’assassino di papà. Oltre a guadagnare parecchi soldi e a vivere indisturbato in Xxxxx, pare che “quella persona” fosse anche in contatto con ambienti croati dediti ad attività condotte non proprio…diciamo… alla luce del sole…. Con la morte di Tito, infatti, era tornato in Croazia da impunito e, all’inizio degli anni Novanta, si era dedicato a raccogliere fondi per sostenere finanziariamente l’imminente guerra della Croazia contro la Serbia. Quando ebbi conferma che si trattava proprio del responsabile della morte di mio padre, trovai il coraggio di affrontarlo viso a viso proprio nella piazza centrale del paese… Dopo essermi accertata della sua identità ed essermi qualificata, gli domandai a bruciapelo: “Che fine ha fatto mio padre!? Quella là è la mia casa! Ricordo ancora il rumore degli scarponi quando lo veniste a prendere… Lei per me è un assassino!”, gli dissi con rabbia. La reazione fu di grande imbarazzo… poi, dopo aver tentato di svicolare da questa situazione assolutamente inaspettata, decise di concedermi un appuntamento per rispondere alle mie domande.

Il luogo dell’incontro fu stabilito da me: ci saremmo visti al porto di Ossero, un paesino di pescatori situato sull'isola di Cherso, dove le case sono individuate soltanto dai numeri civici, per non dare il piacere ai croati di vedere i nomi delle vie scritti nella loro lingua… Quando ci incontrammo domandai ancora: “Perché facesti ammazzare mio padre?” La risposta mi fece rabbrividire: “Perché italiano…perché parlava italiano”. Gli ricordai allora degli aiuti che mio padre gli aveva dato… ma lui, impassibile, disse: “Quelli erano gli ordini del Partito comunista jugoslavo: se io non lo avessi ammazzato, loro avrebbero disposto di ammazzare me…”. Così le bande comuniste di Tito trucidarono ed infoibarono migliaia di persone soltanto perché italiane… secondo un piano programmato di “pulizia  etnica”.

Per mio padre assassinato ed infoibato, il 10 febbraio 2007 l’Italia mi ha concesso una pergamena e la medaglia d’oro. Si tratta dell’unico riconoscimento avuto in 62 anni e, secondo le autorità italiane, dovrebbe bastarmi quale risarcimento per tutto quello che io e la mia famiglia abbiamo passato. Purtroppo, nonostante questo riconoscimento, non mi è stata risparmiata neppure la grande amarezza di vedere ancora su un documento ufficiale il mio status di apolide. Questo accadde proprio dieci giorni prima del conferimento della medaglia alla memoria di papà. Mi trovavo all’ospedale Galliera e sulla documentazione per richiedere una tac… risultavo apolide… capisce !?… Ci rimasi malissimo… una gaffe imperdonabile da parte delle autorità italiane che, dopo averci boicottati e snobbati per oltre mezzo secolo, credono di archiviare la tragedia dei giuliano-dalmati con una pezzo di carta e una medaglia…

Da sei anni sto combattendo contro una grave malattia che adesso mi costringe a vivere tra un letto di ospedale e una sedia a rotelle. Non ho più la forza di un tempo per continuare la battaglia contro il muro di omertà tirato su dagli infoibatori della verità… un “muro di gomma” fatto di silenzi complici e di vergognose falsità. Nonostante tutto sono ottimista, perché ci sono ancora molti italiani che si battono per ristabilire la verità storica sulle foibe e sull’Esodo dei 350.000 profughi dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia. Tra i tanti vorrei ricordare F.S. di Genova che, contando soltanto su se stesso e su pochi altri volontari, si sta impegnando a fondo per far si che i tanti marò della Decima Mas – caduti per difendere le terre orientali dalla furia omicida dei comunisti slavi – abbiano oggi una degna sepoltura. Per quanto mi riguarda, desidero soltanto che la mia testimonianza non vada dimenticata.

 

Genova, 24 agosto 2007