Osservatorio Balconi – 121007 – Cartolina estiva da Goli Otok

In esclusiva per Osservatorio Balcani la traduzione italiana di un racconto di Dubravka Ugresic dedicato a Goli Otok, il più famoso campo di detenzione per reati politici della Jugoslavia. Traduzione a cura di Luka Zanoni

 

“Cartolina estiva”, un titolo fresco, leggero. Per introdurre un racconto nel quale Dubravka Ugresic, scrittrice di fama internazionale, riesce a toccare uno dei temi che per anni è rimasto un vero e proprio tabù in Jugoslavia, suo paese natale: Goli Otok, il campo di detenzione per condannati politici.

 

Dubravka Ugresic racconta di una gita all’Isola calva, in compagnia di un gruppetto di colleghi scrittori e di un paio di ex internati. Un ritmo frammentato, nel quale si intrecciano la storia del carcere più famoso della Jugoslavia titina, la sua biografia, emozioni fugaci e profonde. E poi soprattutto domande sul senso del passato, sui traumi che da questo riemergono, su come relazionarsi con la memoria.

 

Fino al punto in cui, in modo solo apparentemente distratto, la domanda si eleva al quadrato, interrogando il sé narrante diviene interrogazione sulla responsabilità di chi scrive e consegna ad un lettore sconosciuto una storia come questa.

 

Infine, la riflessione si sofferma sul senso dei monumenti. Su quei monumenti antifascisti che in tempi recenti sono stati fatti saltare in aria a causa dei cambiamenti di regime, in particolare in Croazia, e sul perché Goli Otok non è mai riuscito a diventare un monumento.

 

Il racconto si chiude con il ricordo delle vittime di Goli Otok, tra loro i morti e i sopravvissuti alle torture del rigido sistema punitivo dell’isola, per le quali non vi è necessità di un monumento, perché il loro monumento è ben rappresentato dai filari di pini che per anni hanno protetto dal sole col proprio corpo affinché non seccassero. Perché – scrive Dubravka – “Si risparmiava sull’acqua. Non sulle persone”.

 

**********************************************************************************

 

CARTOLINA ESTIVA

 

In America un giorno ho avuto bisogno di cure mediche. Non appena la dottoressa che mi stava vistando si è resa conto che ero europea, ha subito manifestato una grande curiosità.

– dall’Europa?! Conosco l’Europa come le mie tasche! da dove esattamente?

– dall’ex Jugoslavia…

– Ahi, ahi, ahi… – ha mormorato.

La dottoressa e suo marito, ebrei americani di origine est europea, ogni estate trascorrevano le vacanze in Europa sulle tracce dell’olocausto. Mentre le “persone normali” vanno a Monte Carlo, loro “campeggiano” ad Auschwitz, Treblinka,

Buchenwald…

– A volte penso che siamo matti! Condividere il letto con l’olocausto.

Probabilmente i miei figli sono stati concepiti nei luoghi dell’olocausto, mete dei nostri pellegrinaggi estivi…! Ma che ci posso fare se mi sono sposata con quel mio“pazzo”! – ha esclamato con l’espressione di una donna felicemente sposata.

 

2

 

È una grande fortuna storica che la tribù croata un tempo sia giunta al mare e lì si sia fermata. Perché gli svedesi oggi hanno l’Ikea, gli olandesi la Shell, i tedeschi la BMW e i croati il Mar Adriatico. Un mare recentemente molto apprezzato. Il mercato immobiliare va alla grande, le agenzie real estate hanno nomi fantasiosi, come “Pietra della fortuna” o roba del genere. Quest’anno alla ricerca del Mediterraneo come era un tempo, sono venuti in visita in Croazia la bella principessa della Giordania e la principessa di Monaco, Sharon Stone, John Malkovich e l’immancabile Ivana Trump. I motoscafi e gli yacht ronzano come mosche sul bell’Adriatico blu, gli hotel sono confortevoli e le marine corrispondono alle immagini patinate che appaiono sui

cataloghi turistici. Le cicale friniscono con brio (si dice con maggior brio che nella ex

Jugoslavia comunista), i raggi del sole sono diventati più forti, così come le creme

solari con la protezione UVA. I magnati si contendono quel che è rimasto delle ex

residenze estive del sindacato comunista (cancellando l’ultima traccia di quell’“oscuro

passato”, di quando anche i lavoratori si potevano permettere una vacanza al mare).

Non ci sono più nemmeno i serbi, e questa è una grande fortuna: le loro casette

estive, con cui avevano “occupato” la costa croata, già da tempo sono state minate,

confiscate o svendute per quattro soldi. Adesso sull’Adriatico le vacanze le

trascorrono altri, “più stabili”, ospiti: inglesi, ungheresi, russi, cechi, austriaci,

tedeschi, italiani.

 

3

 

Ma che c’entra la dottoressa americana con il turismo croato? Nulla. È una questione di mondi paralleli. Il nostro mondo, sia reale che mentale, è l’intreccio di una fitta rete di altri mondi che scorrono paralleli. È così che viviamo la nostra piccola vita. Ognuno va per la sua strada. Se solo per un attimo ci mettessimo a pensare che esistono dei passaggi tra i mondi paralleli, sarebbe il caos. Ecco perché, almeno per quel che riguarda la circolazione dei pensieri, maneggiamo le metafore. Per difenderci dalla confusione.

 

Quest’estate, mentre mi trovavo sul battello che dall’isola di Krk mi portava

in gita a Goli Otok, la dottoressa americana mi è ritornata in mente. Ero in

compagnia di un gruppetto di colleghi scrittori. Si erano uniti a noi un croato

australiano e una pittrice locale. Un professore di storia, un’ottantaduenne, ex

detenuto politico che a Goli aveva passato tre anni, ci faceva da guida. Le persone

della sua specie, ibeovci, golaći,1 oggi sono rare, si stanno estinguendo. Anche il carcere

ormai non c’è più.

 

Per qualche anno, dal 1949 al 1956, Goli Otok aveva funzionato come

carcere per i detenuti politici, gli “informbirovci”. In seguito era stato trasformato in

carcere “regolare” e negli anni ottanta fu finalmente chiuso. Per tre decenni i detenuti

avevano costruito la strada che collega l’isola, avevano piantato fusti di conifere che

col passare del tempo sono diventate un bosco, costruito vari edifici: come lo stabile

dell’amministrazione (che chiamavano “hotel”), i dormitori del penitenziario, i

laboratori, la sala cinematografica, il campo da tennis, l’ospedale, il molo d’attracco, la

fabbrica. Sull’isola si trovava una delle più grandi cave di pietra della Jugoslavia: i

prigionieri “spaccavano la pietra” letteralmente. Goli Otok era una comunità forzata

e autosufficiente di detenuti e guardiani. Dopo la chiusura ufficiale del carcere, gli

abitanti delle isole vicine per anni continuarono a rubare e accaparrarsi tutto il

possibile: se avessero potuto arrotolare la strada come un tappeto l’avrebbero messa

sotto braccio e se la sarebbero portata via.

 

Scendendo dal battello la prima cosa che abbiamo visto è stato un piccolo

ristorante improvvisato sul molo. Ho pensato che avrei potuto comprare una

bottiglia d’acqua ma il professore con passo veloce ci trascinava con sé e noi,

ubbidienti, lo seguivamo. Avrei tanto voluto tornare indietro, ordinare una bibita fredda e fissare per ore il mare, ma non avevo scelta. Per dio, eravamo a Goli otok!

1 Con golaći e ibeovci si intendono gli internati a Goli Otok. In particolare gli ibeovci erano coloro che venivano accusati di collaborazionismo col regime sovietico. Ibeovci è anche un’abbreviazione di Informbiroovci, cioè dei presunti membri del Cominform sovietico (Ufficio di informazione dei partiti comunisti). Nel 1948, a seguito della rottura tra Tito e Stalin, la dirigenza jugoslava iniziò a considerare come nemici interni tutti coloro che si pronunciavano a favore del Cominform. Goli Otok fu l’emblema della repressione jugoslava, luogo di reclusione per chi veniva accusato di reati politici e per tutti i cosiddetti “stalinisti” (N.d. T.).

 

4

 

Esausti per il caldo e per lo sforzo che ci richiedeva immaginare gli orrori che il professore ci descriveva, riuscivamo a malapena a respirare. Ritto e leggero come un’ombra, il professore seguiva percorsi a lui ben noti: dal molo e dall’edifico dell’amministrazione fino al dormitorio e al laboratorio, dal cementificio all’ospedale, dall’ospedale al refettorio… Non parlava usando il passato, bensì il presente. Il suo presente ci ronzava attorno, insistente come una mosca.

In Jugoslavia per anni Goli Otok è stato un tabù. Solo negli anni settanta si cominciò a parlarne: vennero pubblicati i primi romanzi, le prime memorie… Poi, probabilmente sull’onda dei nuovi avvenimenti legati alla disgregazione della Jugoslavia, fu di nuovo dimenticato. In tempi recenti molti avrebbero potuto trarre vantaggio morale da Goli Otok. Ma non lo hanno fatto e mi sono sempre chiesta il perché.

 

Stranamente nel “gulag jugoslavo” morirono poche persone, circa quattromila dicono, perlopiù a causa di malattie come tifo e dissenteria. Goli Otok non era stato ideato come luogo di sterminio, bensì come una vergognosa e agghiacciante scuola di reciproca umiliazione. Ognuno era al tempo stesso vittima e

carnefice. Ecco perché il professore ad un certo punto aveva accennato sommessamente che anche lui aveva colpito un prigioniero. “Lo sto picchiando, devo, non posso fare altro”, aveva detto col suo ostinato presente. Mentre il professore parlava, avevo adocchiato sulla parete il vecchio graffito di un prigioniero Noi costruiamo Goli Otok, Goli Otok costruisce noi!

Sono le vittime e non i carnefici che fanno vivere il diritto alla memoria vittime. I golaći erano costretti ad essere anche carnefici. Ecco perché fra i detenuti, anche una volta fuori dal carcere, continuava a regnare la cospirazione del silenzio.

 

5

 

– È tutto così orribile! Se mi concedessero anche solo una cella, ma no che dico, non che debba essere mia, vedreste come la sistemerei! Un vero gioiello! Quando c’ero io, qui brillava tutto. Pulivamo ogni pietra, si poteva perfino leccare il pavimento tanto era pulito…! – mi dice il croato australiano che non ha mai smesso di mangiare per tutta la visita all’isola.

Dunque anche lui era stato un ex detenuto di Goli Otok. – Qui… – continua abbracciando con lo sguardo il mare cristallino da un’altura – qui ho sofferto anch’io… E tutto per colpa di quel sanguinario, dittatore, bastardo comunista!… per lui dovevo persino cantare mentre spaccavo la pietra… La sapete quella?

E a quel punto l’australiano inizia a cantare con voce melodiosa dopo essersi schiarito la voce. – Tito va sulla Romanija… Eravamo convinti che si sarebbe fermato al primo verso e invece, preso

dall’emozione, l’ha cantata tutta fino alla fine. Poi ha tirato fuori il cellulare e si è messo a descrivere il luogo dove si trovava in quel momento a qualcuno che probabilmente stava in Australia. “What a lovely day…!” – ho sentito dire.

Il croato australiano non era un “ibeovac”. Le guardie jugoslave lo avevano catturato due volte mentre tentava di attraversare illegalmente la frontiera. Per questo si era fatto un anno a Goli Otok. Uscito di prigione ci aveva provato di nuovo, questa volta con successo e si è diretto in Australia. Da allora, questa era la prima volta che ritornava in patria.

 

L’australiano mi aveva commosso: tirava fuori il cibo dallo zaino senza sosta,

assumeva l’aria preoccupata “da padrone di casa” mentre indicava i luoghi della sua prigionia (e anche io mi ero ritrovata a pensare che mi sarei volentieri tirata su le maniche e avrei pulito tutto!) e gli riusciva difficile descrivere l’umiliazione che aveva subito a Goli Otok tanto che gli era sfuggita la canzone che un tempo era stato costretto a cantare in onore del “sanguinario” e “dittatore” e l’esibizione si era trasformata in una manifestazione di prestanza fisica. Certo! Noi costruiamo Goli Otok, Goli Otok costruisce noi.

 

6

 

La stampa croata aveva pubblicato un articolo in cui si diceva che a Goli Otok era stato girato un film gay porno, una coproduzione croato-ungherese. Le fotografie apparse sui giornali di ragazzi robusti con i caschi in testa e i picconi in mano corroboravano la veridicità della notizia.

Nel lasciare la piccola altura dov’erano situati i dormitori dei condannati ci siamo imbattuti in una equipe cinematografica tedesca che aveva scelto Goli Otok come set per girare un film porno.

Siamo riusciti a vedere solo la più sfacciata delle stelle del porno: una bella ragazza che ondeggiava il bacino indossando delle mutandine sottili e nere davanti agli ex dormitori dei detenuti.

La pittrice locale, amica del croato australiano, non è riuscita a trattenersi. – Ma si rende conto dove siamo? – ha detto in tedesco alla ragazza. Il cameraman si è fatto silenziosamente in disparte.

Per tutta risposta la ragazza ha alzato le spalle con indifferenza. – Non si vergogna? Gira nuda sul luogo dove sono state uccise migliaia di

disgraziati!

– Perché l’aggredisce? Non è colpa sua… – ho cercato d’intervenire. – Come no? Quella non ha nemmeno un briciolo di coscienza politica in testa! – si è messa a strillare la pittrice.

– Si vergogni! – ha aggiunto rivolgendosi alla ragazza.

La ragazza ha alzato di nuovo le spalle.

– State girando un porno dove giacciono le ossa di gente che ha sofferto! – ha

continuato la pittrice.

– No porno! Arte! – ha protestato risoluta la ragazza nuda, abbandonando

l’atteggiamento d’indifferenza. Tanto che per un attimo le abbiamo invidiato il suo

forte senso di autostima artistica.

Come se la cosa non lo riguardasse affatto il professore continuava a

descrivere con tono pacato i metodi di tortura inflitti ai condannati: fargli passare

l’acqua dal naso con una cannuccia fino al limite dell’annegamento, schiacciargli lo

sterno con un macigno, costringerli ad espletare i propri bisogni in modo umiliante e

via dicendo, immagini incompatibili con un paesaggio così paradisiaco.

– Là su quella collina, spingo un masso pesante, mentre qui, in questo luogo ci

picchiano… – il professore faceva girare implacabile il suo triste disco.

 

7

 

Ad un certo punto mi sono separata dal gruppo. Morivo di sete e avevo

deciso di tornare al ristorante del molo. Mi sono ritrovata sola sulla strada che il sole

accecante faceva apparire quasi bianca. D’un tratto mi ha colto un’indescrivibile

angoscia. Ho cercato di affrettare il passo, ma la paura mi teneva le gambe inchiodate

al terreno. Camminavo come in un doloroso film al rallentatore. Ad ogni sforzo il

mio corpo era preso da un panico che non avevo mai avvertito prima di allora. Più

tardi mi sono chiesta cosa potesse essere stato. Forse si era trattato del silenzio, un

silenzio indescrivibile, grave. Non sentivo i miei passi, era come se camminassi su

una strada ovattata. Il silenzio mi aveva afferrato il collo, era sceso su di me, mi aveva

stretto e mi aveva tolto il respiro.

 

8

 

Al ristorante ci attendeva una bibita fredda e uno sgombro non proprio

fresco che abbiamo divorato con appetito. Non distante da noi c’era una bancarella

improvvisata di souvenir. Sulla bancarella, a forma di vecchie grigie patate, stavano

delle figurine di gesso dei detenuti in abito carcerario. Gli occhi, due grandi buchi

anneriti scavati nel gesso, avrebbero dovuto esprimere sofferenza. C’erano anche

delle mazze di legno, simili a quelle da baseball (laccate erano più care), con incisa la

scritta “Saluti da Goli Otok”, e dei portacenere con la stessa scritta. Ho comprato un

portacenere e una mazza di legno. Più tardi, vergognandomi dei miei impulsi

consumistici, ho lasciato la mazza nella camera dell’albergo a Krk.

 

Con sollievo siamo ritornati sul battello. Da lontano il mio sguardo ha colto

la scritta “Associazione dei cacciatori” sulla targa posta sull’edificio del molo. Il

marinaio che guidava il battello ci ha fatto ascoltare una cassetta di musica dalmata. Il

croato australiano ha tirato fuori dal suo zaino l’ultimo sacchetto di patatine e un

pacchetto di biscotti che colavano di cioccolato squagliato e ce li ha offerti

cordialmente. Il professore si è sprofondato in un silenzio letargico.

Quando abbiamo lasciato l’isola era pomeriggio inoltrato ma faceva ancora

molto caldo. Pizzicavo il mio cuore, chissà mai che ne uscisse un sentimento

adeguato alla situazione ma quello, stranamente, rimaneva freddo.

Solo guardando i pini di Goli Otok ho avvertito una fitta di dolore. I pini

erano cresciuti grazie all’ombra dei detenuti. Era uno dei metodi di tortura di Goli

Otok: i detenuti venivano costretti a fare ombra ai pini col proprio corpo affinché

non seccassero. Si risparmiava sull’acqua. Non sulle persone.

 

9

 

Come placare i vampiri, come superare il proprio trauma? Come entrare in

relazione col passato? Come la dottoressa americana, che ha accettato il trauma

collettivo come fosse suo e ogni anno si reca pazientemente in pellegrinaggio nei

luoghi dell’olocausto? O come il professore che, preoccupato di tornare col pensiero

ai ricordi da condannato in modo “obiettivo”, in realtà si tradisce parlando al

presente? O come l’australiano croato, tornato al luogo del suo trauma armato di uno

zaino pieno zeppo di panini, biscotti, sacchetti di patatine e il cellulare, fragile ma

salvifico contatto col modo esterno? E serve davvero pulire, sistemare ogni cosa

come un “gioiello”, oppure è meglio lasciare ogni cosa com’è? Come mettere in

relazione il presente col passato? Come trasmettere un trauma passato facendo in

modo che gli altri lo capiscano davvero? All’inizio ascoltavamo attenti il professore

eppure alla fine non vedevamo l’ora di andare a bere qualcosa di freddo all’ombra! E

cosa ci è davvero rimasto impresso? E io che racconto questa storia? Qual è la mia

responsabilità? Posso dire senza rimorsi di coscienza che il testo che consegno ad un

lettore sconosciuto è solo una cartolina estiva? E come continuare a conciliare il

passato personale con quello collettivo? Il nostro passato personale è affidabile? E il

passato collettivo è affidabile?

E che dire del passato “ufficiale”, quello che compare sui manuali di storia? È

affidabile?

 

10

 

La storia di Goli otok ha toccato la mia biografia. Sono nata nel 1949, figlia

del Cominform, cresciuta nell’ideologia dell’orgoglioso e storico NO che Tito inviò a

Stalin. Mio padre, jugoslavo, si sposò con una bulgara, mia madre. Bulgara o russa,

all’epoca non faceva molta differenza, ogni straniero dell’Europa orientale era una

spia. Mia madre immagino fosse considerata una spia bulgara in quel breve periodo di

paranoia collettiva. Mio padre poteva essere accusato di tradimento. Per fortuna non

accadde. Mia madre però per dieci anni non poté andare a trovare i genitori. Conobbi

il nonno e la nonna solo nel 1957, l’anno successivo la ripresa delle relazioni

diplomatiche tra i paesi del blocco orientale. La conferma di questo avvenimento è

impressa in una fotografia che ricordo benissimo. Tito in uniforme da maresciallo

stringe la mano a Krusciov. Krusciov s’inchina in modo quasi servile, Tito resta

stranamente eretto. Dal breve viaggio dai nonni a Varna sul Mar Nero ricordo un

episodio. Sapendo da dove provengo un ragazzo bulgaro mi ha buttato lì

provocatoriamente “Il vostro Tito è un maiale capitalista!” “è il vostro Stalin che è un

maiale” gli avevo risposto.

 

11

 

Una persona dalla sensibilità antropologica si chiederebbe com’è possibile che

i croati (come tutti i popoli balcanici!), le cui ossessioni collettive ruotano attorno ai

cimiteri e alle tombe, non siano stati in grado con gli anni di fare di Goli Otok un

museo in onore delle vittime del comunismo, tanto più che la maggioranza vede

proprio nella Jugoslavia titina il primo colpevole di tutte le disgrazie accadute.

Quando si è sparsa la voce che Goli Otok era diventata la destinazione

preferita per le equipe del cinema porno, il presidente dell’associazione dei detenuti

politici ha protestato duramente contro la profanazione “del simbolo del terrore

comunista”, aggiungendo che i detenuti di Goli Otok sono “vittime cadute per la

Croazia indipendente”. Nel tentativo di fuggire dalla vera pornografia, in realtà il

presidente era scivolato nella pornografizzazione della storia.

 

Perché per quanto riguarda l’imputazione formale, a Goli Otok venivano

incarcerati gli “stalinisti”, presunti simpatizzanti di Stalin e del modello comunista

sovietico. Al tempo del “maccartismo” jugoslavo la gente veniva arrestata da un

giorno all’altro. Goli Otok fu una “riabilitazione” stalinista in cui i presunti

“comunisti hard” dovevano essere trasformati in “titoisti”. In quanto ai “croati

maltrattati”, arrivarono anche loro, ma più tardi. Molti fuggirono in tempo, poi

all’inizio degli anni novanta fecero ritorno in Croazia, diventarono “eroi croati” e ben

presto anche “criminali di guerra” oggi chiamati in giudizio dal Tribunale dell’Aja.

Goli Otok è stato un luogo di una tortura raccapricciante: le persone ci

venivano portate non per essere uccise, ma per essere trasformate in rottame umano.

È stato il luogo di una graduale e implacabile disumanizzazione. Alcuni hanno

preferito la morte, come quel poveretto di cui parlava il professore, che si è tagliato la

gola con un cucchiaio di alluminio. Alcuni si sono affrettati ad umiliare i compagni di

sventura anche quando nessuno li aveva costretti a farlo.

 

12

 

Nel paese in cui le tombe e i cimiteri rimangono il luogo principale di scontro

tra diverse visioni politiche, anche Goli Otok, grande e triste cimitero, è in attesa del

suo simbolico destino. Negli ultimi dieci anni i croati hanno distrutto o devastato

circa tremila monumenti. Loro stessi li avevano eretti, per commemorare le vittime

del fascismo. La gente negli ultimi dieci anni ha distrutto, pisciato sopra

pubblicamente o gettato all’aria tombe, cimiteri e monumenti, compreso anche quello

di Jasenovac, il più noto di tutti. (Jasenovac è stato il più grande campo di

concentramento dei croati ustascia dove vennero uccisi ebrei, serbi, rom e i

comunisti croati). In un paese che ancora non sa decidere che opzione storica

accogliere come ufficiale – quella che è durata cinquanta anni, jugoslava, antifascista e

comunista, o quella ustascia, fascista, in cui la Croazia era uno stato indipendente –

nemmeno i monumenti durano a lungo. I monumenti a Tito e ai partigiani sono stati

fatti saltare in aria. È vero, ne sono stati eretti di nuovi: monumenti a Tuđman e a

qualche “eroe” ustascia. Ma nemmeno questi possono sperare di durare perché

basterà un cenno antifascista dell’Unione europea e i croati dovranno di nuovo

accendere le micce.

 

13

 

La vita è uno scrittore più saggio e migliore di chi pretende di esserlo: politici,

dittatori, comandanti militari, storici-falsicatori, politicanti, combattenti per questa o

quella idea, bugiardi, criminali, assassini, fino agli stessi scrittori. Se non altro la vita

trova migliori e più precise metafore e il suo senso dell’ironia è rimasto insuperabile.

Così la vita, chiudendo la metafora, ha attirato su Goli Otok i sex-operai della

porno industria. I prodotti artistici sadomaso sfruttano la scenografia di Goli Otok: la

cava abbandonata, le buie celle di detenzione, le carcasse arrugginite dei letti carcerari

sparsi ovunque, gli ingressi degli edifici in pietra grigia decorati di graffiti. Sul terreno

dell’ex luogo di tortura oggi fiorisce la locale produzione pornografica e tintinna

denaro spicciolo e sporco.

 

Immagino che la vita, seguendo la via di altre metafore, potrebbe portare a

Goli Otok anche i cacciatori. La targa con scritto “Associazione dei cacciatori”, che il

mio occhio aveva colto durante la partenza dall’isola, indica anche questa possibilità.

Il turismo venatorio dicono che sia molto proficuo. Nel Mediterraneo di un tempo,

sull’isola di Krk, gli speculatori del turismo hanno portato i cinghiali (nel

Mediterraneo non ci sono mai stati) che si sono riprodotti con una rapidità che

supera l’efficacia venatoria e ora danneggiano i campi, le pecore e i pastori di Krk. Se

la società dei cacciatori trasferisse su Goli Otok la selvaggina, si chiuderebbe anche

l’altra metafora di Goli Otok, quella della “caccia all’uomo”. Forse così si potrebbe

preservare dall’oblio anche il gergo dei carcerati che chiamava “coniglio caldo” la

tortura che segnava l’iniziazione dei detenuti. Il nuovo arrivato doveva correre

attraverso un lungo corridoio di persone che gli gettavano pietre o lo picchiavano

con pesanti bastoni. La “caccia all’accusa” era invece il sinonimo usato dai detenuti

per il sistema di delazione. I detenuti si provocavano tra di loro, ognuno interpretava

rispettivamente il ruolo del delatore e dell’esaminatore. Se qualcuno si lamentava di

qualcosa, la richiesta giungeva all’istante ai superiori e il detenuto subiva una

punizione. Così hanno imparato a tacere. E hanno continuato a tacere anche dopo,

quando erano in libertà. Hanno taciuto per anni, e molti si sono ammalati di silenzio.

Si dice che da Goli Otok nessuno è mai riuscito a fuggire. La caccia ai rari fuggiaschi

era efficace e anche la natura avvantaggiava i cacciatori.

 

Ma esiste anche una terza possibilità. Se le agenzie immobiliari (quella col

nome più seducente “Pietra della fortuna”!) prendessero la cosa in mano, Goli Otok,

ad esempio, potrebbe diventare il paradiso turistico dei solventi russi. Se ciò dovesse

accadere, un’altra storia di Goli Otok avrebbe il giusto epilogo. Come carcere Goli

Otok ha una storia un po’ più lunga di quella jugoslava, comunista. In principio era

un carcere austroungarico. Ai tempi della Prima guerra mondiale a Goli Otok

arrivavano i prigionieri dal fronte orientale, perlopiù russi che in seguito hanno fatto

ritorno a Goli Otok. Erano quei russi che nella Jugoslavia post bellica giungevano

come commissari politici, istruttori ideologici, o nel linguaggio odierno, manager del

comunismo. Appena è scoppiata la nota diatriba con Stalin, Tito si è preoccupato

prima di tutto di far rinchiudere i commissari russi. I russi quindi sono stati i primi

golaći. Se l’agenzia “Pietra della fortuna” prendesse la cosa in mano i trisnipoti dei

russi della Prima guerra mondiale e i pronipoti dei commissari politici russi

potrebbero godere di una compensazione edonistica. Che è poi la più dolce.

 

E per quanto riguarda coloro che hanno lasciato le ossa a Goli Otok, o che

sono sopravvissuti alla tortura, a loro non serve un monumento. Se lo sono eretti da

soli piantando quei pini. Dietro ogni tronco c’è l’invisibile ombra di un ex

condannato di Goli Otok, che protegge l’albero dal sole troppo forte e bagna

d’invisibile sudore il terreno arido. Le cicale friniscono, le pecore passano e lasciano i

loro escrementi, passa qualche visitatore, si ferma e incide sulla corteccia del tronco il

suo nome, ma gli scuri pini di Goli Otok restano, non si muovono.

 

Settembre 2005

 

(traduzione dal serbo-croato di Luka Zanoni)

Il racconto è contenuto nel volume Nikog nema doma, ed. devedeset stupnjeva, Zagreb

2005 ed è stato pubblicato dalla rivista letteraria belgradese REČ časopis za književnost

i kulturu, i društvena pitanja, br. 74/20, 2006, col titolo Razglednica s ljetovanja.