”QUEL GIORNO…” L’ESODO NEL CUORE

Di Andrea PATELLI – nato a Visinada d’Istria il 19/3/1936

6 novembre 1946: un giorno che non potrò mai più dimenticare, un giorno che mi ha profondamente segnato nel cuore e nella mente, un giorno che nel bene e nel male ha senz’altro avuto grande importanza nella mia vita.

Sono convinto che la guerra, purtroppo, e sotto certi aspetti, fa maturare più in fretta i bambini. Vedono, sentono e quindi assorbono cose a volte troppo grandi per la loro età.

Sapevo già da tempo che saremmo dovuti venir via da Visinada d’Istria. Era palpabile la paura con cui si conviveva sotto il regime di Tito. Pur bambino sapevo che alcune persone erano sparite senza motivo e senza conoscerne più la sorte, che era pericoloso parlare, qualunque confidenza anche banale poteva essere travisata, conoscevo il significato di “foiba” e l’uso che gli slavi ne avevano fatto, ma non avevo certo focalizzato il termine “ESODO”.

Già nel settembre del 1946, con papà, avevo accompagnato mia sorella Gianna in collegio a Venezia per frequentare la II media, ma dopo pochi giorni ero poi ritornato in Istria, nella casa dove ero nato, nel nido che mi dava sicurezza, nel paese dove conoscevo la gente, dove mi erano familiari sasso su sasso.

Per i primi giorni di novembre le maestre della scuola avevano organizzato un piccolo spettacolo teatrale di noi scolari. Frequentavo la V elementare.

Mamma era al settimo mese di gravidanza. I miei avevano sparsa la voce che sarebbe andata a partorire ad Abbazia, località provvista di ospedale e dove avevamo parenti. La nostra “partenza”, prima del giorno dello spettacolo, sarebbe stata ingiustificata e notata da tutti: era illogico partire per il parto due mesi prima. Eravamo tutti segretamente ben schedati e controllati. Questa nostra eventuale partenza prematura avrebbe potuto essere fonte di indagini da parte dell’OZNA, la polizia segreta jugoslava, con grave pericolo per i miei parenti che rimanevano a Visinada. Ma io, alla prossima partenza, non ci pensavo, preso com’ero dalle prove con il mio violino. Così la domenica 4 novembre ci fu lo spettacolino organizzato dalla scuola (sotto il regime comunista di Tito non era permesso rispettare neppure alcune ricorrenze religiose!).

Il lunedì sera, dopo cena, capii che la buonanotte che mi davano i nonni e gli zii aveva un significato particolare, era un saluto, sembrava più un addio: rimasi stordito nel ritornare a quella brutta realtà che i momenti trascorsi con i miei amici sul palcoscenico mi avevano fatto dimenticare. Girai per la casa, quella grande casa che mi aveva visto nascere e crescere, dove avevo giocato, riso o pianto sempre nella spensieratezza infantile, quella casa di cui conoscevo gli odori e i rumori. Avrei voluto andare nell’orto e strappare tutte le piante, sradicare quei pini che ogni anno servivano per l’albero di Natale, liberare tutte le galline cui tante volte, con mia nonna Amalia, avevo dato il grano e lasciarle libere perchè non fossero più di nessuno. Avrei voluto sfregiare i muri e soprattutto rompere tutti i vetri delle finestre della casa. In quei momenti non ho versato una sola lacrima, perché ero arrabbiato, disperato, oppresso da un gran senso di ingiustizia. Ecco: non trovavo giusto tutto quello che m
i stava accadendo. Ma il mio desiderio di distruzione si compose al pensiero che in quella casa rimanevano i nonni. Mi consolò quindi il pensiero che sarebbero comunque rimasti fidati custodi dei luoghi che sentivo far parte integrale della mia vita (in quel momento ignoravo che di lì a pochi mesi anche i nonni e tutti gli zii e cugini avrebbero dovuto abbandonare l’Istria).

Andai a letto un po’ frastornato e allora mi venne addosso tutta quella crudele realtà, e allora piansi prima di addormentarmi.

Alle quattro del mattino di quel 6 novembre mamma venne a svegliarmi. Mezzo addormentato e stordito per quel risveglio così di buon’ora mi vestì cercando di farmi indossare più indumenti possibile perché non potevamo portare tanti bagagli. Tutto si svolse in fretta e in silenzio. Davanti a casa c’era una Lancia-Aprilia del Signor Marchetto di Pisino, un autista di cui ci si poteva fidare, eppoi , particolare non tracurabile, sapeva parlar il croato. Quando stavo per salir in macchina, sulla casa di fronte una finestra si socchiuse appena e una donna, una contadina nostra dirimpettaia, sussurrò: “Addio sior Leo, addio siora Isa, addio picio mio “.

In quel momento qualcosa dentro di me si è rotto, una ferita si è aperta e ancora non si è completamente rimarginata.

In macchina papà e mamma salirono dietro, io davanti per timore del mal d’auto, in considerazione delle strade secondarie piuttosto tortuose che avremmo dovuto percorrere. All’ultimo momento mia nonna mi consegnò il mio violino dicendomi: “ Tien, picio mio, el tuo violin, perché, se i “drusi” ve fa storie, ti sonighe “ Druse Tito”, cussì i ve lassa passar!”. (Purtroppo, negli anni successivi , in uno dei tanti traslochi, quel violino è andato perduto).

Credo che in tutto il viaggio non sia stata pronunciata una sola parola, tanta era la tensione e la paura. Poco prima del confine ci fermammo. Io passai sui sedili posteriori e papà davanti. C’era un grosso problema: papà aveva solo mezza carta d’identità perché aveva dovuto distruggere l’altra metà timbrata a settembre, per una imperdonabile leggerezza, dal Comitato giuliano di Venezia. Durante quella sosta il Signor Marchetto, il nostro autista, raccomandò a mia mamma, che pur aveva un evidente pancione, di fingere di essere sofferente più di quanto lo fosse in realtà e di continuare a lamentarsi quasi in un rantolo. Quando fummo davanti a quella sbarra con la bandiera con la stella rossa, il Signor Marchetto scese e parlottò con i miliziani. Risalì in macchina e partimmo subito. Ci riferì di aver detto che quella donna che trasportava stava malissimo, era moribonda e stava per partorire e fortemente dubitava di portarla viva fino a Muggia.

Attraversammo la “terra di nessuno” e solo quando, oltrepassata senza particolari problemi la sbarra di confine controllata dai soldati inglesi, entrammo nel Territorio Libero di Trieste, ci sentimmo anche noi liberi.

Non furono tutte rose da quel momento, ci furono tanti problemi, incertezze, umiliazioni, rimpianti, una vita tutta in salita, ma non avevamo più paura.

 

(per gentile concessione di Guido Patelli)