24.12.2025 – Natale 2025: il Natale dei miei “ SE “.
Credo non ci sia un esule, una esule che non si sia mai fatta questa domanda: «E se gavesimo podù restar?»
Se avessimo potuto restare?
Se fossimo rimasti a Orsera Capodistria Pirano Pola?
In quei grandi o piccolissimi amati luoghi dove siamo nati, come sarebbe stato?
Avendolo potuto fare, come avremmo vissuto?
Come sarebbero state le nostre vite, le nostre feste, i nostri Natali?
Tanti tanti…
Mi vengono in mente le parole di papà che ci diceva sempre che, per facilitare la vita a noi figli, ci saremmo trasferiti a Trieste, finita la guerra. Per noi tre più facile scegliere il tipo di scuola, più semplice andarci, alle medie e alle superiori e, se lo avessimo voluto, all’Università. Come tutti i genitori, anche i miei sognavano per noi una vita felice sicura compiuta, ma questo presupponeva studio e scuole non troppo lontane. Che, allora, voleva dire da Orsera a Parenzo per le medie e a Pola, dopo.
Papà non poteva neppure immaginare una vita senza i suoi figli vicino, almeno finché fosse stato possibile. Povero papà che ci ha lasciato a quarantotto anni, giovanissimo lui, per morire tragicamente e, giovanissimi noi figli per restare senza di lui.
Il sogno “triestino” di papà si è avverato, ma a quale prezzo! Con quale fatica, con quale dolore e quanto prematuramente!
Dopo essercene andati, la mia famiglia, tutti noi esuli, abbiamo voluto e tentato che tutto rimanesse uguale, anche le feste più care, il più possibile uguali a quelle trascorse “a casa”. Ma come, se la maggioranza di noi era nei campi profughi, nel freddo, disperazione miseria?
Eppure le mamme e i papà, eroicamente, con sacrifici, almeno a Natale un pezzettino di carne non lo hanno fatto mancare ai loro bambini, solo per loro, perché quel giorno fosse almeno un poco, pochissimo diverso.
Noi il CRP non lo abbiamo vissuto; abbiamo avuto l’immensa fortuna di avere subito una casa. Abbiamo potuto festeggiare ogni occasione in serenità e in compagnia dei nostri parenti che vivevano a Trieste. Senza mai dimenticare la nostra amatissima Maria che viveva con Bruno Rita Patrizia e Anna Maria in quel piccolissimo CRP che era Villa Affenduli, vicinissimo a casa nostra.

Natale.
È in questo periodo che si ripensa, forse con più intensità, al passato. Io non posso fare a meno di chiedermi, di pensare, di immaginare…
Come sarebbe stato SE avessimo potuto rimanere a casa?
SE avessimo potuto scegliere una vita per noi e i nostri figli?
Senza costrizioni, senza paure, semplicemente poter decidere e scegliere il nostro futuro. Quella vita decisa scelta e voluta “pel ben dei nostri fioi”.
Per tutti una vita pensata e desiderata. Una semplice vita a casa nostra.
E fantastico…
Per la mia famiglia, se fusimo restadi, la nostra vita si sarebbe svolta comunque a Trieste, il nostro riferimento, la città grande dove si facevano gli acquisti importanti, dove si andava per vedere la modernità che arrivava più tardi nelle nostre cittadine e paesi, dove c’erano tante scuole.
Ma tutti i momenti importanti della vita, li avremmo passati a casa, nella sola vera casa.
A Trieste avrei studiato, come ho fatto; avrei conosciuto tanti amici che ci sono ancora; avrei incontrato Claudio, l’unico mio amore; saremmo venuti a Milano – a Trieste nel 1964 non c’erano sbocchi di lavoro per un ingegnere neolaureato; e avremmo avuto Andrea e Laura.
Tutto uguale a quanto mi è capitato.
Ma, SE fusimo restadi e non costretti ad andarcene, altrimenti “Te mazemo!” come hanno detto al mio papà nel gennaio 1947?
E immagino e fantastico…
Tutto come mi è capitato ma con quale differenza?
Ecco che immagino e sogno…

Orsera sarebbe stata la nostra Itaca, per tutta la famiglia, dove ritrovarsi, dove tornare per le grandi ricorrenze, per ripetere i vecchi riti, mantenere vive le antiche tradizioni.
E sogno e fantastico…
I cinquant’anni di matrimonio, la Pasqua, le vacanze, il Natale.
E sogno.
Tutti tutti proprio tutti assieme: Claudio ed io, i nostri figli, i nipoti, i cugini, felici di condividere i momenti più belli.
E fantastico…
Vacanze spensierate nuotando in quel mare trasparente pieno di colori blu azzurro turchese verde, e dal mare guardare in alto, verso la collina, veder svettare il campanile de San Martin; quei tramonti dietro i scoi… e ancora che colori rosso arancio giallo, il sole che annega lentamente nel mare…
Tutto perfino troppo bello!
E sogno…
Le scampagnate a Boveda, alla Villa a raccogliere le ciliegie in primavera, a vendemmiare in autunno.
Tutto solo gioia e allegria.
E penso…
Anche i nostri cari che lentamente ci lasciavano, sarebbero tornati a casa, per sempre e definitivamente nella tomba di famiglia.
E sogno…
Il Natale, tutti i Natali, sempre là.
In quella grande casa che si riapriva; le finestre spalancate per le grandi pulizie, per far entrare quell’aria profumata di mare; e la nostra amatissima Maria che dirigeva i lavori; i letti con le lenzuola del corredo di mamma immacolate e profumate.
Io nella camera da letto di mamma e papà, la finestra spalancata al sole, ancora qualche rosa antica, di un colore mai più rivisto, generosamente fiorita a dicembre.
Bisognava far presto.
Arrivavano i figli i nipoti i parenti e dovevano trovare tutto in ordine brillante.
E sogno…
Ora si, si preparava l’abete portato da Milano o Trieste che aveva soppiantato l’antico ginepro.
Avevamo voluto mantenere le candeline di cera, rosse; ora le accendeva Claudio, non più papà, come ai vecchi tempi.
I gingilli sempre uguali fragilissimi, le statuine del presepe sempre le stesse, diventate quasi antiche.
E Gesù Bambino posto con amore e pietà allo scoccare della mezzanotte. E subito, di corsa, alla Messa, ancora con don Francesco.
E sogno…
Antichi profumi di cibi antichi.
E sogno…
Per la cena della Vigilia grandi preparativi.
Andare a ritirare le granseole per preparare con il loro prelibato corallo le lasagnete fatte rigorosamente da qualche volontario.
Le granseole le avevamo ordinate agli amici pescatori già da Milano, per essere sicuri di averle.
I figli che, meravigliati per vederle scorrazzare sul pavimento della cucina prima, e poi scandalizzati nel vedere che buttavamo le povere bestie , ancora vive, nell’acqua bollente. Velocemente, senza esitazioni. Siete delle barbare, ci accusavano.
Ma come se le mangiavano, poi, quella bontà: lasagnete coi ovi de granseola!
Nel piatto quella squisitezza, tutto dimenticato: meraviglia e scandalo.
Squisito cibo della Vigilia di Natale, a casa mia, tradizione da sempre.
Alcuni piatti non si facevano più: il baccalà mantecato, lo si comprava. Troppo ore per prepararlo.
El bisato me fa impresion, me par de magnar una bissa….eliminato dal menù.
Ma le squisite orate al forno con le verze sofigade e le patate arrosto, che bontà!
E c’erano delle novità.
L’insalata russa, che mi viene molto bene e che mia mamma aveva “ instaurato “ d’autorità a Trieste, che nonna Anna non avrebbe mai approvato. Piadinone colme.
E continuo a sognare.
Ognuno preparava la sua specialità; tutti facevano a gara per partecipare a quella festa che ci riuniva di nuovo. Tutti.
E sogno…
Io mi riservavo sempre e comunque il Pan di Spagna, nonostante, oramai, la casa fosse invasa da panettoni pandoro torroni di ogni specie, portati da tutti, ognuno convinto che il suo fosse il più buono.
E con il Pan di Spagna, ancora una volta, scale corridoio stanze erano inondate dal suo profumo dolce, avvolgente, fatto in ricordo della Fattora, la grande nonna Anna.
Quella casa oramai rinnovata- c’era l’acqua corrente – e d’inverno fredda – ma che importava?- si riempiva di vita, di chiacchiere, di risate, di battibecchi subito risolti, di sguardi complici.
E sogno…
Nella vecchia casa di nonna Checca, ancora nostra, si accendeva el zocco natalizio. Di ulivo che trovavamo pronto da bruciare.
La Vigilia a casa dei Crasti, a Nadal ne la vecia casa dei Quarantotto.
Che arrivavano da Napoli, Caserta, Firenze, Ferrara, sparnissadi dove li aveva portati l’amore, il lavoro, la carriera.
Avevamo bisogno di spazi e anche quella vecchia casa si riempiva di vita.
E sogno…
Quel fogoler antico, gigantesco, con i lastroni di pietra come sedili, oramai coperti da morbidi cuscini. La gara per sederci vicino a quel zocco sfavillante.
Sempre la grossa catena di ferro annerita pendente dal camino e la boza de rame pronta per la polenta, che, qualche volta, un volontario, pieno di buona volontà, preparava. Rivedevo zio Piero che la preparava, con pazienza e perizia, allora.
E sogno…
Che splendidi felici Natali con vecchie interminabili tombole, con le vecchie frasi ricorrenti “77 le gambe de le donete”, qualche commento geloso buttato là sulla fortuna dei soliti vincenti.
Alla orsarese, pieni de morbin, in quel dialetto storpiato dai figli e dai nipoti.
I giovani, su un altro tavolo, giocavano a Monopoli, più moderno ma sempre un classico, anche queste partite interminabili.
La visita di qualche parente, qualche vecchio caro amico, scambi di doni.
Tutti felici di rivedersi e riabbracciarsi, dopo tanti mesi, di nuovo riuniti in quel paese che amavamo, che amiamo, e che ci tiene uniti.
Loro sempre là, felici di esserci, noi che tornavamo in quelle case ancora e sempre nostre, sempre là ad aspettarci.
Solo sogno, solo fantasia, solo tanta nostalgia. Sogni e fantasie che non si sono realizzati e che mai potranno realizzarsi. Desideri infranti.

Basta sognare e fantasticare!
Ecco la realtà.
Oggi, quel magnifico fogoler è stato demolito.
La casa di nonna Checca è abitata da sconosciuti. Divisa. Al piano terra un negozio di fiori, il primo e secondo piano… chissà? Sarà l’abitazione della fiorista, arrivata a Orsera chissà da dove? Da che parte dell’ex Jugoslavia?
La casa dove sono nata?
Abitata da parenti messi a casa da nonna Anna per potersene tornare “apena che l’Italia ne farà tornar”. L’Italia non ci ha fatto tornare, e non ha neppure provato a farlo. Tutto già deciso.
Chissà come vivono il Natale i nuovi Orsaresi?
A casa mia- per sempre e solo quella casa mia – lo fanno il presepe?
L’enorme rosaio di rose antiche non esiste più. Non c’erano più le nani amorevoli della mamma che le curava e , allora… via! Non servono.
Quello che ho ricordato è sogno costruito sui miei tanti SE.
SE fusimo restadi?
Ma non potevamo farlo. Ce ne siamo andati, in tanti modi.
Non è stata una sconfitta. È stata forza e coraggio.
Un passo necessario, una decisione dura e indispensabile per continuare a essere liberi. Per poter festeggiare ancora, anche se lontani, il Natale in serenità.
Tutto questo è avvenuto lentamente e con fatica. Tanta.
Con i sogni e con i miei SE non si va avanti. Con la nostra volontà e forza abbiamo fatto tanta strada, superando ostacoli e difficoltà di ogni tipo. Abbiamo ricostruito le nostre vite, sfidando tutto e tutti.
Non avremmo potuto più vivere là, per quanto tempo ancora a farci squartare?
I nostri genitori ci hanno regalato un futuro che, là, non avremmo più potuto avere. Abbiamo festeggiato Natali e Natali, sempre più sereni.
Che anche questo Natale 2025 sia sereno, in salute e pace, come quelli sognati e fantasticati.
Un Santo Natale a tutti voi e alle vostre famiglie.
Anna Maria Crasti
Esule da Orsera – Consigliere nazionale ANVGD
