Sergio Schürzel, una vita con l’Istria italiana nel cuore

 

Il Presidente nazionale, il Segretario, i dirigenti nazionali e provinciali e gli iscritti dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia si stringono attorno alla Presidentessa del Comitato ANVGD di Roma Donatella Schürzel nel ricordo di suo padre Sergio, figura esemplare di patriota istriano.

Nato a Rovigno d’Istria il 2 giugno 1926, si è spento, come desiderava, nella sua casa di Roma lo scorso 19 febbraio 2016, circondato dall’affetto della famiglia. Figlio di un operaio della manifattura tabacchi rovignese, che gli trasmise la fede politica repubblicana, Sergio visse un’infanzia, trascorsa anche presso i Salesiani, che gli rimasero sempre nel cuore, e una giovinezza felice a Rovigno, finché perse il padre a diciott’anni d’età, quando già in lui si erano impressi onestà, correttezza ed un profondo sentimento di italianità. Mosso da questi ideali, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale avrebbe svolto attività di propaganda patriottica nell’Istria sotto controllo jugoslavo, in attesa che venisse riconosciuta la sua opzione per la cittadinanza italiana. L’occhiuta vigilanza dell’OZNA ben presto si accorse del suo fervore, ma fortunatamente il referente locale era stato amico d’infanzia del padre, sicché più volte lo avvisò dei rischi che correva. Alla fine Sergio ed il fratello Giorgio vennero però prelevati da casa, in piena notte, tradotti a Canfanaro e da lì caricati su un treno per Trieste: tuttavia si sapeva che non tutti i passeggeri di questi treni giungevano a destinazione, perciò a Divaccia i due fratelli e altri “indesiderati” riuscirono a smontare di nascosto e, spostandosi di notte, riuscirono ad attraversare il confine. Allorché giunsero in vista di Trieste, da un lato tirarono un sospiro di sollievo, ma dall’altro ebbero piena cognizione di essere stati cacciati da casa, alla quale non potevano più fare ritorno. Dopo pochi giorni al Silos, Sergio raggiunse il centro di smistamento di Udine, ma nell’inquietudine giovanile che lo animava, dopo poco raggiunse con mezzi di fortuna Bologna, ove alcuni parenti già andati via da Rovigno poterono accoglierlo, però non riuscì a trovare lavoro. Decise così di tentare la sorte nella capitale, dormendo perfino sulle panchine della stazione Termini: durante una di queste notti all’addiaccio gli sarebbe stato rubato l’unico paio di scarpe che aveva con sé! Grazie al diploma di ragioniere ed alle referenze conseguite lavorando come contabile di uno squero a Rovigno e con il sostegno di alcuni romani che erano al corrente delle tragedie che si stavano consumando in Istria, Sergio trovò lavoro alla Federconsorzi e poté iscriversi all’università.

Assieme a moltissimi rovignesi avrebbe fatto parte, dal 1949, dei primi nuclei di esuli insediati al Villaggio Giuliano-Dalmata: partecipe del fortissimo senso comunitario che avrebbe consolidato i rapporti tra gli abitanti del quartiere, mise le sue doti di tenore a frutto nel coro rovignese diretto dal maestro Bosazzi. Ed è in questo ambiente che conobbe la moglie, grazie al tramite di una cugina: esule da Pola, la sua famiglia era stata sistemata in Sardegna, ma era venuta a trovare la nonna alloggiata al Giuliano-Dalmata.

Pur risultando per diversi anni successivi all’esodo, persona indesiderata in Jugoslavia, Sergio coltivò sempre l’dea del ritorno in Istria, ove aveva mantenuto contatti, grazie ai quali assieme all’amico Plinio Martinuzzi risultò fra i pionieri del dialogo con la terra d’origine e, pur tra qualche sguardo ostile, abituò la famiglia a trascorrere gran parte delle ferie estive a Rovigno. Con la modestia che lo contraddistingueva anche nel non ostentare la brillante carriera lavorativa che aveva conseguito, fu sempre vicino all’ANVGD, mettendosi poi a disposizione per portare la sua testimonianza in occasione di eventi correlati al Giorno del Ricordo, fino all’ultimo intervento, avvenuto presso la Sala Comunale di Albano a febbraio 2015, assieme alla figlia ed al prof. Giuseppe Parlato. In questi ultimi anni la sua profonda forza morale gli fece affrontare la malattia in maniera quasi eroica, mantenendo fino all’ultimo un’invidiabile lucidità e senza mai rinunciare al suo tipico dinamismo: poté così recarsi ancora a settembre dell’anno scorso nella sua Rovigno e immergersi un’ultima volta nelle acque dell’Adriatico.

Alle affollatissime esequie è stata intonata “La viecia batana”, caposaldo della florida tradizione canora rovignese e si sono sentite registrazioni di canti da lui stesso intonati, oltre che il “Va pensiero”: ora riposa a Vallepietra, dove il Lazio confina con l’Abruzzo. Là, tra i monti Simbruini, aveva trovato una casetta di montagna immersa in un ambiente naturale che gli ricordava l’Istria, Istria alla quale dedicò nel tempo tanti scritti e articoli, alcuni dei quali pubblicati sul Secolo d’Italia. Nelle giornate particolarmente nitide, a Vallepietra, dalle limitrofe vette si può riuscire a scorgere l’Adriatico, cosa che, insieme ai valori e alla semplicità degli autoctoni gli rendevano quell’ambiente congeniale: a dimostrazione di quanto riuscì a farsi apprezzare pure a Vallepietra, l’amministrazione comunale ha fatto giungere al funerale un omaggio floreale, così come è stato eccezionalmente fatto dalla Comunità Italiana di Rovigno.

Al termine di una vita caratterizzata da un amore per l’Istria profondo, ma privo di smancerie e da un radicato senso di libertà, giustizia e onestà, aveva mantenuto sino alla fine un carattere impulsivo, ma senza esasperarlo. Raro esempio di quelle virtù di umiltà, italianità e altruismo tipiche del popolo istriano, Sergio Schürzel rimane un esempio ed un punto di riferimento per chi ama le terre dell’Adriatico orientale e vuole impegnarsi per matenerne vive e feconde le radici italiane.