Raduno Dalmati a Pesaro: il discorso di Toth

Riportiamo il testo integrale del Presidente ANVGD Lucio Toth in occasione del Raduno dei Dalmati tenutosi a Pesaro il 22 e 23 settembre.

 

PESARO  23 settembre 2007

LE TRE PUNTE DELL’ALABARDA: MEMORIA, DIRITTI, IDENTITA’

1)  «Staccate il primo di luglio le venete bandiere nella cittadella e nella piazza delle Erbe in Zara, venivano portate sopra due bacili da due capitani con accompagnamento di due schiere di militi, e a tamburo battente, alla piazza dei Signori, ov’erano attese da tutta la milizia veneta, che ancora vi si trovava. Presentate al sergente generale Antonio Stratico, questi tenne un affettuoso discorso sul doloroso motivo che quel giorno li convocava, e consegnandole ai colonnelli…furono portate in processione lungo la via Longa, fra il fragore dell’artiglieria, fino alla cattedrale e deposte sull’altar maggiore. Dopo il Te Deum e la orazione pel nuovo imperatore, lo Stratico, avanzatosi all’altar, baciava con fervore quelle bandiere lagrimando di commozione e l’esempio era seguito dagli altri ufficiali… e da numero immenso di popolo, tanto che esse n’erano veramente bagnate, esempio non che mirabile, unico di affettuosa sudditanza».  
  Così narra Samuele Romanin nella «Storia documentata di Venezia» del 1854, che il nostro Luigi Tomaz riporta nelle sue recenti pubblicazioni.
  Stiamo parlando del 1° luglio 1797.

  «Il 28 marzo 1810 fu tolta da tutta la Dalmazia la bandiera italiana (bianco-rosso-verde) e sostituita dalla tricolore francese». Così Tullio Erder in «Storia della Dalmazia dal 1797 al 1814».
  Occorreranno cento anni per farcela tornare, ma non nel cuore e nelle case degli zaratini e di migliaia e migliaia di dalmati.
  L’ultimo alza-bandiera l’avete visto molti di voi nell’ottobre del 1944.
  «Alle prime luci del 31 ottobre, in mezzo ai cumuli di macerie in un città distrutta, il tenente (dei carabinieri ndr) Ignazio Terranova con alcuni zaratini saliva sul campanile del Duomo e stendeva una bandiera tricolore lungo la balaustra del terrazzino sottostante alla cuspide.» (in Oddode Talpo- Sergio Brcic «…Vennero dal cielo» Palladino Editore 2006).
  Vedete cosa vuol dire vivere di simboli e di bandiere, come noi siamo vissuti.
  Vivere in una terra dove ogni uomo è frontiera all’altro. Questo ci è toccato, a noi dalmati italiani.
  Avevamo la frontiera davanti a noi, sotto l’Austria, e volevamo averla alle nostre spalle, come nei mille anni di Venezia e dei Liberi Comuni. Ma insieme a noi, sulla stessa terra, c’erano altri che vedevano e volevano il contrario.
  Eravamo discendenti di latini e per noi le alpi erano la frontiera e il mare davanti la patria. Per gli altri le montagne erano la patria e il mare la frontiera.
  Scriveva Nicolò Tommaseo: «Quel tanto di che, nelle arti del bello, Dalmazia si onora, l’ha per l’aure che spirano non dal monte, ma dalla marina
   E Antonio Baiamonti aveva ben capito come la vedevano gli «altri» : «Noi fin dai primi tempi vi abbiamo accolto sui nostri lidi con affetto e sincerità e voi ce ne discacciate, con poco patriottismo e ci assegnate come unica dimora il mare :u more – che è il vostro programma… » (Spalato, discorso alla Dieta Dalmata del 1887).
   Il poeta croato Vladimir Nazor, già sostenitore di ante Pavelić e poi di Tito, lo confermerà in un comizio a Zara del novembre 1944 : «Spazzeremo dal nostro territorio le pietre della torre nemica distrutta , e le getteremo nel mare profondo dell’ oblìo.» (Talpo-Brcic, ibidem)
  Noi, amici cari, siamo le pietre gettate nel mare. Ma le pietre non hanno un’anima. Gli uomini sì e l’anima non muore, anche se gettata nel mare. Anche le città hanno un’anima, l’anima delle generazioni che ci hanno vissuto. E anche quest’anima non muore. Si trasmette nella memoria della storia.
  E di quest’anima erano fatte quelle pietre. E le tante che ne sono restate parlano ancora degli uomini e delle donne che le hanno messe una sull’altra, costruendo le case e le chiese, le porte e le mura. Che in quelle case hanno abitato, in quelle chiese hanno pregato, quelle mura hanno difeso, quasi sempre vittoriosamente, nei tanti assedi subiti nei secoli : dagli Avari alla IV Crociata, ai due assedi turchi (1499-1571), a quello austro-inglese del 1813, fino alla seconda guerra mondiale e oltre.
 «Le mura va zoso ma el Sì restarà !» dice la nostra canzone popolare. 
   E a noi tocca oggi in sorte, insieme agli zaratini italiani che ancora percorrono quelle calli, di essere le mura e il «Sì», le pietre gettate nel Canale e l’anima della nostra città.

2)  Per questo la memoria è la prima delle nostre armi. La sua difesa, il suo sviluppo il primo dei nostri obiettivi. Perché la memoria non è statica. E’ una finestra aperta sul passato, cioè sulla nostra identità di dalmati e di italiani. E farla conoscere non è soltanto far sapere agli altri quello che noi sappiamo, ma cercare noi stessi nelle miniere inesauribili del passato il senso più profondo del nostro essere. Perché è questo, è soltanto questo che dà significato al futuro. Un popolo senza passato non ha un avvenire davanti a sé perché non ha nulla da trasmettere agli altri e alle generazioni nuove.
   Oggi i popoli dell’Occidente si pongono tutti il problema della difesa della memoria, come elemento essenziale dell’identità delle nazioni.
  Con il Giorno del Ricordo abbiamo conquistato il diritto di far parlare di noi, della nostra vicenda, della nostra storia, che non comincia nel 1918 o nel 1941, ma ha le radici nei millenni delle civiltà mediterranee ed europee. Non ci stancheremo mai di ripetere che il Giorno del Ricordo non è solo il doveroso tributo alla tragedia delle Foibe e al dramma collettivo dell’Esodo, ma a tutta la storia che sta dietro questi eventi e che proprio questi eventi avrebbero voluto cancellare, gettando nel mare dell’oblìo – come voleva Nazor – la vita delle generazioni che ci hanno preceduto.
  Noi non lo permetteremo e faremo conoscere, con gli strumenti più attuali della ricerca storiografica, il profondo legame tra la Dalmazia e la penisola italiana, dall’antica colonizzazione greca, ai primi municipi e colonie romane, ai Comuni medievali, alla stagione del Rinascimento, quando i nostri artisti sparsero lungo tutto l’Adriatico e oltre i semi della cultura veneto-bizantina e del suo incontro fecondo con le culture del Nord-Europa.
  Pesaro e Urbino ne sono un esempio. E non ho bisogno di ricordare a tutti voi come le chiese, i palazzi, le fortezze portino l’impromta del genio dalmata di Luciano Laurana. E come tutte le Marche siano disseminate di opere d’arte scolpite o dipinte dalle mani dei nostri artisti, da Giorgio Orsini ai due Crivelli, ai maestri anonimi di tante pale d’altare. E come sia stato un dalmata, Pietro Nachini, a diffondere nelle Marche l’arte organaria veneziana.     
  Ma non è fatta solo di lettere e di arti la nostra tradizione, ma anche di onore nelle armi, dalle acque di Lepanto alla II guerra mondiale. La nostra piccola provincia, la più piccola d’Italia, ha avuto la percentuale più alta di caduti e di decorati al valore.
  Capisco che è imbarazzante per un Paese sapere che la città che più aveva dato alla Nazione sia stata la prima ad essere sacrificata.
  Ma nella coerenza di questa tradizione è la nostra forza, come nei leoni della Porta Marina. Non per una ricerca di rivalsa, ma per una restituzione della memoria.
 
  3)  A questo punto occorre denunciare con forza la stoltezza e la miopia di chi considera il percorso della Federazione negli ultimi dieci anni  come la continuazione di un bolso appiattimento alla volontà governativa di sedare le nostre aspirazioni  convogliandole verso il quietismo assistenzialista. E’ proprio l’insistere sull’assistenzialismo e sulle rivendicazioni materiali come finalità unica delle associazioni della Diaspora che si macina sabbia vecchia, sulla quale si arena ogni entusiasmo e ogni capacità innovativa.
  L’irrealismo delle strategie da lagnanza perpetua non ha fatto che perpetuare l’impotenza di certe posizioni.
  Gli ultimi dieci anni invece hanno segnato una netta rottura rispetto al passato, identificando nella rivendicazione della memoria, della tradizione di civiltà e della nostra identità di Italiani dell’Adriatico orientale la stella polare della nostra azione, la lancia centrale dell’alabarda.
  E’ la tradizione la nostra forza, la nostra fierezza e il nostro orgoglio. Non il piagnisteo petulante  che ci rende noiosi e ci aliena simpatie. I perdenti non fanno storia. Solo chi è fiero e convinto della nobiltà del suo passato ha la forza morale per imporlo agli altri.
  E’ la tradizione della civiltà latina delle nostre città e delle nostre terre, che non era solo un dato linguistico, ma un sistema di valori di libertà e di autorità, di senso del dovere e di difesa gelosa dei diritti personali e collettivi, di comprensione e di apertura agli «altri», ma nella consapevolezza di una identità da difendere ad ogni costo, anche della vita e dei propri beni. Come abbiamo dimostrato con i fatti.                    
  Per la nobiltà di questo patrimonio storico la nostra azione rinnovatrice non può chiudersi nella trincea  esclusiva delle rivendicazioni del diritto di proprietà, giusto e sacrosanto, fulcro di ogni civiltà giuridica, ma deve andare al di là: dimostrare a chi non ci conosce quale sia il nostro passato, il nostro patrimonio di civiltà e perché vogliamo trasmetterlo. Non per conservare in naftalina una piccola identità  comunitaria di esuli, ma per contribuire a costruire una nuova identità di europei, aperta agli altri e al futuro, ma fieri del loro passato.
  Per questa linea innovatrice ci siamo conquistati in dieci anni la considerazione di ambienti politici e culturali che la deriva del lamento e dell’auto-emarginazione ci aveva alienato. Non è stata affatto la subordinazione al potere, che del resto è cambiato quattro volte. E’ stato esattemente l’opposto : l’antagonismo intelligente al potere che ha rotto il muro del silenzio!
  Sono state da un lato la tenacia di un’ariete che batte e ribatte contro la fortezza dell’ignoranza, fino a sbrecciarne le mura e aprirsi un varco nella memoria e nella vita del Paese. E dall’altro l’abilità di una manovra avvolgente, storica e ideologica, che ci ha liberato dai luoghi comuni politici che ci avevano legato le mani.
   L’idealismo deve definire i nostri obiettivi e il realismo ci deve aiutare a riconoscere la strada da percorrere per poterli raggiungere.
   E’ questo atteggiamento lucido e deciso che ha reso attuale la nostra storia, altrimenti avviata al dimenticatoio degli oggetti smarriti.

4)  Tre devono essere le punte della nostra azione politica, come Federazione e come singole associazioni di esuli (che ne facciano parte o meno è del tutto secondario).
  Sono come le tre punte di un’alabarda: memoria, diritti, identità.
  E’ dalla rivendicazione della memoria che discendono i nostri diritti. Dalla consapevolezza nostra e dalla presa di coscienza del Paese di ciò che abbiamo dato alla Nazione discende il loro riconoscimento.
  Quando parliamo di diritti degli esuli dobbiamo ricordare che non tutti i profughi appartenevano a famiglie borghesi o di ceto medio, con la possibilità quindi di trovare spazio nelle professioni, nelle carriere pubbliche, ecc. Da secoli i nostri intellettuali insegnavano, studiavano, lavoravano a Padova, a Torino, a Firenze, a Bologna, anche se potevano avere uguale dimestichezza con Graz o con Vienna.
  Anche nel campo dell’iniziativa privata la nostra gente si è fatta strada. Stiamo conducendo una ricerca approfondita sull’imprenditoria giuliano-dalmata dall’Esodo ad oggi. I nomi insigni non mancano e li abbiamo tra noi, come Ottavio Missoni, il nostro «libero sindaco».
  Altra cosa però era la condizione delle classi più umili. Quelle che restarono nelle baracche e nelle camerate dei campi-profughi fino al 1956-58, mescolandosi con i profughi dell’Europa dell’Est, accomunati solo dall’essere vittime del comunismo.
  Per molti fu un calvario di umiliazioni, di incomprensioni, chiamati «slavi» o «fascisti» a seconda del malanimo di chi incontravano.
  Una delle favole della propaganda di sinistra era che eravamo tutti «borghesi». Invece le statitiche hanno dimostrato che la grande maggioranza dei profughi erano contadini, operai, marittimi, pescatori, a totale smentita che solo le classi agiate delle città giuliane e dalmate fossero italiane.
  I villaggi giuliano-dalmati sono la controprova dell’infondatezza di questa favola. Ed è quando la sinistra ne ha preso finalmente atto, qualche anno fa, che ha aperto gli occhi su tutta la nostra vicenda. Conoscendo la vita di un lussignano o di un polesano, dalle tolde degli incrociatori in Mediterraneo ai campi di prigionia inglesi e tedeschi, fino alle acciaierie di Cornigliano o ai cantieri della Spezia, hanno capito che cosa voleva dire perdere non solo la casa, ma il proprio ambiente naturale per essere trattati, autoctoni in casa propria, come «stranieri» da soldatesche rozze e arroganti e da funzionari di partito iugoslavi astuti e maliziosi.
  Se esistono quindi diritti di proprietà da recuperare, per chi è stato espropriato di immobili, aziende o terreni acquisiti dagli avi, esistono anche i diritti di chi magari non aveva nulla e oggi deve difendere un appartamento di 60 mq alla periferia di Genova, di Marghera, di Firenze o di Roma.
  Negli ultimi quindici anni abbiamo ottenuto molto in materia di edilizia popolare, con il riscatto di migliaia di appartamenti a metà del prezzo di costruzione. Ma molti problemi sono ancora irrisolti e la parcellizzazione delle competenze tra Stato, Regioni e Comuni agevola chi vuole, per ignoranza, per antico odio ideologico o per burocratica ignavia, metterci i bastoni tra le ruote, disapplicando le leggi della Repubblica.
  Il Tavolo di Cordinamento istituito a febbraio presso la Presidenza del Consiglio può dare su questo punto buoni risultati e la Federazione sta lavorando sodo in tal senso, a prescindere dalle beghe interne. Perchè i diritti della nostra gente vengono prima delle nostre beghe, che vanno messe da parte quando si tratta con il Governo e con le amministrazioni, che devono aveve da noi proposte univoche…o quasi.
  Ardui sono invece i problemi sulle restituzioni, perchè occorerebbe un peso contrattuale del governo italiano molto maggiore di quello che i nostri governi siano disposti a far valere verso la Croazia e la Slovenia. L’Italia non ha mai avuto governi forti, per un insieme di ragioni storiche e contingenti che è inutile e impietoso rievocare. L’Italia è sempre stata un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro.
  Una strada da percorrere è certamente quella delle istituzioni europee. Sul piano cioè dei diritti personali violati di cui si chiede la tutela. Ma è una strada che va percorsa con serietà e accortezza giuridica, senza fughe in avanti e avventure di facciata.
  Ciò non toglie che si debba proseguire sulla via delle trattative bilaterali tra governi, dato il notevole sforzo che è stato fatto in questi anni per studiare i vari aspetti della situazione e formulare una proposta di soluzione globale. Su questo terreno la posizione del nostro Governo è rimasta ferma, uno dei pochi punti di continuità nell’alternanza politica del 2006.
  In questo momento il massimo della pressione va concentrata sul nostro Ministero dell’Economia per reperire i fondi per innalzare i coefficenti della legge 137 del 2001. E’ stata presentata al Governo dalla Federazione una piattaforma dettagliata, sulla quale si deve battere. Tesoretti o non tesoretti  questi fondi devono essere trovati perchè il limite della nostra pazienza è stato superato da tempo.
  Sui temi dell’Anagrafe, cioè dei documenti di identità, il Ministero dell’Interno ha emanato – sulla base delle nostre indicazioni – una circolare in data 31 luglio scorso che dovrebbe risolvere ogni problema per gli esuli dai territori ceduti e dalla Zona B.
  Come dalmati abbiamo aperto un’altra questione di carattere generale, prospettando la necessità che nei documenti italiani qualsiasi toponimo che abbia una versione italiana acquisita venga usato con esclusività. Questo anche a difesa della lingua italiana. Come un dalmata nato a Sebenico ha diritto di vedere questo nome sulla sua carta d’identità, anche se Sebenico non rientra tra i territori «ceduti», così un polesano nato dopo il 15 settembre 1947 ha diritto di vedere sul suo passaporto Pola e non Pula. E questo vale per chi è nato a Bengasi, a Londra o a Berlino.
  I luoghi che hanno un nome italiano meritano di tenerselo, siano appartenuti o meno allo Stato italiano.
                                   
5) La terza punta dell’alabarda è – infatti – la nostra identità.
  Identità vuol dire innanzitutto difendere l’identità latina e veneta dell’Istria, del Quarnaro e della Dalmazia, ma vuol dire anche restituire agli italiani la nostra identità nazionale e costruire un’identità europea insieme agli altri popoli del continente, unendo le tre componenti essenziali della sua cultura: la latina, la germanica e la slava; sulle solide fondamenta della tradizione greco-romana e nel rispetto delle sue radici cristiane. Chi meglio di noi lo può comprendere?
  La nuova Europa deve essere un’Europa delle Nazioni con una sua identità, nella quale confluiscano, senza disperdersi, le identità nazionali dei suoi popoli, come gli affluenti che si versano nel grande fiume della cultura moderna, centrata sui principi di libertà, di laicità, di tolleranza e quindi anche di rivalutazione delle radici religiose del continente, senza le quali non c’è tolleranza vera, ma solo un relativismo che esclude chiunque creda in qualcosa che trascenda l’individuo e le cose materiali.
  Le generazioni che ci hanno preceduto, in Istria, a Fiume, in Dalmazia ci hanno insegnato che la vità è lotta, è missione, è sacrificio. E’ trascendimento degli interessi e dei sentimenti personali.
  Dai sacrifici della nostra gente ci viene il coraggio di sfidare il tempo per conservare a noi stessi, all’Italia e all’Europa un patrimonio di cultura, di arte, di eroismo personale e collettivo.
  Questo patrimonio di cultura e di creatività, dall’antichità al Rinascimento, dall’Alto Medio Evo all’Età contemporanea, noi dobbiamo trasmettere, con la forza del nostro amore, agli istriani, ai fiumani, ai dalmati, agli zaratini di oggi.
  Riconoscendo il nostro passato, saranno essi stessi più dalmati, più istriani, più fiumani. Senza rinnegare la loro nazionalità di oggi, come noi non rinneghiamo la nostra.
  Nella costruzione di un’Europa di valori comuni – quei valori che i due totalitarismi del Novecento hanno calpestato – possiamo trovare un cammino da fare insieme.
  Torniamo alle sorgenti universali del nostro irredentismo, che hanno animato uomini come Tommaseo, Baiamonti, Ghiglianovich, Tacconi, Ziliotto e tanti grandi maestri che ci hanno guidato e ancora oggi ci aiutano, con il loro pensiero e le loro opere, a non perdere la fede e la speranza nell’avvenire.
                                             Lucio Toth