Riscoprire l’intreccio storico attraverso i dialetti (Voce del Popolo 13 set)

TRIESTE – Tra i vari appuntamenti proposti dalla Bancarella un’attenzione particolare è andata al dibattito dedicato al mantenimento dei dialetti nell’Adriatico orientale. Il momento di dialogo, proposto nel corso della prima giornata e intitolato “La cultura adriatica tra passato e presente: processi di osmosi, contaminazioni, il ruolo dei dialetti preromanzi e veneti” ha visto la partecipazione di Stelio Spadaro, Ulderico Bernardi, Giovanni Radossi, Donatella Schurzel e Amleto Ballarini della Società di studi fiumani. Quest’ultimo ha parlato del patrimonio dialettale del capoluogo quarnerino e di come si possa preservare la memoria dei dialetti ancora vivi. “È ora che ci si metta in testa, nel caso dei retorici aldilà e aldiquà del confine, che manca l’equilibrio nel dialogo e che quanto rimane non ci appaga – ha affermato Ballarini –. In Italia il problema è pregnante. Abbiamo un museo fiumano a Roma, che se non lo pubblicizzassimo andando nelle scuole o creando altre iniziative, si perderebbe nel nugolo di altri musei sul suolo nazionale”. Nel prosieguo del suo intervento Ballarini ha proposto alcune considerazioni sui vocabolari classici del fiumano, importanti non tanto per accatastare singoli vocaboli, quanto per riscoprire l’intreccio storico che riesce a rendere il significato e la storia di una popolazione.

La prevalenza di un idioma

Ulderico Bernardi, professore ordinario di Sociologia dei processi culturali nel dipartimento di scienze economiche dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha portato, invece, un interessante esempio di sopravvivenza del dialetto veneto. “In Brasile, in ben tre stati del sud il dialetto veneto è diffusissimo tanto da essere tutelato e condiviso anche dagli immigrati polacchi e tedeschi. Un dizionario di questo dialetto è stato redatto proprio da un frate polacco”. Una larga tutela delle lingue minoritarie contribuisce, così, a mantenere vive diverse testimonianze, tutte meritevoli di persistenza, per quanto in una terra lontanissima dalle proprie radici. Giovanni Radossi, direttore Centro di ricerche storiche di Rovigno, ha reso, invece, una testimonianza che va aldilà del complesso lavoro di documentazione e ricerca che conduce da moltissimi anni. Presentando alla platea un episodio autobiografico ha raccontato di come sua madre, dopo un ictus, rimase paralizzata e totalmente interdetta nella comunicazione.
Mosso dall’istinto o dalla sofferenza, Radossi tentò di parlarle nel dialetto d’origine, constatando che, nonostante con lei non lo avesse mai usato, la comprensione da parte della donna, improvvisamente, si instaurò. In questo caso, emerge la prevalenza cognitiva di un idioma più di qualsiasi altro, che evidentemente funziona riattivando un registro con caratteristiche particolari, idiosincratiche e diverse da quelle utilizzate per altre lingue a conoscenza del soggetto. Aldilà di questo episodio, Radossi ha parlato anche di alcuni nuovi volumi, tra i quali il nuovo dizionario di Pola, che uscirà agli inizi del prossimo anno e che proporrà anche numerose tracce del nuovo “inquinamento” linguistico contemporaneo. Radossi ha citato, infine, anche un’altra novità editoriale: “Piante e fiori dell’Istria”, un interessante volume contenente 1.700 fotografie accompagnate da una traduzione delle terminologie associate in 5 lingue, con aggiunte le tipologie dialettali registrate nelle varie località istriane.

«Essere riconoscibili»

Donatella Shurzel, dell’ANVGD di Roma, ha aperto il suo intervento partendo dalla condizione dell’istroveneto ancora sotto il regno asburgico, quando già emergeva negli autoctoni un’esigenza di imporsi e perfezionarsi linguisticamente per essere riconoscibili alla nazione madre quanto agli austriaci. Shurzel ha descritto quindi l’ambiente del quartiere giuliano-dalmata a Roma dove è cresciuta, sottolineando l’apertura che nella capitale ha permesso un’integrazione e contestualmente il mantenimento della parlata dialettale tra i membri del cosiddetto “villaggio giuliano-dalmata”.

Le conclusioni del dibattito solo spettate a Stelio Spadaro, intellettuale triestino di origini capodistriane, che ha voluto circoscrivere in alcuni punti gli argomenti emersi nella mattinata. Punto primo: il lavoro che sta dietro al mantenimento del patrimonio di memoria di un popolo, senza il quale questo risulterebbe sostanzialmente incomprensibile, per quanto permanga alto il rischio di “recintare” la propria cultura d’origine. In secondo luogo, Spadaro ha indicato l’importanza del dibattito che ha consentito l’istituzionalizzazione del Giorno del ricordo, fondato su una discussione e su degli atti che andrebbero rivalutati e resi pubblici. Il terzo punto rilevato da Spadaro: la ricostruzione dell’immagine della Venezia Giulia, che nel resto d’Italia rischia di apparire come un’accolita di estremisti traumatizzati dalla storia, mentre ha avuto ed ha una forte tradizione di lotta civile e liberale. All’ultimo posto, ma non per importanza, Spadaro ha collocato l’unità e la lotta per l’unità degli italiani sulle due sponde dell’Adriatico, per ripristinare un tessuto connettivo di una grande cultura capace di andare oltre al nazionalismo e ai suoi frutti.

Emanuela Masseria