Nel 1962 in Jugoslavia c’erano ancora detenuti (La Padania 11 ott)

Il governo italiano autorizzò la Cri ad inviare viveri e indumenti.  Di seguito un significativo stralcio di uno dei capitoli del libro di Marco Pirina: Nel 1962, in Jugoslavia, era­no ancora detenuti "Prigionieri po­litici italiani".

 …Nei Campi, ove i prigionieri erano inquadrati in "Battaglioni Prigionieri Italiani", vi erano i Comitati antifa­scisti, il cui compito era quello di gestire la "sezione rieducativa" sino al giudizio di affidabilità politica, che se positivo, giustificava il rimpatrio. (Rif. Campo di Cuprija – 20° Battaglione Prigionieri Italiani – lettera alla Sez. di Belgrado del 29.1.1946 del Presidente L.M. sui progressi antifascisti ottenuti – pubblicata con la risposta di Belado del 5.101946 in Le Vittime di nazio­nalità italiana – ed. Sussidi – Ar­chivio di Stato – 2000). Nella "Re­lazione Generale sulla costituzio­ne e conduzione dei campi di pri­gionia per italia­ni in Jugosla­via", stilata in Belgrado nel Febbraio 1947 dal Cap. D. E. (nda: facente parte della Sezio­ne Prigionieri Italiani in Bel­grado) (Rif: ACS, PCM, Gab, 1944­1947, cat. 15/2, fasc. 10599) leg­giamo: «…Dopo che il Segretario del Pci visitò il Maresciallo Tito, tra novembre e dicembre 1946, rientrarono in Patria circa 10.000 prigio­nieri, seguiti nel marzo 1947 da 15 ufficiali e 750 sol­dati, rimasero in Jugoslavia i discri­minati politici, cioè ancor più di un migliaio di soldati e 63 ufficiali. sono coloro che le cellule comuniste al­l'interno dei campi, italiane, hanno segnalato ai comitati antifascisti, que­sti alle autorità jugoslave, come "ele­menti reazionari" restii alle dottrine progressiste… Quanto su esposto non era a conoscenza dell'on. Barontini, capo della missione dell'Anpi, che vi­sitò la Jugoslavia nel mese di dicem­bre del 1946, il quale dichiarò alla stampa italiana che i prigionieri erano trattati molto bene…».

Non essendoci dati nominativi di quegli oltre 1000 militari o "civili", ancora prigionieri nel 1947, non sia­mo in condizioni di dire chi tornò. Nell'archivio del Centro Studi Silentes Loquimur, abbiamo una copia di una lettera di tale Freddi, che rientrato dal valico della Casa Rossa di gorizia, nel febbraio del 1950, in una sua spontanea dichiarazione traccia disegni delle celle di Lepoglava, da dove era appena uscito, indicando alcuni co­gnomi di prigionieri, ancora in vita, tra i quali spicca il nome del Presidente della Provincia di Gorizia, Morassi, deportato ai primi di maggio del 1945. Un riscontro del febbraio 1962 dà an­cora viventi nel Carcere di Sremska Mitrovica 36 italiani, reclusi per reati politici. (Rif. ACS, CRI, Servizio Affari Internazionali, b. 38, fascicolo "invio pacchi ai detenuti in Jugoslavia – Mar­zo 1957-Febbraio 1962". Non sappia­mo chi fossero: comunisti del 1948, elementi RSI del 1945, civili. Sappia­mo solo che il Governo italiano au­torizzò la CRI, dal 1957 ad inviare sino al 1962 un pacco viveri e indumen­ti, all'anno, ai prigionieri di cui non si conosceva il nome. Perché fossero in vita e a quale scopo non siamo in grado di dare una rispo­sta.

Certo che i mi­steri sui prigio­nieri "speciali" non appartengo­no solo agli ita­liani. Alla fine de­gli Anni 90, du­rante una festa per il gemellaggio tra S. Vito al Ta­gliamento e S. Veit in Carinzia, ebbi modo di in­contrare dei re­duci della Div. Bosniaca Mus­sulmana SS, che avevano colà una sede. Avevano combattuto nella zona del Litorale Adriatico, il cui Supremo Com­missario, Rainer, era nativo di S. Veit. Avevano cono­sciuto benissimo la moglie ed i figli, mi mostrarono la casa, sita davanti al  Municipio e mi raccontarono che Rai­ner , dato per fucilato in Jugoslavia nel 1947, rimase in vita sino agli anni 60, segregato in una miniera di rame ai confini della Romania e che la stessa moglie ebbe con lui dei contatti e co­stantemente gli fece giungere viveri ed alimenti. (…) Altri due misteri: la "fine" o per meglio dire la "scomparsa" di Goblocnik, Comandante delle SS, nel­l'Ozak e la "fine" o per meglio dire la "scomparsa" di un vagone ferroviario, carico di gioielli e beni inestimabili appartenenti agli oltre 800 deportati senza ritorno della Comunità Ebraica di Trieste, partito dalla Stazione fer­roviaria di Trieste, nel mese di aprile 1945 ed arrivato in Carinzia, che subì l'occupazione dei partigiani di Tito nel maggio 1945. Elemento certo è che furono gli inglesi a consegnare Rainer agli jugoslavi…