Pesaro: la cronaca del 54° Raduno dei Dalmati

Rosanna Turcinovich Giuricin su www.arcipelagoadriatico.it

 

Concluso con successo a Pesaro il 54.esimo Raduno

E da Pesaro la “Nazione Dalmata” lancia un messaggio forte: di collaborazione, di sinergie con l’esistente, di voglia di crescita. Il 54.esimo Raduno dei Dalmati nel Mondo, svoltosi nella città marchigiana in questo ultimo fine settimana, sarà ricordato per l’alto numero dei partecipanti (cinquecento circa) e per la carica emozionale che ha caratterizzato ogni incontro, da quello culturale, alla messa, all’assemblea. Sensazioni positive, quindi, suscitate da fattori operativi, dalla chiarezza delle mete raggiunte grazie ad un lavoro capillare ed intenso e per quelle ancora da raggiungere ma già ben definite e che emergono dalle parole dei massimi esponenti dell’Associazione, nonché da quelle dei politici e degli ospiti intervenuti. Al Raduno anche i rappresentanti delle Comunità degli Italiani della Dalmazia: Veglia, Zara, Spalato, Lesina, Cattaro e il Console italiano onorario di Ragusa. Negli interventi di Lucio Toth e Maurizio Tremul traspare chiaramente la soddisfazione di quanto raggiunto operando insieme, Federazione degli esuli ed Unione Italiana, sulla Finanziaria, oltre all’importanza di avviare sinergie sul territorio per dare un futuro alla presenza di una cultura che è sempre stata e che come tale va consegnata alle nuove generazioni. E, per la prossima Finanziaria, l’impegno ad aumentare il finanziamento a favore di Esuli e Residenti è la promessa espressa dal parlamentare Pietro Colonnella, Sottosegretario alle politiche regionali, che ha seguito il Raduno con altri rappresentanti politici, attenti e partecipi alle problematiche del mondo degli Esuli come Carlo Giovanardi e Roberto Menia.
Ma per comprendere il forte impatto emotivo evocato dall’appuntamento, è necessario riferire anche di altri elementi che hanno lasciato il segno. Le due giornate sono state caratterizzate da quattro appuntamenti principali iniziando dalla mattinata di sabato dedicata alla cultura. Trentanove volumi sulla Dalmazia pubblicati da vari editori nell’ultimo anno rappresentano un vanto ed un serio punto di riflessione. A parte i libri come quello del prof. Luciano Monzali che fornisce una lettura storico-scientifica dell’evoluzione dei rapporti sociali e politici all’interno del mondo dalmata nella prima parte del Novecento, o di Piero Magnabosco che con il suo Portolano Adriatico invita al viaggio ed alla conoscenza della costa orientale in modo affascinante, coinvolgente, o ancora il libro di Carla Cace sulla pittura di Giuseppe Lallich, altri volumi sono il prodotto della Legge 193/2004 che ha permesso la pubblicazione di materiale perlopiù a carattere storico sulle vicende dalmatiche o la ristampa di edizioni ormai esaurite da tempo. Si va quindi ad arricchire una biblioteca che denunciava terribili vuoti e si risponde, contemporaneamente, alla crescente domanda di conoscere le vicende dell’Adriatico orientale dopo che la Giornata del Ricordo, divenuta legge, ha permesso di sensibilizzare l’opinione pubblica.
Ecco perché il contributo finanziario del Governo all’attività delle Associazioni è stato al centro dei commenti durante le varie fasi dell’incontro, dipenderà, infatti, dalla sensibilità delle istituzioni il riuscire a stabilizzare una realtà che rischiava di scomparire per ragioni anagrafiche. La possibilità di immaginare nuove attività, la stampa di volumi, l’organizzazione di incontri, convegni, il dialogo con gli Italiani residenti in Dalmazia, la collaborazione con specialisti, e così via, vanno a colmare un vuoto, anche generazionale che è la principale preoccupazione per il mondo degli esuli. I libri pubblicati sono un segno tangibile della trasformazione in atto.
Accanto a questo, l’essere riusciti – e i Dalmati nel Mondo con i Fiumani sono la punta di diamante di questo processo – a stabilire rapporti importanti con gli Italiani residenti, implementando gli incontri, le frequentazioni, il numero delle Comunità, supportando la loro attività, segna una nuova tappa dell’evoluzione di una comune realtà a beneficio di una presenza culturale fondamentale.
Lucio Toth, durante i suoi interventi all’Assemblea conclusiva nelle ultime edizioni dei raduni, ha tuonato più volte, ribadendo che “la cultura nostra e dei nostri avi sarà salva quando anche i giovani croati della Dalmazia la sentiranno come parte della loro dimensione storico-civile”. Non è una realtà facile da costruire, ma, vista anche dal Raduno di Pesaro, è una strada che merita percorrere.
Durante la riunione del Consiglio del sabato pomeriggio sono stati premiati gli ospiti giunti dalla Dalmazia in rappresentanza delle Comunità degli Italiani ma anche chi è arrivato da Austria, Francia, Inghilterra, Australia a portare un segno della propria presenza e del legame con le genti ed il territorio.
La città di Pesaro ha partecipato all’incontro con l’impegno delle Municipalità che, oltre all’accoglienza, si è impegnata a farsi carico delle istanze degli esuli presso il Governo affinché non sia solo la loro voce a chiedere il rispetto dei diritti di un popolo. Sottolineate in questa occasione le tante ragioni che giustificano il legame tra Pesaro e la Dalmazia: l’attività artistica dei fratelli Laurana provenienti da Zara, che hanno firmato nelle Marche opere pregevoli; ma anche l’esistenza nell’antichità di una colonia dalmata alle porte di Pesaro, e, non ultima la presenza a Pesaro, dopo il 1947, di un convitto per i figli dei profughi dalle terre adriatiche, guidato dal don Damiani che ha dato la possibilità a migliaia di ragazzi di crescere e studiare, di confrontarsi col mondo del lavoro preparati e in grado di puntare su carriere di successo. Importante la testimonianza di Lorenzo Rovis, Presidente dell’Associazione delle Comunità istriane di Trieste, che ha voluto rendere omaggio in questa occasione il grande personaggio.
Padre Damiani è stato ricordato anche durante la messa della domenica. Finita la preghiera, è stato letto un lunghissimo elenco dei Dalmati mancati nell’ultimo anno. Un numero che impone inderogabilmente una riflessione sui tempi di realizzazione dei grandi progetti per il futuro.
Nella preoccupazione, alcune consolazioni. Il premio Niccolò Tommaseo è stato consegnato quest’anno – da Franco Luxardo e Ottavio Missoni – a due personaggi eccellenti per la loro opera. Uno di origini dalmate, Tullio Kezich “cresciuto – racconta – sotto il busto di Tommaseo che troneggiava nello studio di mio padre che era avvocato. Il nonno era arrivato a Trieste da Spalato per aprire alcune osterie in San Giacomo e vendere il vino delle terre dalmate. Mio padre diceva spesso che il nostro era un popolo straordinario. Non sapevo allora a cosa si riferisse, ma oggi,credo di averlo capito”.  L’altro premiato è Marco Nobili, Console d’Italia a Spalato che è diventato Dalmata per passione. “Vi voglio bene” – confessa al microfono con la voce interrotta dalla commozione. Il pubblico, in piedi, in un applauso prolungato, saluta il diplomatico che tra breve lascerà la Dalmazia per altri incarichi, grati per aver potuto contare, in questi anni, su un “amico” ora cittadino onorario di un Paese di gente sparsa per il mondo e di piccole comunità sul territorio.
La necessità di un collegamento forte tra di noi – affrma Lucio Toth nel suo intervento – ci induce a « denunciare con forza la stoltezza e la miopia di chi considera il percorso della Federazione negli ultimi dieci anni  come la continuazione di un bolso appiattimento alla volontà governativa di sedare le nostre aspirazioni  convogliandole verso il quietismo assistenzialista. E’ proprio l’insistere sull’assistenzialismo e sulle rivendicazioni materiali come finalità unica delle associazioni della Diaspora che si macina sabbia vecchia, sulla quale si arena ogni entusiasmo e ogni capacità innovativa. L’irrealismo delle strategie da lagnanza perpetua non ha fatto che perpetuare l’impotenza di certe posizioni. Gli ultimi dieci anni invece hanno segnato una netta rottura rispetto al passato, identificando nella rivendicazione della memoria, della tradizione di civiltà e della nostra identità di Italiani dell’Adriatico orientale la stella polare della nostra azione…  E’ la tradizione la nostra forza, la nostra fierezza e il nostro orgoglio. Non il piagnisteo petulante  che ci rende noiosi e ci aliena simpatie. I perdenti non fanno storia. Solo chi è fiero e convinto della nobiltà del suo passato ha la forza morale per imporlo agli altri…L’idealismo deve definire i nostri obiettivi e il realismo ci deve aiutare a riconoscere la strada da percorrere per poterli raggiungere.
E’ questo atteggiamento lucido e deciso che ha reso attuale la nostra storia, altrimenti avviata al dimenticatoio degli oggetti smarriti… ».
Ci guardiamo intorno, nella sala gremita di ospiti e di gente, tanta, che non è mai mancata ad un solo raduno. Qualche giovane, figli, nipoti, i rappresentanti della Mailing List Histria. Ma anche signore novantenni che la sera prima hanno ballato in gruppo, cantando e divertendosi, portando un esempio del proprio spirito, dell’allegria di genti adriatiche. Alla serata “delle ciacole” aspettavano, come sempre, l’ingresso di Ottavio, il « libero sindaco » come lo definisce Toth, per abbracciarlo e fargli i complimenti. « Non so per cossa » – commenta lui con fare distratto e divertito. Tra i tavoli, si parla di ricordi, di scuola, di parenti, di ricette, di un mondo insomma che certo sopito non è. Alla fine rimane la sensazione di aver partecipato anche ad una bella festa in una città svegliata dai Bersaglieri che hanno reso omaggo ai Dalmati con l’esibizione davanti alla chiesa e nella piazza principale e con la loro presenza alla deposizione delle corone d’alloro sul monumento ai caduti. Riti e miti, ricordi e progetti, i Dalmati insegnano.