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Ricordo di Antonio Cepich (Giornale di Brescia 24 ago)

RICORDO Antonio Cepich, l'eredità morale del «padre» della diaspora
giuliano-dalmata a Brescia

È trascorso un anno esatto dalla scomparsa di Antonio Cepich,
l'indimenticabile «Tonci», emblema con la sua stessa figura di ex
bersagliere iperattivo della tenacia di un intero popolo reso nomade dai
colpi bassi della Storia. Dalmata, zaratino, figlio italiano di una terra
complessa e contesa da secoli tra mondo latino e mondo slavo, che viene
riassunta per convenzione nella terna Istria-Fiume-Dalmazia, o semplificata
in Venezia Giulia, Cepich resta nel pensiero e nel cuore di molti che
l'hanno conosciuto da vicino, come il grande «tutore» della diaspora
giuliano-dalmata nella Brescia del Dopoguerra. Il «padre» della
ricostruzione civile, sociale e materiale di qualche migliaio di esuli dal
confine nordorientale che scelsero o furono catapultati dalla ruota delle
opportunità in questa provincia. Fu lui a guidarli e rappresentarli per
oltre mezzo secolo, in veste di presidente del Comitato di Brescia
dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (Anvgd).
Per chi scrive, è stato in verità qualcosa di più: una vera «guida
spirituale», un amico attento, premuroso e imparziale, che ha saputo
accompagnare nella conoscenza di un universo negletto e semi-clandestino
(parlo di quindici anni fa) un cronista attirato, in generale, dalla storia
dei vinti.
Troppo facile sarebbe proporre qui un ritratto lacrimevole, disegnato dalla
retorica dei buoni sentimenti, che nulla regalerebbe di non dovuto a un
personaggio tanto carismatico e meritorio, e farebbe invece scadere in
«smorfia» celebrativa la giusta rievocazione di chi dedicò una vita,
fortunatamente lunga, alla dignità-diritto della memoria di un'umanità di
«sommersi» (obliati, accantonati, mistificati) e non sempre «salvati».
«Italiani di serie B», «stranieri in patria», o addirittura «slavi
rinnegati», incapaci di accettare la palingenesi della rivoluzione titoista
nella Jugoslavia liberata dall'occupazione nazi-fascista: questo, per lo
più, erano considerati i profughi giuliano-dalmati che giungevano a
contendere agli italiani stremati dalla guerra, pane, alloggio e lavoro,
allora scarsi per tutti.
«Meglio un pensiero personale che un articolo di giornale», è stata la
riflessione che mi ha spinto a stendere queste note, considerando anche il
mio crescente coinvolgimento intellettuale-narrativo-emotivo nella
«questione giuliana».
In tempi di accentuato revisionismo storico o, forse, di «confusione»
storiografica abbinata a furbizie politiche, come gli attuali, quando la
memoria delle foibe e dell'esodo è stata sì, finalmente, recuperata e resa
patrimonio nazionale, ma anche e troppo spesso strumentalizzata per
(opposti) fini di parte, ricordare la figura di un galantuomo come Cepich
serve a meglio collocare storicamente e politicamente quella immensa
tragedia. Altri meglio di me, a cominciare dai suoi «compagni di strada», da
chi porta nelle vene lo stesso sangue profugo, la stessa esperienza di vita
spezzata dall'esilio, potrà rievocare gli anni del profugismo a Brescia e
dedicare a quest'uomo probo un ricordo istituzionale adeguato, intitolargli
una via o una biblioteca.
Il lavoro straordinario di «Tonci» per mettere in piedi e rendere efficiente
il campo di raccolta di via Callegari. Il suo impegno per allestire le altre
strutture di accoglienza a Chiari, Bogliaco, Fasano di Gardone Riviera e
Villa di Gargnano. E quindi la fase successiva, durissima, delle battaglie
per il «diritto al lavoro e alla casa» di centinaia di famiglie trapiantate
«obtorto collo» (mica emigrate!) in una città percorsa da fremiti non sempre
solidaristici verso i nuovi venuti (celebre, in proposito, la contestazione
di alcuni operai comunisti dell'OM davanti all'ex caserma di via Callegari
contro i «fascisti» fuggiti dal «paradiso» comunista jugoslavo).
È mio forte auspicio che qualcuno, a livello istituzionale, associativo o
culturale, voglia un giorno aprire e illustrare ai bresciani, specie ai più
giovani, questa pagina nascosta dentro una storia già di per sé poco
conosciuta, facendo emergere cosa significasse lavorare per ridare una
speranza di futuro agli esuli, andando a battere cassa, cercare
collaborazioni e provvidenze in tempi di «vacche magre».
Qui, mi interessa inquadrare il ruolo e il valore che la figura di Antonio
Cepich ha rivestito e gli vanno riconosciuti a futura memoria.
Fondamentale fu la sua esperienza del lager, quasi due anni di prigionia
trascorsi nei campi della morte disseminati nel territorio del Terzo Reich.
«Tonci» disse «no» all'arruolamento volontario nelle fila dell'esercito
della Rsi, come la maggior parte degli ufficiali (era sottotenente) e dei
soldati italiani deportati in Germania. Pagò il coraggio di questa scelta
patendo privazioni e umiliazioni che chiunque di noi può conoscere leggendo
i bellissimi libri di Primo Levi o di Boris Pahor.
In una realtà orrenda, nella quale assistette alla morte di tanti compagni
di prigionia, l'ex sottotenente zaratino vide crollare anche gli ideali e i
valori nei quali aveva fino ad allora creduto, frutto dell'educazione
fascista. Ma nei quali non si era mai acriticamente appiattito. «Nel campo –
raccontava – imparai a capire cosa significasse la democrazia, la libertà di
pensiero e di parola, il rispetto dei diritti di tutti, concetti a noi prima
sconosciuti». E citava il capitano Giuseppe De Toni, già preside del liceo
«Calini» di Brescia, internato assieme a lui, come una figura importante
nella sua nascente formazione democratica.
Quando il 12 settembre 1945 scese a Pescantina, nel Veronese, dal treno
proveniente dall'ex Germania nazista, il sottotenente Cepich pesava 40
chilogrammi. Ma era un uomo nuovo. Cambiato. Raggiunse Brescia, dove nel
frattempo erano riparati i suoi congiunti scappati da una Zara martoriata
dai bombardamenti alleati e successivamente occupata dai partigiani di Tito,
e qui si trovò ad essere l'uomo giusto al momento giusto. Esule, ottimo
organizzatore in quanto dotato di preparazione militare, ma anche ex
internato, e dunque antifascista. Un requisito fondamentale, quest'ultimo,
per diventare l'ideale interfaccia delle nuove autorità democratiche della
città. A lui si rivolsero il prefetto della Liberazione Bulloni e il vescovo
Monsignor Tredici, per affidargli il compito improbo di predisporre dal
nulla «l'accoglienza degli esuli» che a ondate successive arrivavano
dall'Istria, Fiume e Dalmazia.
Antifascista e, al contempo, convintamente anticomunista. Come avrebbe del
resto potuto simpatizzare per l'ideologia che muoveva la mano degli
oppressori e persecutori della sua gente? Dei responsabili dello sterminio
di migliaia di italiani a guerra finita e dell'espianto di una secolare
presenza autoctona dalla Venezia Giulia? Questa ferma distanza, anzi,
equidistanza dagli estremismi, dalle ideologie totalitarie, dal fascismo
come dal comunismo, era come un faro che illuminava la sua azione e le sue
idee.
La «lettura» che «Tonci» offriva delle sventure piovute sul confine
orientale è di straordinaria attualità ancor oggi. Non condivisa purtroppo
da tutto il frastagliato e, a volte, rissoso mondo della diaspora, che a
livello nazionale è frantumato in varie sigle e appartenenze politiche. Lui
ha combattuto contro i partigiani titini, certo. Ma in nome della Patria
minacciata, non del fascismo. Il suo era autentico sentimento nazionale, non
fanatico nazionalismo. Quando parlava della sua amatissima Zara, rifletteva
sugli «errori storici» del regime fascista, che – osservava – aveva creato
un «baratro fra elemento italiano ed elemento slavo», con la politica di
assimilazione forzata e di negazione della lingua e cultura delle
popolazioni allora dette «allogene».
Questo vigile spirito critico (e autocritico), non toglieva nulla alla ferma
protesta e indignazione che Cepich nutriva per le ingiustizie subìte dagli
esuli giuliano-dalmati per mano degli oppressori con la stella rossa sul
berretto e, successivamente, in oltre cinquant'anni di «vita democratica».
La sua analisi, va sottolineato, era perfettamente in sintonia con i
lineamenti della più seria e qualificata storiografia in materia. E quindi
resta una «testimonianza» vissuta in prima persona, che andrebbe meglio
divulgata, portandola anche nelle scuole.
Questo è un semplice auspicio personale. Lui, il «Tonci», non l'ha mai
chiesto. Si sentiva un semplice zaratino orfano della sua terra. Poche righe
scritte di proprio pugno il 17 maggio 1988, alla morte della moglie
Margherita e ritrovate postume dalla figlia Stefania, lo documentano.
Eccole: «Il sole della mia Zara al tramonto con il raggio verde; la luna
alta in mezzo al "Canalon". Una passeggiata alle Colovare; il mare di
scirocco alla Riva Nova. La strada d'estate per il secondo vallon; la barca
in Fossa. Un giro in Calle Larga e in piazza dei Signori. Così desidero
essere ricordato lontano dalla mia Zara, con i bersaglieri e i reduci dei
lager… Antonio Cepich».
Se è vero che è impossibile prescindere dal suo operato di «uomo pubblico»,
è giusto ricordarlo anche così. Come lui desiderava.

VALERIO DI DONATO
Brescia

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