06.01.2026 – Oggi è la Befana.
L’Epifania tute le feste la scova via,
ma po’ vien quel mato de carneval,
che tute indrio le fa tornar.
La Befana. Quella vecchia «Marantega», come la chiamavano a Portole, non mi era molto simpatica. A Orsera non mi portava nulla, a Trieste nemmeno sognarselo!
Non era prodiga di doni come San Nicolò, che sapeva indovinare sempre i miei desideri, quasi sempre inespressi.
E questa vecchia sdentata, col cappellaccio nero in testa, che cavalcava sul manico di una scopa non mi piaceva per nulla. Mi costringeva a molte domande e a una sola risposta: non mi meritavo nulla.
Ma come me i miei fratelli, ma come me i miei amichetti sia a Orsera che a Trieste. Ero convinta che tutti, ma proprio tutti fossimo una “maniga de fioi cativi”
In realtà, e me ne rendevo perfettamente conto, qualche peccatuccio lo avevo commesso: disobbedienze, birichinate… Ma tanto gravi che nessuno di noi, proprio nessuno meritasse anche il più piccolo dono? Neppure una caramella? Neppure un mandarino? Un giocattolino?
E la Befana mi diventava sempre più antipatica. E poi ho capito…
Troppa concorrenza con San Nicolò; San Nicolò si che era sempre generoso e buono. Ma poi mi hanno spiegato…
A Orsera, come in quasi tutta l’Istria no se impicava le calze a la cadena del fogoler, per impinirla de dolci, nose e zogatoli per i putei boni e per quei cativi senere, tochi de carbon e bachete. Neppure alla catena di quell’enorme focolare in casa di nonna Checca, che più adatto di così non poteva essere!
Quella vecchia Marantega, a Portole, Rodia a Capodistria e in tante località dell’interno, arrivava nelle case con un sacco sulle spalle de note, co duti dormi.

E si rispettava la tradizione…
In questi luoghi le famiglie mettevano tra i vetri delle finestre la calza. Oppure l’appendevano alla catena del focolare.
È un’altra tradizione…
Sulla tavola si metteva una candela benedetta e un rametto di ulivo benedetto, senza foglie che stavano a terra, sotto il tavolo. Ma potevano stare anche sul tavolo sopra la candela.
E sempre la tradizione…
Nessuno doveva vegliare per aspettare la vecchia. Dal camino si vedeva scendere una gamba nera e pelosa che faceva tremare di spavento solo a vederla.
E la tradizione…
Era meglio non girare per le strade in quella notte d’attesa. Se la si fosse incontrata ti avrebbe picchiato con il fuso di ferro e qualche volta la poderia copar.
Ma in quella notte, e solo in quella notte, faceva del bene ai bambini per il desiderio di venir battezzata da San Giovanni che, però, no la ghe da sto bagolo ( non le da questa soddisfazione).
E la tradizione dice che… passata l’Epifania, la Marantega ricomincia a vagabondare in giro per il mondo senza un attimo di pace.
Povera Befana, chissà se gira ancora senza pace per i cieli dell’Istria sperando di battere con il suo robusto fuso di ferro chi la incontra nella notte tra il cinque e sei gennaio. Ma si imbatterebbe in pochi pochissimi che conoscono questa storia. Oramai quelli che la conoscevano se ne sono andati. Pochi di noi istriani la sanno, sia da una che dall’altra parte del confine.
Ed ora non ci resta che attendere il Carnevale festaiolo con le maschere, i dolci tradizionali fritti. A Orsera si chiamavano “fiocheti” per la forma di nodo che si davano a quelle che a Milano si chiamano chiacchiere. Dolci fragranti croccanti frolli cosparsi di zucchero a velo…
Ma intanto… Bona Befana a tutti!
Anna Maria Crasti
Esule da Orsera e Consigliere nazionale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia

