Pino Giergia: prima di tutto zaratino (tellusfolio.it 05 dic)

Il cognome, lo puoi scrivere Djerdja. O Gjergja. O Giergia. Il nome, indifferentemente Giuseppe, Josip o Pino. Per noi è il caro vecchio – si fa per dire, visti i settantuno anni splendidamente portati – Pino Giergia. Prima italiano, poi jugoslavo, infine croato. Zaratino, sempre. Uno, nessuno e centomila in un'era storica che si è divertita, quasi con un perfido sorriso, a scombinare genti e nazioni, fra tragedie collettive, ricomposizioni, nuove catastrofi e pacificazioni. La pallacanestro? Una via di fuga, un viatico di salvezza, la ricerca di un senso al proprio esistere. Pino Giergia: un fuoriclasse sul parquet; un allenatore al corrente di ogni piega e segreto del gioco; oggi general manager e direttore sportivo del KK Zadar. Nella sua Zara-Zadar: la città di una vita, illirica, dalmata, veneziana, italiana o slava che sia stata o che sia. Fino al 1947 Zara, l'antica Iadera romana, era ancora italiana (sebbene in un'enclave) e faceva provincia. Agli albori del XX secolo la maggior parte dei suoi abitanti parlava la nostra lingua.

– Pino, ancora e sempre in pista… «Ancora vivo e vegeto. E sempre attivo. Ringrazio Dio che ha pazienza con me».

– Ci racconta un po' della sua carriera e delle squadre in cui ha giocato, dei compagni e degli allenatori che ha avuto, degli avversari incontrati?

«Ho iniziato la mia carriera cestistica militando nella squadra allievi dello Zadar. Il mio primo allenatore fu il leggendario Isidoro Marsan, che ci insegnò praticamente tutto. Negli anni desolati del dopoguerra, in una città completamente distrutta dai bombardamenti, l'unica attività sportiva di valore era la pallacanestro. Praticare la pallacanestro fu per noi un momento di sollievo e un punto di riferimento per un futuro migliore».

– Uno zaratino, Lucio Benevenia, giocò anche nella nazionale italiana (1 presenza e 7 punti segnati nel luglio 1942 in un match contro l'Ungheria, a Roma). Gli zaratini sono sempre stati molto fieri delle loro virtù cestistiche.

«Tutti noi siamo grati al signor Marsan, perché in quei giorni bui e difficili ci dava comunque entusiasmo, disciplina e amore per il gioco e soprattutto, lo ripeto, la speranza in un futuro migliore. Nel 1953 il signor Marsan lasciò Zara per l'Italia. Giocò e allenò a Cantù». Una vita avventurosissima, peraltro, quella di Isi Marsan, sin dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, fra arruolamenti forzati, battaglie da partigiano, fughe e ritorni, campi profughi, una traversata a piedi delle Alpi e tanto altro ancora. Il fiero dalmata Marsan, anche in Italia pioniere della palla a spicchi, sarebbe approdato in seguito in Australia.

«Crescendo», Giergia continua il suo racconto, «capivo di avere ancora molto da imparare. Ebbi la fortuna di ricevere da una zia che viveva in America un filmino sui Boston Celtics nei quali giocava Bob Cousy, play dalla tecnica strabiliante. Cousy m'impressionò molto. Giurai a me stesso che sarei arrivato al suo livello tecnico. Gli sono grato per avermi spalancato gli orizzonti cestistici, che poi sono infiniti… Ho avuto infine l'onore d'incontrarlo due volte sul campo, con Bill Russell e soci, tutti allenati dal leggendario Red Auerbach. Nel frattempo venivo influenzato anche da altri grandi campioni che molto stimavo e ammiravo: Oscar Robertson, Jerry West, Bill Bradley, Ivo Daneu, Radivoj Korac».

– È vero che lei già nella prima metà degli anni '60 ha rischiato di venire a giocare in Italia? E, se sì, dove?

«È vero. Ebbi varie offerte ed ero ben disposto verso Cantù, ma la Federazione jugoslava non mi concesse il nullaosta».

– Lei aveva antenati o parenti italiani?

«Avevamo tutti la cittadinanza italiana: mio nonno, mio padre, io stesso, nato italiano nel 1937 a Zara. Il mio prozio Simeone Marsan era generale dell'aeronautica italiana». Simeone Marsan fu, per la cronaca, il primo pilota italiano a bucare il muro del suono.

– Che tipo di giocatore era, Pino? Quali i suoi punti di forza?

«Difficile parlare di me stesso. Direi, tuttavia, che avevo eccezionali doti motorie e una tecnica individuale perfetta in correlazione con la velocità e con la precisione nel tiro da ogni distanza». Pino era un talento straordinario, fornito di creatività e intelligenza, ed esplosivo. Un campionissimo, senza ombra di dubbio. Non si gioca per un quarto di secolo ad altissimo livello se non sei uno oltre.

– Lei è stato una colonna della Jugoslavia che in seguito avrebbe dominato in Europa e nel mondo. Che cosa pensa, ora, di quei giorni dopo la dissoluzione della nazione, dopo gli infiniti lutti che il conflitto ha addotto?

«È impossibile negare il passato. Erano giorni indimenticabili. Noi che facevamo parte della Jugoslavia non possiamo ignorarci. Eravamo amici e siamo rimasti amici. I governanti, con le loro idee cretine, hanno traumatizzato e distrutto la vita di molte persone per bene seminando odio e veleno tra diverse etnie». Pino Giergia esordì con la Jugoslavia (oltre 100 le sue presenze a fine carriera), guarda caso, contro i nostri azzurri, a Pesaro l'8 dicembre 1957: gara n. 187 dell'Italia, e fu, quella volta, 62-57 per Pieri, Alesini, Canna, Calebotta e compagnia bella.

– Che cosa non le piace del basket di oggi? Oppure, domanda forse oziosa, si giocava meglio una volta?

«Il basket è sempre un gioco meraviglioso. Non mi piace però quando troppe squadre usano gli stessi schemi. Ritengo comunque che una volta ci fossero più velocità e creatività personale. Oggi c'è più “merce” alta e grossa, con il rischio di un prodotto a catena e prevedibile. Un fuoriclasse come Meneghin non c'è più, per esempio».

– Che cosa invece le piace del basket di oggi?

«Mi piacciono gli scontri sotto i tabelloni. Mi piacciono le squadre aggressive che giocano 40' di pressing. Allora si possono vedere delle belle schiacciate e del bel contropiede».

– È vero che ha avuto un nonno ministro?

«Confermo. E prima di essere ministro fu sacerdote».

– Lei è il general manager e il direttore sportivo del KK Zadar, in un sito dalla formidabile tradizione cestistica. Quanti e quali talenti negli ultimissimi decenni sono cresciuti e passati nelle vostre file?

«Zadar, come detto, ha una grande tradizione: dopo Marsan, Rochlitzer, Cosic, possiamo citare Vrankovic, Komazec, Popovic, Sunara, Skroce, Stipcevic».

– Lei ha avuto eccelsi risultati anche nelle vesti di allenatore…

«Ho allenato, ovviamente, il KK Zadar. Come giocatore-allenatore ho vinto lo scudetto jugoslavo nel 1967 e nel 1968 e, dopo, ho giocato e allenato, contemporaneamente, a Gorizia che ho condotto per la prima volta nella serie A italiana. Nel 1983 ho allenato la Jugoslavia per passare quindi al Paok Salonicco. Ho pure allenato in Svizzera e la nazionale croata vincendo con quest'ultima il bronzo ai Mondiali canadesi del 1994. Dal 1998 al 2002 mi sono infine dedicato alle nazionali giovanili croate vincendo cinque medaglie internazionali di cui una d'oro con la generazione di Planinic, Popovic e Tomas”.

– Com'è ora la sua Zadar?

«Negli ultimi quattro anni abbiamo vinto due scudetti e tre Coppe di Croazia».

– Dopo i fasti e le vittorie del passato, lo stato attuale del basket croato?

«Purtroppo ora sono, come si dice, gli anni delle vacche magre. L'ultima medaglia per il basket croato è quella di Toronto. Dicono che agli ultimi Europei in Spagna la Croazia abbia giocato bene: nove partite, sei sconfitte. Per me hanno fatto schifo».

– Prova mai nostalgia delle cose andate?

«Bisogna affrontare con calma e coraggio i casi della vita. Fare rendiconti? Non ne vale la pena. Bisogna guardare il passato con garbo».

– Un episodio indimenticabile della sua vita cestistica?

«Sono tanti gli episodi indimenticabili. Rio de Janeiro, Mondiale 1963: per la prima volta battiamo l'Unione Sovietica. Poi battiamo un altro gigante: gli Stati Uniti d'America. Un vero sogno. Per quanto mi riguarda, a livello individuale, l'elezione in un primo quintetto di un'edizione dei Mondiali. Ma ricordo con piacere anche la selezione nella squadra europea, di cui fui eletto capitano, e i sei scudetti con Zara».

 

Alberto Figliolia