San Nicolò, una tradizione che ha seguito gli istriani in esilio

06.12.2025 – San Nicolò.

A Orsera: i fioi pici aspettavano l’arrivo di San Nicolò, impazienti.

San Nicolò.

A Orsera. Io, picia di quasi sei anni, aspettavo con ansia l’arrivo del Vecchio Santo, con la lunga barba bianca, tutto vestito di rosso.

Ci portava poche piccole cose.

Caramelle, arance, giochi semplici:

Alle bambine una bambola, ai maschi automobiline, in genere di latta, coloratissime.

Un San Nicolò mi aveva portato un bambolone enorme, di caucciù, i grandi occhi azzurri sgranati e fissi, le braccia e le gambe grassocce.

Non so se mi piaceva, forse troppo grande, forse troppo rosa, forse non riuscivo a provare tenerezza e a donare attenzione a quel quasi bambino immobile e silenzioso.

In comune avevamo solo il silenzio.

Sono stata una bambina silenziosa – chi lo direbbe oggi? – ma mai ferma, che non ha mai amato le bambole, che ha sempre preferito i giochi di movimento e fantasiosi.

E poi la fuga e a Trieste.

Foto: IRCI

San Nicolò.

Il mio primo a Trieste.

El Viale. Viale XX Settembre.

Dalle strade buie di Orsera dove, oramai, si viveva con il buio ancora più nero nel cuore, il Viale, maestoso, gli alberi allineati alti verso il cielo, luci sfavillanti e, di sera, quando imbruniva, tutta la famiglia, anche papà, là incominciava la FESTA.

Festa vera con gli occhi pieni di meraviglia di noi bambini.

Luci luci luci, bancarelle sui due lati della strada, giochi e giochi esposti per invogliare i bambini a fermarsi incantati, già fantasticando su quali chiedere a San Nicolò.

E le bancarelle piene di torroni, grossi lunghi golosi, le bianche mandorle grosse, ben in evidenza.

E il profumo delle castagne. Solo castagne; per noi “le caldarroste” non esistevano. Profumate. Come ci si avvicinava eri avvolto da quel profumo dolce, quasi un abbraccio: «La me da un scartozeto de castagne?»

…e le mangiavi avidamente, le mani che un po’ si scaldavano a quel calore mentre, impaziente, le sbucciavi.

Le prime bollenti, passandole velocemente da una mano all’altra: «Le brusa!» protestavamo.

E veloci, passare incantati da una bancarella all’altra, con gli occhi di mamma e papà che ci scrutavano attenti per capire che cosa ci piaceva di più.

Quelli sguardi attenti li ho capiti a nove anni.

Mamma e papà erano convinti che non credessi piu’ a San Nicolò e un 5 dicembre, dopo cena, mi hanno portato davanti al ripostiglio di casa, ne hanno spalancato la porta… tutto pieno di pacchi pacchetti pacchettini belli colorati tanti e che delusione. Grande!

Il mio bel mondo di bambina è crollato davanti a quei pacchetti e pacchettini.

Delusione incredulità tradimento: tutto insieme.

Sono diventata “grande” in quel momento, la mia ingenua credulità sparita.

Mamma e papà hanno immediatamente capito di aver commesso un errore, mi hanno chiesto scusa, abbracciata consolata.

Ma oramai, per me, era tutto cambiato.

Bisognava continuare quella finzione per Franca e Pino di 5 e 2 anni.

L’anno successivo andare in Viale per la Fiera, tutto diverso.

Le stesse luci, invitanti torroni, bancarelle luccicanti colori giochi.

E mi sono trovata, con mamma e papà, a scrutare i volti dei mei due fratellini per carpire un desiderio, la meraviglia più grande. Che diventavano i doni portati da San Nicolò.

Di quei colori, di quei profumi, di quei ricordi, di quelle bancarelle che continuavano interminabili fino al Politeama Rossetti e anche oltre, un profumo ed un colore ancora incredibilmente vivi.

Lo zucchero filante.

Quella matassa bianca impalpabile profumata, sempre più gonfia, le mani abili dell’artigiano che velocemente giravano intorno alla vaschetta.

Lo zucchero che magicamente si trasformava in quella dolcezza che, come l’addentavi… smontava.

Ma che squisitezza, per me picia de Orsera, le prime volte gioia, gola, quasi emozionante.

San Nicolò 2025.

Se mi chiedeste San Nicolò’?

Non esiterei.

Trieste, freddo, mani gelate, occhi spalancati, folla, volti sorridenti di grandi e bambini, incedere lentissimo, qualche sburton, troppe cose da vedere, tanti desideri da esaudire, mamma e papà felici con noi figli, una volta tanto tutti assieme,  felici della nostra gioia e noi tre che assaporavamo quella serenità.

Tornati a casa, subito a letto.

Con una grande terribile domanda.

E se San Nicolò ne porta el carbon?

Grandi esami di coscienza.

Mi venivano in mente disubbidienze, piccole bugie.

Mi sforzavo di ricordare e sprofondavo nel sonno.

Alla mattina presto, la sveglia, noi tre di corsa in camera da pranzo, i pacchi ammucchiati.

Scartarli febbrilmente.

La nostra grande sorpresa: allora siamo stati bravi!

Incredibile, nonostante le sgridate di mamma.

Mamma e papà con il solito teatrino: «Gavè sentì che bacan che ga fato San Nicolò? No semo rivadi a vederlo gnanche noi!»

Ma il ricordo più bello, più dolce, più profumato è quella matassa dolce bianca profumata.

Oramai rara da trovare.

Ma quale gioia ogni tanto rivederla e ancora tanta nel ricordarla.

Buon San Nicolò a tutti: grandi e pici.

Anna Maria Crasti

Consigliere nazionale dell’ANVGD

 

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