Pahor non perdona (Il Piccolo 28 nov)

LETTERE

Questa estate ho letto «Necropoli» dello scrittore sloveno Boris Pahor. È bravo descrive con umanità e semplicità le sofferenze di quanti come lui hanno avuto la sventura di finire nei lager nazisti durante l’ultimo conflitto mondiale. Nel contesto, tra l’altro, Pahor apre ogni tanto una finestrella dove inserisce fatti incresciosi accaduti a Trieste dopo il primo dopoguerra ai danni della minoranza slovena. Comprensibile ma fino a un certo punto perché ne ho ricavato l’impressione che Pahor, dopo circa 80 anni da quei fatti e la «rivoluzione» avvenuta nelle nostre terre, non abbia perdonato niente a nessuno. Anch’io quando avevo appena 17 anni (18 li ho compiuti là) ho passato quasi un anno in un lager nazista e quando, dopo mille traversie, sono riuscito a ritornare nella mia Pirano l’ho ritrovata violentata, umiliata, la gente depressa, spaurita. Abbiamo resistito a lungo (quasi 10 anni) con la speranza che come erano arrivati così se ne sarebbero andati, ma lo sappiamo tutti com’è finita; non avevamo niente da spartire con loro anche se a ogni occasione dicevano di parlare a nome nostro. Ho notato inoltre che Pahor nel suo bel libro, se non sbaglio, ha menzionato un solo italiano, negativamente, eppure come lui e con lui, erano in tanti che non sono poi tornati. Lì vicino, c’era pure il grande scrittore di fama mondiale Primo Levi, «essere buono e giusto», che nonostante le mostruose ingiustizie subite aveva perdonato i suoi aguzzini.

Marino Trani