Ricordato Antonio Borme, educatore della comunità italiana in Istria

07.08.2026 – Giovedì 6 agosto, presso il Cimitero delle Laste di Rovigno d’Istria, si è svolta la cerimonia di commemorazione in occasione del 34° anniversario della scomparsa del prof. Antonio Borme, promossa dall’Unione Italiana, dalla Comunità degli Italiani “Pino Budicin” di Rovigno, dal Consiglio della minoranza nazionale italiana autoctona della Regione Istriana e dal Consiglio della Regione Litoraneo-Montana.

Alla commemorazione hanno preso parte, in rappresentanza dell’Unione Italiana, il Presidente della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana, Paolo Demarin, il Presidente dell’Assemblea dell’Unione Italiana, Marko Gregorič, e i titolari dei Settori „Bilinguismo e Diritti acquisiti“ e „Arte e Cultura“ della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana, rispettivamente David Modrušan e Enea Dessardo, rendendo omaggio a una delle figure più significative della Comunità Nazionale Italiana.

Segue il testo dell’intervento pronunciato dal Presidente della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana, Paolo Demarin. 

Le comunità, come le persone, hanno una memoria. Ed è proprio dalla memoria che nasce la loro identità. Una comunità che dimentica coloro che ne hanno scritto le pagine più alte è una comunità destinata a perdere lentamente anche sé stessa. Per questo oggi non siamo qui soltanto per commemorare Antonio Borme.

Siamo qui per rinnovare un patto con la nostra storia. Perché Antonio Borme non è stato soltanto un presidente dell’Unione degli Italiani. Non è stato soltanto un docente, un preside, uno studioso o un intellettuale. Antonio Borme è stato uno degli uomini che hanno reso possibile la sopravvivenza politica, culturale e morale della Comunità Nazionale Italiana in queste terre.

Ci sono momenti nella storia in cui il destino di un popolo sembra dipendere dal coraggio di una sola persona. Negli anni Sessanta e Settanta, quel coraggio ebbe il volto di Antonio Borme.

Quando parlare di identità italiana significava esporsi.

Quando mantenere un rapporto con la Nazione Madre significava sfidare un sistema.

Quando immaginare una minoranza libera, protagonista del proprio destino e orgogliosa della propria appartenenza sembrava impossibile.

Antonio Borme ebbe il coraggio di immaginarlo. Ma soprattutto ebbe il coraggio di dirlo. E poi di farlo.

Fu lui a comprendere che una comunità nazionale non può vivere di sola sopravvivenza. Una comunità vive se possiede dignità. Se possiede coscienza di sé. Se custodisce la propria lingua. La propria cultura. Le proprie scuole. Le proprie istituzioni. Se mantiene vivo il legame con la propria storia e con la propria madrepatria.

Quella visione, che oggi consideriamo naturale, allora appariva rivoluzionaria. E come tutte le idee che anticipano il proprio tempo, incontrò ostacoli, diffidenze e ostilità.

Antonio Borme pagò il prezzo della libertà di pensiero. Non volle mai essere un uomo del consenso. Scelse di essere un uomo della coscienza.

Nel settembre del 1974 il regime lo allontanò dalla Presidenza dell’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume. Pensavano di aver rimosso un presidente. In realtà stavano tentando di fermare un’idea.

La storia ci insegna, però, che le idee giuste possono essere perseguitate, ma non sconfitte. Possono essere isolate. Mai cancellate.

Il dolore più grande, tuttavia, non fu la perdita dell’incarico. Fu vedere che la sua emarginazione avveniva anche con il consenso di alcuni connazionali. È una delle pagine più amare della nostra storia. Ed è giusto ricordarla. Non per riaprire ferite. Ma perché una comunità matura deve avere il coraggio di guardare anche i propri errori.

Antonio Borme visse quegli anni con una sofferenza che nessuno dovrebbe conoscere. Eppure non rinunciò mai ai propri ideali. Non cercò vendette. Non alimentò divisioni. Aspettò che fosse la storia a parlare. E la storia parlò.

Quando la Jugoslavia si avviò verso la dissoluzione e la Comunità Nazionale Italiana cercò una guida autorevole, fu proprio ad Antonio Borme che tornò a guardare.

Nel 1991 fu eletto Presidente della nuova Unione Italiana. Non fu una semplice elezione. Fu una restituzione della verità. Fu il riconoscimento che aveva avuto ragione. Che la strada indicata molti anni prima era l’unica capace di garantire un futuro al nostro popolo.

Per questo possiamo dire che Antonio Borme salvò due volte la Comunità Nazionale Italiana.

La prima volta impedendole di perdere la propria identità.

La seconda aiutandola a ritrovare sé stessa nel momento della rinascita democratica.

Questa è la grandezza degli uomini di Stato. Essi non lavorano per il presente. Lavorano per generazioni che forse non conosceranno mai.

Noi siamo una di quelle generazioni. Molti giovani che oggi frequentano le scuole italiane. Molti docenti che insegnano nella nostra lingua. Molti amministratori che rappresentano con orgoglio la Comunità Nazionale Italiana. Molte famiglie che vivono serenamente la propria identità. Forse non sanno quanto di tutto questo lo dobbiamo anche ad Antonio Borme.

Ecco perché il suo ricordo non appartiene soltanto alla storia. Appartiene al nostro presente. E soprattutto al nostro futuro.

Oggi abbiamo il dovere di pronunciare due parole.

La prima è grazie. Grazie per averci insegnato che l’identità non è un privilegio. È una responsabilità. Grazie per averci dimostrato che la politica può essere servizio. Che il potere può essere sacrificio. Che la vera guida è amore verso il proprio popolo.

La seconda parola è perdono. Per il silenzio. Per la solitudine. Per gli anni nei quali la nostra Comunità non seppe stare accanto all’uomo che più di ogni altro aveva scelto di stare accanto ad essa.

Un pensiero affettuoso va alla sua famiglia. Perché dietro ogni grande uomo esiste sempre una famiglia che ha condiviso il peso delle sue battaglie. E anche questo sacrificio merita oggi la nostra più sincera gratitudine.

Quest’anno, però, la nostra Comunità compie un gesto che assume un significato straordinario. La Scuola Media Superiore Italiana di Rovigno porterà il nome del professor Antonio Borme. Non è soltanto un’intitolazione. È un atto di giustizia. È il riconoscimento che una Comunità sa onorare coloro che hanno dedicato la propria vita al suo futuro. Ed è difficile immaginare un luogo più adatto.

Perché, prima ancora di essere un uomo delle istituzioni, Antonio Borme è stato un educatore. Ha formato generazioni di giovani. Ha insegnato con la parola, ma soprattutto con l’esempio. Ha trasmesso l’amore per la cultura, il senso del dovere, il valore della libertà e della dignità nazionale. Per questo oggi quella scuola non riceve soltanto un nome. Riceve un’eredità. E vi è qualcosa di profondamente simbolico in tutto questo.

Professore, Lei ritorna nel luogo che più di ogni altro ha amato. Ritorna nella Sua scuola. Tra gli studenti. Tra gli insegnanti. Tra quelle aule dove ha seminato conoscenza, speranza e coscienza civile. È come se la storia, dopo tanti anni, Le restituisse definitivamente il posto che Le spetta.

Da oggi ogni ragazzo che entrerà in quella scuola leggerà il Suo nome. E quel nome ricorderà che la libertà, l’identità e la dignità non sono mai conquiste definitive, ma valori che ogni generazione è chiamata a custodire.

Per questo, con profonda commozione, oggi possiamo dirLe: Bentornato, Professore. Bentornato nella Sua scuola. Bentornato a casa.

Paolo Demarin
Presidente della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana

Fonte: Unione Italiana

 

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