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Ricordare senza rancore (Il Piccolo 19 dic)

di STELIO SPADARO
Riceviamo e pubblichiamo

Mi pare importante l’articolo di Roberto Morelli di qualche giorno fa sull’opportunità di riprendere anche con gli atti simbolici i percorsi di riconciliazione in questa parte d’Europa.

Anche in altre parti del Vecchio continente stanno prendendo corpo iniziative atte a ricomporre vecchie ferite e fratture. Le celebrazioni del Giorno del ricordo, perciò, possono assumere sempre più questo carattere costruttivo di una memoria senza rancore, rispettosa di tutti i torti e le sofferenze. Ma consapevole del valore di una tradizione e di una identità, quella degli italiani della costa orientale e dell'Adriatico.

«D’origine istriana è mio padre, di Lussino. Forse più di un terzo di triestini ha fra gli ascendenti qualche istriano. Vi immaginate Torino privata del Piemonte, e Firenze della Toscana. Se non potete immaginarlo, pensate a Trieste senza all’Istria (…) noi triestini non fraternizziamo più con nessuna marina, da che ci hanno tolto l’Istria che era parte di noi. Non è nostalgia, ma è pena, una tragica pena perché ci hanno tolto parte del nostro corpo». Così Giani Stuparich su La Stampa di Torino, il 19 aprile 1950 a segnalare con parole amarissime la dissoluzione di un’intera regione, non soltanto della parte consegnata all’altra parte della cortina del confine.

Trieste effettivamente venne allora sconvolta, nei suoi rapporti, nei suoi riferimenti, nella sua fisionomia. La prof.ssa Marina Cataruzza ci ha ricordato come quella della costa nord orientale dell’Istria formasse un'unica area metropolitana con la città: l’Istria non era qualcosa di altro rispetto a Trieste, per tutto l’ottocento e prima. Perciò si comprende come questo confine portato alla periferia della città significò la dissoluzione di un’intera regione – della Venezia Giulia – dissoluzione che si protrasse per anni fino a colpire l’intera popolazione – gli esuli ed i “rimasti”- e la stessa identità culturale di un popolo. Potrebbero essere scritte decine di lettere come quella di Marino Trani e di Chiara Vigini sulla dissoluzione e l’abbandono delle città istriane.

Perché ricordare tutto questo oggi? Ricordare senza rancore, ma ricordare. Perché si è corso il rischio (e si corre) che un’intera storia, un intera parte della fisionomia dell’Adriatico orientale fosse dimenticata, un’intera civiltà del mare fosse messa in parentesi o considerata irrilevante o di artificiale importazione. E tentativi del genere non solo sono stati fatti nel tempo passato, ma anche di recente. Ma non apro polemiche. Sarà sempre più difficile per tutti, nelle società aperte che ospitiamo, togliere la paternità italiana a due società sportive di canottaggio, quali la Pullino di Isola d’Istria e la Libertas di Capodistria, come qualcuno anche di recente ha cercato di fare. O continuare a coprire con il fango delle malefatte del fascismo il profilo articolato di una lunga storia. Non mi interessa tornare a vecchie e lise polemiche. Voglio solo ricordare che quanto il Sen. Fulvio Camerini, dell’Ulivo, aprì nel Senato della Repubblica la discussione sugli indennizzi agli esuli istriani (correva l’anno 1997) quasi nessuno dei senatori sapeva qualcosa della nostra storia, curata solo con affetto e costanza dalle Associazioni degli esuli. La si considerava una storia separata ed estranea a quella italiana, più legata ad avventurose vicende coloniali che come capitolo della nostra storia nazionale, come invece è.

Da ciò, la necessità e l’importanza della istituzione del Giorno del ricordo, il 10 febbraio, che rammenta all’Italia le vicende, il profilo e i drammi di un’intera regione, prima e dopo la catastrofe dell’esodo e delle sofferenze di un intero popolo, Giorno che ricorda la storia di un’identità spezzata, che si voleva cancellare e che invece è parte importante e costitutiva della storia complessiva, e complessa, delle molteplici civiltà dell’Adriatico orientale. Un’adeguata collocazione del tragico fenomeno dell’esodo e delle foibe all’interno della più ampia storia moderna dell’Adriatico orientale consente anche di gettare una luce sul carattere specifico dell’italianità di questa regione, specifico perché originato e sviluppato in un intenso contatto con le correnti più tipiche della modernizzazione europea.

La rimozione pressoché completa del retroterra storico culturale, a monte delle vicende tragiche del novecento giuliano ha invece alimentato un profilo deformato della Venezia Giulia e una visione della città di Trieste come di un luogo senza un passato né un’identità definita, come una località di frontiera svuotata e sospesa nel tempo e nello spazio, perché privata dei profondi legami che essa ha intessuto con il Nord e il Centro Europa, ma anche soprattutto con la realtà mediterranea dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.

Perciò il 10 febbraio, Giorno del Ricordo, parla a tutti noi, riguarda tutti i cittadini della Repubblica, perché è storia d’Italia.

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