Nomi e trattini (La nuova Voce Giuliana 16 ott)

Entro in punta di piedi al margine di una serie di riflessioni che dalla metà di agosto in poi sono state sviluppate con ampio respiro da eminenti storici, politici e politologi, esuli, giornalisti e giuristi… non solo locali.

Mi riferisco alla relazione con cui la Slovenia ha chiuso il semestre della sua presidenza dell’Unione Europea, all’affermazione, fatta con estrema nonchalance, del suo territorio etnico e al dibattito che ne è scaturito sulle pagine dei giornali cittadini.

E pongo l’accento sulla Venezia Giulia: talvolta sembra proprio di percepirla nell’atto di striminzirsi tra la Slovenia, il Friuli e il mare. Pare non restarne che il nome, ancora per un po’.

E così proprio sul nome intendo fermare l’attenzione, e non mi pare esserci luogo più appropriato di una testata che si autodefinisce “giuliana”, cioè “della Venezia Giulia”.

Ancora non mi rassegno all’idea che il nome di “Venezia Giulia” si ritenga coniato in ambiente nazionalista italiano e come tale venga trattato. Non è mica vero: Graziadio Isaia Ascoli l’ha ideato con molta avvedutezza nel 1863, quando credeva possibile e probabile una federazione di stati europei e quando quel nazionalismo che tutti – quasi – ormai deprechiamo era di là da venire. Ne è stata data ampia notizia su queste pagine in occasione del centenario della morte del famoso glottologo.

Probabilmente nel medesimo periodo, la “primavera dei popoli”, è nato il termine “Primorska”, per indicare gli stessi luoghi geografici. I due termini – le due “memorie” – non possono essere condivisi, non lo potranno mai, ma vanno posti uno accanto all’altro. E allora sì che la storia che ne scaturisce può essere condivisa. Pluralismo, credo, significa proprio questo.

Nella mia ultima visita con una scolaresca ai luoghi della memoria in provincia di Trieste, una delle guide che ha vissuto in prima persona le vicende belliche (un “grande”, in gergo giovanile) ha spiegato ai ragazzi che in guerra accade così: chi per primo arriva, per primo pianta la bandiera in terra, a ragione o a torto, con diritto o senza diritto, in accordo o in disaccordo con i suoi alleati, e poi spostarla, quella bandiera, risulta difficile e qualche volta impossibile. Così è avvenuto per la Venezia Giulia che si è ritrovata stretta come un budello. E mancava poco che andasse peggio.

Ma con i nomi pare essere più facile. Ascoli scriveva che “i nomi sono più che parole. Sono bandiere issate, sono simboli efficacissimi, onde le idee si avvalorano e si agevolano i fatti”. La “bandiera” della Venezia Giulia è rimasta per alcuni decenni abbastanza salda, almeno al di qua del confine, ma un bello scossone deve averglielo dato quella Commissione mista – di cui ci si ricorda con poca soddisfazione – che eliminò dalle sue relazioni questa definizione, quasi a non voler offendere nessuno. Non voglio infierire oltre, già altri l’hanno fatto, ma forse è stato uno scossone davvero tanto forte da condizionarne l’uso futuro, ovvero il non uso.

In questo contesto mi viene in mente quel trattino scomparso nella denominazione della Regione Autonoma “Friuli-Venezia Giulia”. Fonti attendibili ne parlano come di una svista, come dell’errore di una dattilografa distratta o giù di lì, all’atto della stesura della Legge Regionale Costituzionale 2/2001 che ben altri e pesanti effetti ha avuto. Si dice che quel trattino che non c’è più non abbia portato conseguenze di nessun tipo e sia stato immediatamente recepito, come cosa priva di rilevanza, dai verbali del Consiglio regionale e con un po’ di ritardo da quelli della Giunta. Eppure mi rimane una sensazione spiacevole, come se, ora, chi ci chiama “friulani” abbia un briciolo di colpa in meno e una giustificazione in più. Provate a dirlo a un romagnolo, che lui è emiliano, o a un altoatesino, che è trentino. Provate ad eliminare loro il trattino…

E così pare quasi che la bandiera che rappresenta il nome della Venezia Giulia sia stata gettata a terra e – una pedata di qua, uno scivolone di là – la Venezia Giulia stessa sia destinata ad andare a mare, sia già defunta come la Duplice.

“Viva là e po’ bon”, dicono alcuni triestini. Gli istriani no, non ancora: la percentuale di firme istriane in calce agli articoli cui si faceva riferimento ne danno la conferma.

Di anno in anno speriamo che almeno il mare, con la prima vela alla Barcolana, non ci rinneghi, come fece invece quel famoso Giuliano, l’apostata.

In ogni caso, trattino o non trattino, rimane necessario, anzi doveroso, ribadire il valore e il significato di quella nozione chiamata “Venezia Giulia” che esprime unità e sostanza di una secolare esperienza.

Chiara Vigini