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Sanza: a Genova da profugo a sindaco (la Repubblica 15 apr)

di MARCO PREVE

 

UN BAMBINO di cinque an­ni arriva in Italia con la sua famiglia di profughi e rac­conta: «Alla stazione hanno spu­tato addosso a tanti miei conna­zionali, e un mio compagno di scuola mi ha detto: “voi venite qui a rubarci il pane”».

 

Potrebbe essere la testimo­nianza del figlio di uno dei tunisi­ni sbarcati a Lampedusa, o di un rumeno o un albanese arrivati nel nostro paese un mese o un anno fa.

 

Invece, a rievocare ricordi di 65 anni prima come fosse vita dell’altro ieri, è un profugo particola­re. Adriano Sansa, diventato uno dei magistrati più noti d’Italia, già sindaco di Genova in uno dei mo­menti più delicati della città, ed oggi presidente del Tribunale dei Minori, a cinque anni era un pro­fugo in fuga con la sua famiglia dall’Istria.

 

Allora giudice, a Genova stan­no per arrivare poche decine di persone e sembra la calata di un’orda.

 

«E’ vero, c’è un’amplificazione della questione surreale. Per af­frontarla seriamente partiamo dai numeri delle persone che do­vrebbero arrivare. Sono numeri assolutamente sostenibili da tutti noi, con un po’ di buona volontà».

 

Il sindaco Marta Vincenzi ha scritto ai suoi concittadini per in­vitarli a dare il meglio di loro.

 

«Ho letto ciò che ha scritto la sindaco e sottoscrivo interamen­te le sue parole. E’ un messaggio nobile che dice che la città ha una sua dignità e tradizione, e una sua attualità anche morale. Con que­ste caratteristiche possiamo af­frontare senza problemi questa emergenza».

 

Lei è stato un profugo.

 

«Avevo cinque anni quando so­no venuto via dall’Istria e ricordo benissimo tutto. Noi avevamo un vantaggio: stessa lingua e cultura dell’Italia. Ma arrivavamo da una tragedia spaventosa, perfino maggiore con le foibe e tutte le uccisioni. Avevamo bisogno di esse­re accolti e aiutati».

 

E’ così importante la differen­za tra profughi e clandestini?

 

«La distinzione tra chi viene perché ha fame o per fuggire a sommovimenti politici mi sem­bra ipocrita e assai poco nobile. Vengono persone che rischiano la vita. Vengono perché non posso­no fare altro che sfuggire a situa­zioni di vita intollerabili. Abbia­mo il dovere civile e morale di ac­coglierli».

 

Come presidente del Tribuna­le dei Minori lei sarà direttamen­te impegnato.

 

«Sì, arriveranno dei minorenni che sono a forte rischio. Alcuni sono bambini accompagnati dai genitori. Ma ce ne sono molti soli e quindi in grande difficoltà. Non nascondo che ci siano problemi per stabilire se sono davvero mi­nori. Alcuni hanno alterato l’età per evitare di essere espulsi. Situazioni che vanno affrontate con pazienza e fermezza, ad esempio facendo gli esami necessari, ma all’interno diunacornice di civiltà e accoglienza».

 

Esponenti della Lega Nord di­cono che per fermarli si potrebbe anche sparare.

 

«Quando noi arrivammo dall’I­stria trovammo da una parte del­la popolazione forte ostilità. A Mestre fummo accolti con sputi e lasciati nei vagoni senza acqua da alcune fazioni comuniste fanati­che che ci accusavano di lasciare un paese socialista. Oggi alcuni sciagura ti fanno la stessa cosa con i tunisini. Li vogliono fuori dalle scatole, dicono “non spariamo per ora” e “perché non dovrem­mo sparargli”. E’ una ferocia che va contrastata. Anzi, alcune di­chiarazioni sono di rilievo penale perché incitano alla violenza».

 

Anche a sinistra però, in zone rosse come Sampierdarena c’è chi i tunisini non li vuole.

 

«Non è questione di destra o si­nistra, ma di affermazione dei te­sti fondamentali della costituzio­ne e dei diritti dell’uomo, di coe­renza morale e solidarietà uma­na. Se qualcuno fa troppe diffi­coltà vuol dire che fa enunciazio­ni astratte ma non è disposto a sostenere quei sacrifici che, co­munque, vanno fatti per confer­mare in concreto le enunciazioni di principio generale. E a sinistra c’è questo rischio di fare dichiara­zioni molto nobili ma poi… ».

 

Tutto così negativo?

 

«Per niente. Ci sono anche molti segni positivi. I minori che arrivano avranno un tutore, sa­ranno accolti da un ente pubbli­co, dal volontariato. C’è molta gente disposta all’accoglienza, cattolici e laici. Fa più notizia lo sciagurato che parla di sparare, ma a Genova è assai più numero­sa la popolazione disposta ad ac­cogliere e aiutare. E’ la maggio­ranza silenziosa che non fa noti­zia».

 

Allora perché questo allarmi­smo?

 

«Intanto c’è una contraddizio­ne di fondo. I dati Confindustria dicono che non c’è immigrazione sufficiente a coprire le esigenze di alcune attività di lavoro e rinno­vamento manodopera. Allora, in­vece di respingerli, perché non pensare ad organizzare corsi di lingua e formazione. Penso che sia una drammatizzazione stru­mentale a fini politici ed elettora­li, la demagogia di chi punta sul­l’estremismo e l’egoismo».

Il bambino profugo di 60 anni fa come se la cavò?

 

«Ho un ricordo vivo di quando siamo arrivati. Quel compagno che mi disse “voi ci rubate il pa­ne”. E’ molto importante il modo in cui si viene accolti. Se si è rifiu­tati fin dall’infanzia laferita non si sana, ci si sente sempre stranieri. Se invece si è accolti si vive meglio e si diventa, socialmente, anche una persona più utile. Noi ce l’ab biamo fatta e accadrà, mi auguro, anche per i migranti di oggi».

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